Dopo quanti accessi a Facebook sul lavoro si viene licenziati?
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21 Giu 2016
 
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Redazione
 


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Dopo quanti accessi a Facebook sul lavoro si viene licenziati?

Controllato il computer aziendale: il dipendente che, durante le ore di lavoro, perde tempo con le chat di Facebook o sulla timeline del social network perde il posto di lavoro.

 

L’azienda può licenziare il dipendente perditempo che, puntualmente, durante le ore di lavoro, va a dare una sbirciatina su Facebook: sottrarre tempo e strumenti, che devono essere rivolti a servire l’azienda, per scopi invece puramente personali – come chattare o guardare le foto postate dagli amici – viola il patto di fiducia che lega il dipendente all’azienda. È pertanto legittimo il licenziamento nei casi più gravi, quando cioè le ore spese sul social network sono numerose, anche a seguito di richiami precedenti.

 

Stretta sui dipendenti che stanno su Facebook: a metterlo nero su bianco è una sentenza della Cassazione di questa mattina [1] che, peraltro, indica un possibile limite di accessi al social network oltre i quali il licenziamento è legittimo, per come a breve vedremo.

 

 

Sì al controllo della cronologia 

Il datore di lavoro può controllare la cronologia della navigazione su internet e stamparla, senza per questo ledere la privacy del lavoratore, il quale non si può opporre. In questo modo non c’è neanche bisogno di ricorrere alle nuove “libertà” concesse dal Job Act: il nuovo testo che regola il rapporto di lavoro, infatti, fissa paletti più ampi all’imprenditore, consentendogli di controllare pc, smartphone, tablet di lavoro. Una libertà cui, dall’altro lato, fa da contraltare una minore tutela dei dipendenti.

 

 

Licenziamento per chi sta su Facebook nelle ore lavorative

È legittimo – si legge nella sentenza in commento – il licenziamento disciplinare per giusta causa a carico del dipendente che sta troppo tempo su Facebook, sottraendo ore di lavoro alle attività aziendali e utilizzando in modo improprio il suo strumento di lavoro. Tale condotta è particolarmente grave solo quando il datore di lavoro riesce a dimostrare che il tempo speso sul social network è stato elevato. Secondo infatti la giurisprudenza, la “gravità” della violazione posta dal dipendente va valutata caso per caso, senza valutazioni in astratto. In buona sostanza, anche un comportamento di per sé vietato conosce varie forme, dalle più tenui alle più gravi, e solo in questi ultimi casi si può procedere al licenziamento. Valutazione che, ovviamente, dovrà effettuare il giudice.

 

Nel caso di specie si era trattato di 6mila accessi a internet per motivi privati in diciotto mesi. Di questi accessi, ben 4.500 erano stati effettuati solo su Facebook: pari a circa 16 accessi al giorno su tre ore in media di lavoro.

 

Sempre secondo la Suprema Corte, non lede la privacy del dipendente andare a investigare nella cronologia degli accessi a Internet dalla postazione, per stampare i relativi risultati e così dimostrare gli accessi indiscriminati del lavoratore al suo profilo personale Facebook. Non si tratta di un controllo a distanza dell’attività del lavoratore, vietato come noto dallo Statuto dei lavoratori. In questo caso, infatti, non c’è una verifica sulla produttività o sull’efficienza del dipendente: il controllo è rivolto solo a stanare condotte illecite e potenzialmente dannose per l’impresa. E l’accesso alla pagina Fb con l’uso della sua password incastra l’incolpata alla responsabilità.


[1] Trib. Brescia, sent. n. 782/2016 del 13.06.2016.

 


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