La raccomandata non fa prova senza l’avviso di ricevimento
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21 Giu 2016
 
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Redazione
 


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La raccomandata non fa prova senza l’avviso di ricevimento

La semplice velina con la prova della consegna della raccomandata all’ufficio postale non dimostra la consegna al destinatario.

 

Non ha alcun valore legale la raccomandata a.r. se si smarrisce la cartolina con l’avviso di ricevimento che dimostra l’avvenuto recapito della missiva al suo destinatario. Non basta, quindi, la semplice velina, compilata dal mittente e poi timbrata dall’ufficio postale al momento della consegna della raccomandata: essa attesta solo l’affidamento dell’incarico della spedizione a Poste Italiane e il pagamento del relativo prezzo. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

 

 

La prova è nell’avviso di ricevimento

L’attestazione del postino di consegna della raccomandata, rilasciata sul cartoncino bianco contenente il cosiddetto “avviso di ricevimento”, fa piena prova: essa è infatti un atto rilasciato da un pubblico ufficiale e, pertanto, non contestabile (se non con un apposito procedimento aggravato detto “querela di falso”). Solo tale certificazione, però, dimostra l’avvenuto compimento delle attività di consegna della raccomandata. Invece, la ricevuta che viene restituita, in copia, al mittente, al momento dell’affidamento della busta all’ufficio postale per la spedizione, dopo il pagamento del prezzo, non è sufficiente a procurarsi la prova della spedizione della lettera.

 

 

L’attestazione di compiuta giacenza all’ufficio postale

Lo stesso discorso dicasi nel caso in cui il destinatario non sia a casa e il postino immetta, nella cassetta delle lettere, l’avviso di deposito presso l’ufficio postale. In tal caso la legge impone, a cura sempre delle poste, l’invio di una seconda raccomandata in cui si invita il mittente a ritirare la raccomandata entro 30 giorni. Alla scadenza di tale termine, l’ufficio appone il timbro di compiuta giacenza. Ebbene, anche l’assenza del timbro di compiuta giacenza priva di ogni valore tutto il procedimento di notifica e, quindi, la stessa raccomandata a.r. che non potrà più essere utilizzata come prova a favore del mittente.

 

 

La vicenda

La vicenda che ha dato origine alla sentenza in commento riguarda una contestazione disciplinare elevata da un’azienda nei confronti di un dipendente, poi sfociata nel licenziamento.

La Cassazione ha annullato il licenziamento disciplinare per via del fatto che la suddetta contestazione era stata spedita per raccomandata a.r. ma l’azienda aveva perso l’avviso di ricevimento della lettera. La presunzione di conoscenza della comunicazione contenuta nella raccomandata, infatti, non si può fondare solo sulla prova dell’avvenuta spedizione della comunicazione e sull’ordinaria regolarità delle poste nel recapito.

 

 

La consegna della raccomandata non si presume mai

Il giudice di primo grado aveva errato nel ritenere che, una volta dimostrato, da parte del mittente, l’avvenuta consegnata della raccomandata all’ufficio postale, essa si poteva presumere consegnata al destinatario entro i due giorni successivi: una deduzione, però, non prevista da alcuna norma e, pertanto, del tutto errata.

 

Se il destinatario della comunicazione contesta che la raccomandata sia mai pervenuta al suo indirizzo, l’unico modo per il mittente di dimostrare il contrario è di produrre o l’avviso di ricevimento oppure l’attestazione della compiuta giacenza. Non si può applicare in modo automatico la presunzione di conoscenza.


[1] Cass. sent. n. 12822/2016 del 21.06.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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