Rumori in condominio: quando si può chiamare i carabinieri
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23 Giu 2016
 
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Rumori in condominio: quando si può chiamare i carabinieri

Per far scattare il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo è necessario che il rumore sia tale da superare il limite della normale tollerabilità e che esso sia in grado di arrecare disturbo ad una platea indeterminata di persone e non già ad un gruppo limitato di individui.

 

Quando si ha a che fare con un vicino rumoroso, è forte la tentazione di chiamare i carabinieri o la polizia e chiedere loro un pronto intervento per incutergli timore e, soprattutto, intimargli categoricamente di smetterla. Purtroppo, però, non sempre si può fare; anzi, sono più le volte in cui le autorità pubbliche non hanno poteri di intervento che quelle, invece, in cui li hanno. Per cui, nella peggiore delle ipotesi, il povero vicino tartassato dai tacchi di scarpe, dallo spostamento di sedie e mobili, dal volume di stereo e televisione non deve che affidarsi alla classica lettera dell’avvocato e a un’azione di tipo civile, per ottenere almeno il risarcimento del danno. Se poi egli è in affitto può, sulla base di tali fatti, chiedere la risoluzione anticipata del contratto.

 

 

Quando scatta il reato di disturbo del riposo?

Partiamo da un punto certo: i carabinieri o la polizia possono intervenire solo laddove il comportamento del vicino molesto integri un’ipotesi di reato. E quindi il punto è: quando il rumore provocato dal vicino fa scattare il penale e quando, invece, rientra nell’orbita dell’illecito civile? A chiarirlo è stata la Cassazione con una sentenza di pochi giorni fa [1]. La Corte precisa che, per far scattare il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo, sono necessari due presupposti:

 

– che il rumore superi la normale tollerabilità (presupposto questo richiesto anche per l’azione civile di risarcimento del danno);

 

– che esso sia in grado di provocare disturbo ad un numero indeterminato di persone e non già ad una cerchia ristretta di famiglie.

 

Il concetto potrebbe sembrare generico e di non facile comprensione. Ma, se scendiamo agli esempi pratici, risulterà più agevole comprendere quando si può parlare di reato:

 

– quando un vicino suona il pianoforte nel cuore della notte e dà fastidio ai proprietari dei quattro appartamenti confinanti, non c’è reato: infatti i soggetti molestati sono ben individuabili e limitati

 

– quando il cane di un vicino, che ha la cuccia sul cortile dell’edificio, abbaia in continuazione, arrecando fastidio a tutte le abitazioni poste intorno, si può parlare di reato: il rumore è infatti percepibile da un numero indeterminato di persone. Non così sarebbe se, invece, il cane fosse chiuso in appartamento e, quindi, sentito solo dall’inquilino del piano di sotto;

 

– quando un locale notturno diffonde musica per strada e le onde sonore si propagano in tutto il quartiere scatta il reato; ma se alcuni dei vicini, potenzialmente vittime sonore del chiasso hanno continuato a dormire tranquilli, senza evidenziare particolari disturbi, il penale non c’è più;

 

– quando il vicino muove in continuazione mobili, sedie, cammina coi tacchi negli orari di riposo, grida e fa chiasso con lo stereo, c’è solo un illecito civile.

 

C’è, a completare il quadro, anche una fattispecie amministrativa, che punisce chi supera “i limiti massimi o differenziali di rumore fissati dalle leggi e dai decreti presidenziali in materia”. L’elemento che differenzia l’illecito amministrativo da quello penale è costituito dalla “concreta idoneità della condotta rumorosa a porre in pericolo il bene della pubblica tranquillità”: scatta l’illecito amministrativo se si verifica un semplice superamento dei limiti numerici di intensità rumorosa; scatta invece il penale se vi è un “qualcosa in più” in termini di eccessività del frastuono, oppure nel caso in cui si registri la violazione delle prescrizioni legali che disciplinano i mestieri rumorosi.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza5 – 20 giugno 2016, n. 25424

Presidente Squassoni – Relatore Grillo

Ritenuto in fatto

1.1 Con sentenza del 30 aprile 2013 il Tribunale di Rossano dichiarava P.C. , imputata per i reati di cui agli artt. 650 cod. pen. e 659 stesso codice, colpevole del solo reato di cui all’art. 659 cod. pen. (capo B) della imputazione e la condannava, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, alla pena di Euro 40,00 di ammenda oltre al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile.

1.2 Impugna la detta sentenza l’imputata a mezzo del proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi qui di seguito sintetizzati. Con il primo lamenta l’erronea applicazione della legge penale in punto di qualificazione della condotta, rilevando la inconfigurabilità del reato di cui all’art. 659 cod. pen. in relazione all’esiguo numero delle persone che avevano lamentato l’esistenza di rumori molesti e comunque, dovendo la condotta rientrare nella ipotesi di illecito amministrativo. Con il secondo motivo la difesa lamenta il vizio di motivazione sotto il duplice profilo della motivazione contraddittoria e/o insufficiente in ordine alla prova della colpevolezza, che avrebbe dovuto condurre

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[1] Cass. sent. n. 25424/2016 del 20.06.2016.

 


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