L’inadempimento in generale
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25 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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L’inadempimento in generale

Inadempimento definitivo e temporaneo, imputabile e non imputabile.

 

L’inadempimento consiste nella mancata o inesatta esecuzione della prestazione dovuta. Nel primo caso si parla di inadempimento totale, mancando del tutto la prestazione; nel secondo, invece, si parla di inadempimento parziale, in quanto la prestazione viene eseguita ma è qualitativamente o quantitativamente inesatta.

Inoltre, si distingue tra:

 

inadempimento definitivo, qualora la prestazione non possa più essere adempiuta;

 

inadempimento temporaneo (o «ritardo»), qualora la prestazione sia soltanto provvisoriamente eseguita.

 

L’inadempimento può essere, inoltre:

 

imputabile, se è dovuto a dolo o colpa del debitore, e comporta l’obbligo, in capo a quest’ultimo, del risarcimento del danno, oltre all’applicazione di altri rimedi sanzionatori (ad es., la risoluzione del contratto);

 

non imputabile, se consiste in un comportamento obiettivamente antigiuridico non dovuto, però, a dolo o colpa del debitore (ad es., inadempimento dovuto a impossibilità sopravvenuta della prestazione, quale può essere la distruzione, per fatti naturali, della cosa dovuta). Anche in questo caso scatteranno rimedi a tutela del creditore non inadempiente (ad es., la risoluzione del contratto).

 

La regola generale in tema di responsabilità del debitore per inadempimento è contenuta nell’art. 1218, secondo cui «il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile».

 

Tale norma comporta che, in caso di inadempimento:

 

— se il debitore riesce a provare che la prestazione è divenuta impossibile per causa a lui non imputabile, è liberato dall’obbligazione e non è tenuto al risarcimento del danno;

 

— se la prestazione è diventata impossibile per causa imputabile al debitore, o se il debitore non riesce a provare la non imputabilità della causa che ha determinato il sopraggiungere dell’impossibilità, egli non è liberato dall’obbligazione principale e, pur non essendo più tenuto ad effettuare la prestazione, ormai divenuta impossibile, è tenuto al risarcimento del danno;

 

— il debitore deve provare la causa non imputabile. In altre norme, peraltro, è richiesta una prova più rigorosa da parte del debitore, consistente nell’aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno (es., l’art. 1681 sul trasporto di persone).

 

La responsabilità di cui all’art. 1218 è detta contrattuale e si distingue dalla responsabilità extracontrattuale o da fatto illecito (artt. 2043-2059) per quanto riguarda:

 

la fonte: la prima è conseguenza di una violazione di un diritto relativo, la seconda di un diritto assoluto;

 

l’onere della prova: mentre in caso di inadempimento è il debitore che deve dimostrare la sua mancanza di colpa (art. 1218), in caso di illecito extracontrattuale incombe sul danneggiato la prova della colpa dell’autore dell’illecito;

 

la prescrizione: mentre il diritto al risarcimento dei danni che derivano dall’inadempimento di un’obbligazione si prescrive in dieci anni, quello per i danni da fatto illecito si prescrive in cinque anni (artt. 2947);

 

i danni da risarcire: mentre la responsabilità contrattuale è limitata ai danni che potevano prevedersi al momento in cui è sorta l’obbligazione (art. 1225), la responsabilità extracontrattuale comprende anche i danni non prevedibili al momento del fatto.

 

Controverso è il fondamento e la portata dell’istituto. Il codice, al fine di assicurare una maggiore sicurezza ai traffici economici, ha accolto nell’art. 1218 una concezione rigidamente oggettiva dell’inadempimento. Secondo questa teoria (OSTI) l’inadempimento sussiste per il solo fatto che la prestazione dovuta è rimasta ineseguita e il comportamento diligente del debitore non assumerebbe rilevanza se egli non dimostra l’oggettiva impossibilità della prestazione. Il rigore di tale impostazione, posto a tutela della posizione creditoria, deve essere però mitigato dall’art. 1176, in base al quale se il debitore è stato diligente, e ciò nonostante non è stato possibile adempiere, non è tenuto al risarcimento del danno.

 

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