Collezionismo: chi vende su internet non paga tasse
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26 Giu 2016
 
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Collezionismo: chi vende su internet non paga tasse

Vendita, acquisto e scambio di oggetti di collezionismo non sono soggetti all’imposizione fiscale come le attività imprenditoriali se l’attività non è professionale e abituale.

 

Il collezionista che su internet compra, vende e scambia oggetti, anche di valore rilevante, non va assoggettato alle norme sulle attività commerciali a condizione che agisca senza alcun scopo di lucro. Il suo unico obiettivo, quindi, non deve essere quello di “fare soldi”, lucrando sulle operazioni di acquisto e vendita, ma deve semplicemente muoversi nell’intento di arricchire la propria collezione. Tale attività, infatti, non è esercitata in modo non professionale e abituale e, pertanto, non può essere equiparata a quella di commercio elettronico. L’Agenzia delle Entrate, in tali casi, non potrà effettuare accertamenti fiscali per chiedere maggiori tasse. È quanto chiarito dalla Commissione Tributaria Regionale della Toscana [1].

 

Il principio affermato dai giudici è abbastanza semplice e lineare: non si deve nascondere dal fisco chi effettua scambi, vendite o acquisti di oggetti da collezione su eBay o altre piattaforme online presenti internet: anche se tali scambi sono continui e ripetuti, l’importante è far in modo che attraverso tali operazioni non si voglia realizzare un profitto commerciale. Quindi:

  • l’acquisto di prodotti da collezione non deve essere rivolto alla rivendita degli stessi con un sovrapprezzo per realizzare un utile, ma deve avere, come unico obiettivo, quello di arricchire la propria raccolta per un piacere soggettivo e personale, non già economico;
  • la vendita deve essere rivolta a procurarsi i soldi per acquistare nuove unità della collezione e non per guadagnare un extra rispetto al proprio lavoro.

 

In sintesi, il semplice fine collezionistico, non accompagnato dall’intenzione di realizzare un lucro, non fa sì che il collezionista possa qualificarsi come imprenditore; la sua attività non può qualificarsi come “commercio elettronico” e non ha alcun impatto sulle imposte sui redditi.

 

Secondo i giudici, perché il contribuente possa definirsi “imprenditore” è necessario che sia presente il cosiddetto “lucro soggettivo”: egli, cioè, deve agire con il cosciente scopo di realizzare un utile ulteriore rispetto a quello di arricchire e migliorare la propria collezione. In buona sostanza e volendo semplificare:

  • se le operazioni di acquisto e vendita degli oggetti d’arte vengono posti in essere con finalità speculative (quella del mercante d’arte) scatta l’ulteriore tassazione sui redditi percepiti come una normale attività di impresa [2];
  • viceversa, se il soggetto si è limitato ad acquistare i beni suddetti per tenerseli oppure per destinare il ricavato della vendita degli stessi all’acquisto di altre bottiglie, in spirito collezionistico, non si può più parlare di imprenditore ai fini fiscali.

 


[1] CTR Toscana, sent. n. 826/31/16.

[2] Art. 55 Testo Unico Imposte sui Redditi.

 


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