Mantenimento: niente assegno al figlio che non cerca lavoro
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22 Giu 2016
 
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Mantenimento: niente assegno al figlio che non cerca lavoro

Il giudice può revocare l’obbligo del padre di pagare l’assegno di mantenimento ai figli maggiorenni se, in base a una valutazione complessiva del loro comportamento, risultano inattivi nella ricerca di un lavoro.

 

Accumulare troppi titoli di studio o ritardare eccessivamente la laurea è, sostanzialmente, la stessa cosa: significa rimanere inerti alla ricerca di un lavoro; sicché in tali due casi il giudice può esonerare il padre dal versamento dell’assegno di mantenimento. Resta così “a secco”il figlio maggiorenne ancora disoccupato nonostante abbia superato l’età tipica degli studi. È quanto chiarito poche ore fa dalla Cassazione [1].

 

Secondo la Corte, l’obbligo del genitore separato di erogare l’assegno mensile per contribuire alle spese ordinarie e per partecipare al 50% di quelle straordinarie può cessare non solo quando il figlio acquisti una sua stabile indipendenza economica, ma anche, in mancanza di ciò, di fronte a una valutazione sulla sua condotta complessiva, quando essa faccia presumere che il giovane non abbia alcuna voglia di lavorare. Addio quindi assegno di mantenimento per due trentenni: nel caso di specie l’uno“perdeva tempo” alla ricerca di titoli di studio spesso inutili rispetto a un obiettivo preciso; l’altro invece non si era laureato.

 

 

La cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti può scaturire a seguito di una valutazione delle seguenti variabili:

  • età,
  • effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica,
  • impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa
  • qualsiasi altra condotta personale tenuta dal raggiungimento della maggiore età da parte dell’avente diritto.

 

Pertanto, anche se non si è raggiunto l’autosufficienza economica, il mantenimento del genitore deve cessare qualora il mancato raggiungimento della predetta autonomia dipenda da inerzia o da un rifiuto ingiustificato di occasioni di lavoro.

Per ripetere le stesse parole della Cassazione, “la condizione di persistente mancanza di autosufficienza economico reddituale, in mancanza di ragioni individuali specifiche (di salute, o dovute ad altre peculiari contingenze personali, od oggettive quali le difficoltà di reperimento o di conservazione di un’occupazione) costituisce un indicatore forte d’inerzia colpevole”.

 

Se, all’esito del processo, dovesse risultare provata una vera e propria mancanza di volontà dei ragazzi nel trovare un’occupazione che possa renderli autonomi, allora il giudice potrebbe ridurre o addirittura eliminare del tutto l’obbligo del padre di versare l’assegno di mantenimento.

 

Nel caso di specie, una delle figlie, ultra trentatreenne, dopo essere diventata odontoiatra e aver acquisito varie referenze professionali oltre che dopo aver maturato esperienze lavorative, aveva deciso di continuare a studiare per specializzarsi ulteriormente sebbene avesse tutte le possibilità per trovare un lavoro. Invece l’altro figlio, anch’egli oltre i 30 anni, aveva più volte cambiato indirizzo di studio, senza conseguire un titolo, manifestando una vera e propria inerzia.

 

Non è la prima volta che la Cassazione afferma che il comportamento del figlio che, rifiutando senza motivo, nonostante l’età avanzata, di acquisire l’autonomia economica tramite l’impegno lavorativo e negli studi, non è tutelabile perché contrastante con il principio di autoresponsabilità, legato alla libertà delle scelte esistenziali della persona, anche tenuto conto dei doveri gravanti sui figli adulti. Non è quindi giustificabile un prolungamento a oltranza dell’obbligo di mantenimento dei figli in situazioni del genere.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 15 marzo – 22 giugno 2016, n. 12952
Presidente Ragonesi – Relatore Acierno

Svolgimento del processo

Con decreto n. 492/13, depositato il 12 giugno 2013, la Corte di appello di Bari riformava il decreto emesso il 24 febbraio 2012 dal Tribunale di Bari con il quale era stato revocato l’assegno mensile di Euro 929,62 posto a carico di L.G. in favore dei due figli maggiorenni, G. e V. , a seguito della sentenza di divorzio pronunciata tra il predetto e D.L. .
In particolare, la Corte territoriale, pronunciando sul reclamo interposto dalla D. – che insisteva altresì sulla domanda riconvenzionale tesa ad ottenere il raddoppio del contributo per il mantenimento dei figli -, ritenuta non provata la raggiunta indipendenza economica da parte dei due figli, accoglieva per quanto di ragione il reclamo della D. rigettando sia la domanda di revoca che quella di aumento del contributo e compensando le spese del doppio grado del procedimento.
Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione L.G. affidato a tre motivi, con istanza di inibitoria. Resiste D.L. con controricorso e ricorso incidentale affidato ad un motivo. Replica al ricorso incidentale L.G. con controricorso. Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

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[1] Cass. sent. n. 12952/16 del 22.06.2016.

 


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