Contratti di convivenza: la regola è la separazione dei beni
Lo sai che?
24 Giu 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Contratti di convivenza: la regola è la separazione dei beni

Solo nelle unioni civili tra gay, come nel matrimonio, la regola è la comunione dei beni, mentre tra conviventi vige il principio della separazione dei beni.

 

Se nel matrimonio e nelle unioni civili, scatta in automatico la comunione dei beni (salvo che le parti, mediante un’apposita convenzione, abbiano optato per il regime patrimoniale della separazione dei beni), invece nelle convivenze di fatto accade l’esatto contrario: il regime legale è proprio quello di separazione dei beni. Ciò però non significa che i conviventi non possano stabilire, anche loro, la comunione: lo possono (con conseguente “comproprietà” di tutti gli acquisti fatti dopo l’accordo) a condizione di:

  • registrare la convivenza all’anagrafe
  • e, nel contempo, stipulare un contratto di convivenza nel cui ambito scegliere appunto di adottare il regime di comunione dei beni.

 

I conviventi non possono comunque effettuare un fondo patrimoniale (consentito invece ai coniugi regolarmente sposati e ai gay uniti civili).

I conviventi potrebbero anche scegliere un regime di “comunione convenzionale”, ossia un regime di comunione modificato rispetto alla disciplina prevista dal codice civile.

 

Sono queste alcune delle considerazioni che il Consiglio nazionale del Notariato svolge in una nota intitolata “La nuova legge sulle unioni civili e le convivenze. Profili generali degli istituti” (qui scaricabile cliccando sul titolo della nota medesima).

 

Nelle convivenze di fatto, i rapporti patrimoniali hanno una serie di regole base qui sintetizzabili:

 

– il convivente superstite ha diritto, in caso di morte dell’altro convivente, di abitare la casa di comune convivenza per 2 anni (che diventano 3 anni in caso di coabitazione di figli minori o di figli disabili del convivente superstite) o per un periodo pari alla durata della convivenza se superiore a 2 anni, e comunque fino ad un massimo di 5 anni;

 

– il convivente superstite ha diritto, in morte dell’altro convivente, di succedere nel contratto di locazione della casa di comune residenza;

 

– il convivente che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa del partner, ha diritto di partecipare agli utili in commisurazione al lavoro prestato.

 

Ricordiamo che i contratti di convivenza devono essere redatti per iscritto con atto del notaio o con scrittura privata autenticata (da un notaio o da un avvocato). Se però l’atto comporta il trasferimento della proprietà (o altri diritti reali) su immobili ci vuole necessariamente l’atto notarile.

Tali contratti possono contenere gli accordi tra i conviventi circa le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascun convivente e alla rispettiva capacità di lavoro professionale e casalingo.

 

Nel contratto si può optare per l’instaurazione del regime di comunione dei beni, con l’effetto che gli acquisti compiuti da ciascun convivente durante il periodo di convivenza diventano anche di proprietà dell’altro convivente.


[1] 
Consiglio nazionale del Notariato – Nota sulle unioni civili e le convivenze.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
 
Commenti