Parcella tagliata all’avvocato se sproporzionata al vero valore di causa
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26 Giu 2016
 
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Parcella tagliata all’avvocato se sproporzionata al vero valore di causa

Liquidazione delle spese processuali: il giudice può adeguare il compenso professionale all’avvocato in base all’effettiva importanza della prestazione.

 

Il giudice ha ampia discrezionalità nel ridurre le tariffe degli avvocati, in sede di liquidazione del compenso a termine della causa, se la parcella risulta sproporzionata rispetto al valore “effettivo e reale” della controversia e, pertanto, l’opera prestata dal professionista risulti di modesta importanza. È quanto nuovamente affermato dalla Cassazione con una sentenza dello scorso venerdì [1].

 

La Corte ricorda come le parcelle degli avvocati trovino sì, nel decreto ministeriale, dei parametri cui ancorarsi, tuttavia il giudice è chiamato a un ulteriore vaglio, una verifica sulla scorta dell’utilità apportata dal professionista al cliente con la propria opera, all’importanza di tale attività e, quindi, allo sforzo del legale nell’ambito del singolo giudizio. Un modo, quindi, di ancorare la determinazione del compenso professionale anche alla specifica controversia. Pertanto se la domanda risulta sproporzionata rispetto al vero valore della lite, il magistrato può liberamente adeguare, ridimensionandola, la misura degli emolumenti all’effettiva importanza della prestazione.

 

Secondo la Corte, quindi, il giudice ha la facoltà di adeguare la misura del compenso per il legale all’effettiva importanza della prestazione se si verifica una sproporzione fra il petitum indicato dall’avvocato negli scritti difensivi e l’effettivo valore della controversia. Il magistrato può così esercitare il suo potere discrezionale – che non può sindacare neanche la Cassazione – di compensare in modo equo la prestazione professionale. Il tutto in deroga a quanto previsto dallo specifico scaglione di riferimento.

 

Non è la prima volta che la Cassazione afferma questo principio: la libertà di ricalcolo della parcella, tenuto conto dell’impegno assunto dal professionista e dell’importanza della sua prestazione, è ormai un’interpretazione costante della giurisprudenza di legittimità dal 2013 ad oggi. L’onorario dell’avvocato può quindi scendere al di sotto dei minimi tariffari se la sua opera ha comportato un modesto vantaggio, in termini di utilità pratica, per il proprio cliente. Il che è anche scritto nel Decreto Ministeriale del 2004 [2] laddove si specifica che “…nella liquidazione degli onorari a carico del cliente (…), può essere tenuto conto dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche non patrimoniali, conseguiti, nonché dell’urgenza richiesta per il compimento di singole attività”.

 

Il principio vale anche al contrario, ossia in favore dell’avvocato, poiché, nelle cause di straordinaria importanza, la liquidazione può arrivare fino al quadruplo dei massimi stabiliti, previo parere del Consiglio dell’Ordine.


[1] Cass. sent. n. 13173/2016.

[2] Dm n. 127/2004.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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