Donna e famiglia Pubblicato il 21 giugno 2016

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Donna e famiglia Aborto: per la ragazza minorenne, autorizzazione del giudice necessaria

> Donna e famiglia Pubblicato il 21 giugno 2016

Nel giudizio di autorizzazione all’aborto dinanzi al giudice tutelare è necessaria la presenza in aula della minorenne.

 

Per autorizzare la ragazza minorenne all’aborto è necessario il nulla osta del giudice tutelare del tribunale; in tale giudizio bisogna che la minore sia presente personalmente per essere ascoltata. Pertanto, se quest’ultima non si presenta, la richiesta di autorizzazione non potrà essere accolta. È questo il parere del Tribunale di Mantova fornito con una recente sentenza [1]. Secondo il giudice, la mancata comparizione della ragazza con meno di 18 anni di età, nel procedimento teso ad autorizzarla ad interrompere volontariamente la gravidanza, impone il rigetto della domanda. Il giudice tutelare, infatti, non ha alcun potere di decisione autonomo al riguardo poiché la scelta di abortire è rimessa solo alla futura madre; è solo ascoltando quest’ultima che il magistrato può verificarne l’effettiva consapevolezza di voler intraprendere una scelta tanto delicata.

Cosa prevede la legge per l’aborto della minorenne

La richiesta di interruzione della gravidanza può essere fatta solo personalmente dalla donna.

Se la donna è minorenne, per l’interruzione della gravidanza è richiesto l’assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela, ossia i genitori.

Tuttavia, nei primi 90 giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione di questi ultimi (i genitori o chi esercita la potestà o la tutela), oppure queste, seppure interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, invia – entro sette giorni dalla richiesta – una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna.

Nel caso in cui il giudice rifiuti il consenso all’interruzione della gravidanza si può presentare reclamo al tribunale.

Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero.

Se invece sono già passati i 90 giorni, l’aborto può essere praticato solo:

  1. a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  2. b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

La vicenda

Una ragazza minorenne si era rivolta a un consultorio familiare dichiarando la propria volontà di interrompere la gravidanza. Il consultorio aveva trasmesso la relazione all’ufficio del giudice tutelare. A seguito di tale istanza, la legge [2] prevede che venga fissata un’udienza davanti al giudice tutelare per l’ascolto della giovane. Nel caso di specie, però, quest’ultima non si era presentata e il giudice, preso atto della sua assenza, aveva rigettato la sua domanda.

La minorenne va sempre ascoltata prima dell’aborto

La presenza della ragazza minore di 18 anni è sempre essenziale per poter autorizzare l’aborto: si tratta, infatti, di una scelta “personalissima”, che nessun giudice potrà fare al posto suo.

Sul punto, peraltro, è più volte intervenuta anche la Corte Costituzionale [3], confermando questo orientamento. Il compito del giudice tutelare, nel procedimento di autorizzazione all’aborto, è – “in tutti i casi in cui l’assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espresso”- esclusivamente quello di consentire alla minore di decidere in merito all’interruzione di gravidanza. Funzione che, allora, non può configurarsi quale potestà codecisionale”, trattandosi di decisione rimessa, alle condizioni sancite, solo “alla responsabilità della donna”.

Ecco perché la mancata comparizione della minore in udienza, non consente al giudice di verificare l’effettiva consapevolezza, in capo alla ragazza, della scelta da intraprendere, né gli permette di verificare se la ragazza sia davvero in grado “di comprenderne il significato e le conseguenze”.

note

[1] Trib. Mantova, sent. del 29.02.2016.

[2] Art. 12 della L. 194/1978.

[3] C. Cost. sent. n. 76/96.

Tribunale di Mantova, 29 febbraio 2016. Rel. Alessandra Venturini

TRIBUNALE DI MANTOVA UFFICIO DEL GIUDICE TUTELARE

Il Giudice Tutelare dott.ssa Alessandra Venturini, visti gli atti del proc. n. 1027/16 R.G. Premesso:

che con relazione pervenuta in data 25.02.2016 il Consultorio Familiare di P. ha trasmesso a questo Ufficio la richiesta di interruzione volontaria di gravidanza avanzata dalla minore….., nata in … il …;

che all’udienza fissata per il 29.02.2016, ad ore 16.00, la minore non è comparsa; rilevato:

che, come ribadito dalle numerose pronunce della Corte Costituzionale in materia, il compito del Giudice Tutelare, nel procedimento previsto dall’art. 12 L. 194/78, in tutti i casi in cui l’assenso dei genitori o degli esercenti la tutela non sia o non possa essere espresso, è unicamente quello di autorizzare la minore a decidere in merito all’interruzione di gravidanza, compito che “non può configurarsi come potestà codecisionale, la decisione essendo rimessa – alle condizioni ivi previste – soltanto alla responsabilità della donna” (v. ordinanza n. 76 del 1996 Corte Cost.), rispondendo il provvedimento del giudice tutelare “ad una funzione di verifica in ordine alla esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale” (ordinanza n. 514 del 2002 Corte Cost.);

che a tal fine l’art. 12 citato, prevede che “Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza”; che la mancata comparizione della minore al fine di essere “sentita” non consente a questo Giudice di operare alcuna verifica in ordine alla effettiva consapevolezza, in capo alla stessa, della scelta alla quale si è determinata, e in particolare di verificare se la stessa sia in grado di comprenderne il significato e le conseguenze;

che in assenza di tale necessaria verifica la richiesta allo stato non può essere accolta, con conseguente rigetto della stessa, fermo restando la possibilità per la minore di presentare eventualmente nuova istanza, qualora ne sussistano i presupposti.

P.Q.M.
– visto l’art. 12 comma 2 della Legge 12/05/1978 n. 194 RIGETTA

allo stato la richiesta della minore …, nata in il ., trasmessa con relazione pervenuta in data 25.02.2016 del Consultorio Familiare di P., di essere autorizzata a decidere autonomamente in ordine all’interruzione volontaria di gravidanza, per mancata comparizione della stessa minore all’udienza fissata ai sensi dell’art. 12 L. 194/78.

Si comunichi.
Così deciso in Mantova il 29 febbraio 2016. Depositata in Cancelleria il 29 febbraio 2016.

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