Il risarcimento del danno
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1 Lug 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Il risarcimento del danno

Danno risarcibile, nesso di causalità, prevedibilità del danno, limiti alla risarcibilità, prova del danno e del suo ammontare, danni nelle obbligazioni pecuniarie, liquidazione del danno, clausole di esonero e di limitazione di responsabilità.

 

Il diritto al risarcimento del danno si articola in maniera differente a seconda che il diritto sia assoluto o relativo e, quindi, sia configurabile un illecito in senso stretto ex art. 2043 o un inadempimento ex art. 1218. Nel primo caso il problema che si pone è quello di una restitutio in pristinum, che si risolve nell’evitare che le conseguenze già prodotte possano protrarsi per il futuro. Nel secondo caso, invece, la prima esigenza è quella di realizzare coattivamente l’interesse del creditore (GAZZONI). Ai sensi dell’art. 1223 il risarcimento del danno comprende:

 

— il danno emergente, ossia la perdita effettivamente subita per la mancata prestazione (ad es., il prezzo versato per una merce comprata e mai ricevuta);

 

— il lucro cessante, o mancato guadagno, ossia il lucro che il creditore avrebbe realizzato se avesse utilizzato la prestazione ottenuta (nell’esempio precedente: il guadagno che il compratore avrebbe conseguito rivendendo la merce). Il risarcimento del danno avviene sempre per equivalente, attraverso cioè il pagamento di una somma di denaro corrispondente al valore della prestazione perduta, dal momento che la prestazione è divenuta impossibile o non più utile per il creditore: di conseguenza, non è ipotizzabile un risarcimento in forma specifica, in quanto, se la prestazione è ancora possibile, seguirà l’adempimento tardivo o un’esecuzione forzata in forma specifica che faranno conseguire al creditore esattamente il bene dovuto (GAZZONI).

 

 

Nesso di causalità

Le voci di danno di cui si è detto (danno emergente e lucro cessante) sono risarcibili se sono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento o del ritardo, vale a dire se sussiste un nesso di causalità tra inadempimento e danno risarcibile.

 

 

Prevedibilità del danno

Se l’inadempimento (o il ritardo) è colposo, i danni risarcibili sono limitati a quelli prevedibili nel tempo in cui è sorta l’obbligazione (art. 1225 c.c.).

Se l’inadempimento (o il ritardo) è stato doloso, il debitore è tenuto a risarcire anche i danni imprevisti e imprevedibili.

 

 

Limiti alla risarcibilità del danno

In caso di concorso del fatto colposo del creditore nella causazione del danno, il risarcimento è diminuito in proporzione alla gravità della colpa e all’entità delle conseguenze che ne sono derivate (art. 1227). Nel caso in cui il danno sia stato comunque causato dal debitore ma il creditore avrebbe potuto evitarlo usando l’ordinaria diligenza, il risarcimento non sarà dovuto (art. 1227, co. 2).

 

 

La prova del danno e del suo ammontare

Il creditore, in base ai principi generali, non deve provare la colpa nell’inadempimento (incombe, infatti, sul debitore l’onere di provare la mancanza della sua colpa), ma deve dimostrare l’esistenza e l’ammontare del danno subìto. Tuttavia (art. 1226), se l’entità del danno non può essere provata nel suo preciso ammontare, verrà liquidata dal giudice con valutazione equitativa (attingendo ad elementi presuntivi).

 

I danni nelle obbligazioni pecuniarie L’art. 1224 stabilisce che nelle obbligazioni pecuniarie sono dovuti dal giorno della mora, gli interessi legali, anche se non erano stati pattuiti in precedenza indipendentemente dalla dimostrazione del danno subìto a causa del ritardo nell’adempimento. Questi interessi si dicono moratori per differenziarli da quelli compensativi o corrispettivi. Ai sensi dell’art. 1282 se il debito ha ad oggetto una somma di denaro liquida ed esigibile, gli interessi legali sono dovuti indipendentemente dalla mora. Inoltre, al creditore che dimostra di aver subito un danno maggiore spetta l’ulteriore risarcimento, salvo il caso in cui sia stata precedentemente pattuita la misura degli interessi moratori (art. 1224, co. 2).

 

 

Liquidazione del danno

Il risarcimento del danno presuppone che se ne stabilisca l’ammontare, mediante la cd. liquidazione del danno. La liquidazione può essere:

 

legale (come nel caso d’inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, dove il danno è liquidato nella misura degli interessi al tasso legale);

 

convenzionale (attraverso l’inserimento nel contratto di una clausola penale);

 

giudiziale: in mancanza di elementi per provare il danno nel suo preciso ammontare, il giudice procede con valutazione equitativa (art. 1226), e tale valutazione è possibile anche per una sola parte del danno (se solo per essa si rende necessaria). Con tale valutazione si determinano, di solito, i danni futuri ossia quelli non ancora prodotti al momento della liquidazione ma che si fondano su una causa efficiente già in atto il cui esito sia obiettivamente prevedibile.

 

 

Clausole di esonero da responsabilità

Ai sensi dell’art. 1229, co. 1 è nullo il patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave (art. 1229). È interessante ricordare che, ai sensi dell’art. 1382, si può inserire nel contratto una clausola penale al fine di liquidare e limitare preventivamente il risarcimento dovuto per l’inadempimento o per il ritardo (e, quindi, si limita preventivamente la responsabilità che sorgerà in capo al debitore per inadempimento o ritardo). Anche se è pattuita una clausola simile, il debitore è sempre responsabile integralmente se è in dolo o colpa grave, in applicazione dell’art. 1229, co. 1.

 

 

Le clausole di limitazione della responsabilità della banca nel servizio di cassette di sicurezza

Fino a qualche anno fa era frequente che gli istituti di credito limitassero la responsabilità della banca per il servizio di cassette di sicurezza (art. 1839 ss.) a una somma predeterminata. Tali clausole sono state dichiarate invalide dalla Cassazione (sent. 1129/1976) perché in frode all’art. 1229. In seguito, per aggirare il divieto, fu inserita nei formulari una clausola che vietava al cliente di introdurre nelle cassette di sicurezza beni di valore superiore ad una certa somma, qualificando la stessa come clausola limitativa dell’oggetto del contratto (valida). La Cassazione (sent. 6225/1994) si è di nuovo pronunciata contro la validità di questo tipo di clausola: l’oggetto del contratto in questione consiste nel vigilare le cassette e non nell’obbligo di risarcire il danno. La clausola che vieta di introdurre beni di un certo valore, quindi, non delimita l’oggetto del contratto, ma vale solo a limitare la responsabilità della banca anche per i casi di dolo e colpa grave; di conseguenza la clausola è nulla perché configura una frode all’art. 1229.

 

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