La posta privata del coniuge può provare un tradimento?
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1 Giu 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


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La posta privata del coniuge può provare un tradimento?

Nei giudizi di separazione tra coniugi, è controversa l’uso dell’altrui corrispondenza. Può essere usata per dimostrare il tradimento? Con quali limiti e cosa si rischia? Scopriamolo.

 

Sempre più spesso nei giudizi di separazione e divorzio uno dei coniugi è in possesso di corrispondenza riservata dell’altro: lettere, scritti, sms, messaggi facebook, whatsapp, chat. Elementi che, per chi li utilizza, costituiscono molto spesso l’unica prova del tradimento. Ma quali sono i limiti di utilizzabilità di tali materiali?

 

 

Uso di corrispondenza altrui e tradimento: cosa si rischia?

Nelle aule di tribunale, casi di mogli o mariti condannati per aver aperto e letto la corrispondenza destinata al partner, utilizzandola nella causa di separazione, sono all’ordine del giorno: utile sapere che è irrilevante sia il fatto che il plico sia chiuso o aperto sia che il destinatario ne conosca il contenuto. Il nostro ordinamento, infatti,  tutela la libertà individuale e la riservatezza [1]: tale principio è valido anche per la posta elettronica e la corrispondenza nei social network, come per esempio Facebook.

 

Proprio per questo motivo, la persona offesa può querelare chiunque – coniuge compreso – prenda cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, o la sottragga o distragga, magari distruggendola o sopprimendola [2].

 

 

Uso di corrispondenza altrui e tradimento: come orientarsi?

Come si può comprendere, il problema di fondo è quello di trovare un equo bilanciamento tra il diritto del tradito a far valere l’infedeltà dell’altro per ottenere un risarcimento materiale e morale e quello del coniuge infedele che – a sua volta – ha comunque e sempre diritto alla riservatezza delle sue comunicazioni.

 

Premettiamo che se la produzione in giudizio della documentazione è l’unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge-controparte, si potrà farne uso in termini di prova: in altri termini, se per provare che mio marito è andato a letto con un’altra, ho a disposizione solo un messaggio sul suo cellulare, nonostante non fossi autorizzata a leggerlo, posso comunque utilizzarlo davanti al giudice. Utilizzare, quindi, dati personali sensibili senza il consenso dell’interessato (nel nostro caso, dell’altro coniuge) è possibile quando il trattamento è necessario per far valere o difendere in sede giudiziaria un diritto, sempre che i dati siano stati trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario a raggiungere tale obiettivo. Questa è la regola generale in sede penale.

 

In tutti gli altri casi, il testo normativo di riferimento, in ipotesi di questo genere, è quello sulla privacy [3]: testo chiaro nell’affermare che la sola diffusione di dati riservati fa scattare sanzioni che arrivano fino alla reclusione nei casi più gravi; quindi, sarebbe passibile di sanzioni il coniuge che diffonde dati riservati per partner, anche in giudizio.

 

Ad ogni modo, occorre tener presente che in ambito civile, a differenza che nel processo penale, sarà il Giudice a dover stabilire l’utilizzabilità o meno delle prove acquisite in violazione della privacy, e ciò in quanto in tale sede non esiste una legislazione rigida come nell’altra. L’autorità giudicante decide con ampi poteri discrezionali.


[1] Art. 15 Cost.

[2] Art. 616 cod. pen.

[3] D. lgs. n. 196, del 30.06.2003.

 


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