Diritto all’oblio, Cassazione: dati da cancellare e deindicizzare
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26 Giu 2016
 
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Angelo Greco
 


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Diritto all’oblio, Cassazione: dati da cancellare e deindicizzare

Anche se il processo è ancora in corso, il privato ha diritto a vedere cancellato l’articolo da Google: i link non devono più essere indicizzati.

 

Ritorna finalmente la Cassazione ad affermare il diritto all’oblio, la possibilità cioè per ogni cittadino – colpevole o innocente che sia – di pretendere la cancellazione dal web dei propri dati, nome e cognome e ogni riferimento a fatti di cronaca non più attuali. I motori di ricerca, in pratica, non devono più pescare notizie obsolete, che non rivestano ormai i connotati dell’interesse pubblico. Risultato: il titolare del giornale web, che abbia deciso di pubblicare, oltre ai fatti, anche i nomi dei soggetti coinvolti, è tenuto – senza potersi trincerare dietro il diritto di cronaca – a cancellare immediatamente i dati e/o a deindicizzarli in modo tale che Google non “peschi” più l’articolo. Unica eccezione, quando l’evento riveste una portata storica tale da rimanere impresso nella memoria collettiva (come, ad esempio, la condanna di un brigatista, in un’epoca che ha segnato il nostro Paese).

 

Ma non è tutto: l’enorme valore della sentenza in commento [1] è che ammette anche il diritto all’oblio quando ancora il processo è in corso, se la notizia – intesa come fatto in sé e per sé – o la singola fase del processo cui si riferisce l’articolo sono ormai vecchi.

Ma procediamo con ordine.

 

 

I precedenti del diritto all’oblio

Era stato nel 2012 che la Corte aveva emesso il suo vademecum in tema di cancellazione dei dati dal web (leggi “Oblio su internet, interviene la Cassazione”): il giornale è tenuto – a semplice richiesta dell’interessato – alternativamente a:

  • cancellare la pagina con la notizia;
  • oscurare il nome e cognome dell’interessato, rimuovendo i tag che collegano tali dati ai motori di ricerca, impedendo così che, alla digitazione degli estremi dell’interessato, l’articolo possa essere ripescato;
  • mantenere l’articolo nell’archivio interno del sito del giornale, ma provvedendo alla sua deindicizzazione.

 

La pronuncia era partita dall’idea che sul web, a differenza della carta stampata, il diritto all’oblio è di difficile tutela, posto che l’articolo è destinato a rimanere sempre online e la notizia, anche quando non più attuale, può essere riletta da chiunque, minando al reinserimento del colpevole nel mondo del lavoro o delle relazioni. Il che contraddice la funzione della pena che deve essere quella della rieducazione del reo e deve tendere al suo reinserimento nella società.

Del resto il codice della privacy autorizza il trattamento dei dati solo “per un tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali sono stati raccolti o successivamente trattati”.

 

A tal sentenza era seguita l’importantissima presa di posizione della Corte di Giustizia UE (leggi “Rivoluzione nel diritto all’oblio: Google responsabile”), secondo cui ad essere responsabile sarebbe non solo – in via diretta – il proprietario del sito internet, ma anche Google, in quanto soggetto che tratta i dati di chi si trova, volontariamente o involontariamente, inserito in qualsiasi sito. Anche la società americana, quindi, deve provvedere alla deindicizzazione delle pagine non più attuali.

 

 

Dopo quanto tempo va cancellato l’articolo?

Il punto saliente di tutta la questione è che – in attesa dell’attuazione della nuova disciplina comunitaria sulla privacy, che dovrebbe regolamentare il diritto all’oblio, definendo i tempi massimi di permanenza dei nomi su internet – non è possibile ancora definire dopo quanto tempo debba essere deindicizzato o cancellato un articolo. Il tutto, quindi, viene messo nelle mani del singolo giudice (sebbene, ad oggi, due anni vengono considerati un tempo sufficiente). La Cassazione, però, ci aiuta a tracciare, su questo aspetto, una prima importante conclusione. L’attualità o meno della notizia va riferita non già al processo, il quale, se ancora in corso, rischierebbe di dilatare i tempi del diritto all’oblio in modo enorme, subordinandolo ai ritardi della giustizia italiana e, peraltro, differenziandolo da soggetto a soggetto. Al contrario bisogna avere a riferimento solo il fatto storico. Per cui, ad esempio, se la notizia si riferisce a una contestazione del 2013, cui poi sia seguito un processo con un rinvio di udienza al 2016, il fatto deve ritenersi ormai vecchio poiché, da esso, sono passati ben tre anni.

 

Come dire che la Cassazione, con la sentenza depositata l’altro ieri, ha “parcellizzato” il diritto all’oblio (considerato che la vicenda è tuttora in svolgimento) legandola a ogni singola fase procedimentale.


La sentenza

Cassazione Sentenza 24 giugno 2016, n. 13161

Data udienza 10 giugno 2016

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere

Dott. GRECO Antonio – rel. Consigliere

Dott. CIGNA Mario – Consigliere

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7598-2013 proposto da:

(OMISSIS), (C.F. (OMISSIS)), nella qualita’ di Direttore Responsabile del quotidiano on-line (OMISSIS) e nella qualita’ di legale rappresentante della (OMISSIS) (editore del medesimo quotidiano), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (P.I. (OMISSIS)), in perso del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), giusta procura a margine del

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[1] Cass. sent. n. 13161/2016 del 24.06.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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