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Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2016

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Lo sai che? Diritto all’oblio: restano su Google i fatti storici più gravi

> Lo sai che? Pubblicato il 22 giugno 2016

Non ha diritto alla cancellazione dei propri dati dal motore di ricerca il terrorista e tutti coloro la cui condotta ha avuto rilievi storici.

La storia non si dimentica, né si deve dimenticare: ecco perché chi ha commesso delitti che abbiano avuto rilievi storici, come ad esempio un terrorista delle brigate rosse, non può rivendicare il diritto all’oblio. È quanto chiarito dal Garante della Privacy all’interno della newsletter diffusa ieri.

Cos’è il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio consiste nel diritto di ogni cittadino a vedere “dimenticato”, dagli organi di stampa, il proprio passato, specie quando caratterizzato da eventi di cronaca nera, pregiudizievoli alla reintegrazione del reo all’interno della società. Chi commette reati di qualsiasi tipo, anche se questi sono sfociati poi in sentenze di condanna, non può veder pubblicato il proprio nome sui giornali quando il fatto ha perso ormai di interesse pubblico e di attualità (presupposti, questi ultimi due, affinché possa essere esercitato il diritto di cronaca). Il che equivale anche al rispetto della Costituzione italiana, laddove sancisce che la pena deve avere una funzione rieducativa e favorire il reingresso del colpevole nel tessuto sociale.

Se però il rispetto di questi principi è facilmente attuabile sulla carta stampata (basta non pubblicare nomi e notizie “vecchie”), su internet è molto più difficile; e questo perché sulla rete gli articoli restano sempre online, anche quando non più attuali, costituendo così una gogna elettronica per il soggetto in essi rappresentato. In questi casi, rivendicare il diritto all’oblio nei confronti dei singoli giornali può diventare un’impresa tortuosa e, soprattutto, molto lunga.

Quali sono i limiti del diritto all’oblio

Come già chiarito più volte dalla giurisprudenza, anche il Garante della Privacy ricorda che il diritto all’oblio non è esercitabile:

  • non solo quando il fatto rivesta ancora interesse per la collettività (in realtà, tale dato temporale non si può quantificare in anticipo, non essendo mai stato disciplinato dalla lecce ed essendo pertanto rimesso all’apprezzamento del singolo giudice),
  • ma anche in tutti quei casi in cui l’evento abbia assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. È proprio il caso dell’ex terrorista. A dimostrazione di ciò – osserva l’Authority – c’è il fatto che il link è ancora molto “cliccato” dagli utenti della rete, tant’è che è ancora dai primi risultati nelle ricerche su Google.

Quando Google non garantisce il diritto all’oblio

Con una sentenza del 2012, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ritenuto Google co-responsabile per la diffusione online di link pregiudizievoli alla reputazione degli utenti. Il motore di ricerca è stato così condannato alla cancellazione, dalle proprie pagine, di tutti quegli url al cui interno siano riportate notizie non più attuali. Cancellazione che, non potendo ovviamente avvenire in via automatica, presuppone sempre la previa richiesta dell’interessato. A tal fine, la società americana ha messo a disposizione una pagina ove inoltrare tali istanze, chiarendo tuttavia che non prenderà in considerazione le richieste relative a fatti di responsabilità professionale e illeciti penali particolarmente gravi. Il che, in gran parte dei casi, equivale a negare del tutto il diritto all’oblio. In questi casi resta sempre diritto del cittadino rivolgersi al giornale online che ha pubblicato l’articolo e chiederne alternativamente:

  • la totale cancellazione;
  • l’oscuramento del proprio nome e cognome o l’inserimento delle iniziali (con cancellazione dei relativi tag che consentono al motore di ricerca di risalire al nome del richiedente);
  • la conservazione dell’articolo all’interno dell’archivio online del giornale, ma con sua de-indicizzazione e cancellazione dei tag che consentono al motore di ricerca di risalire al nome del richiedente.
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