L’avvocato è libero di non fare la causa?
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26 Giu 2016
 
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L’avvocato è libero di non fare la causa?

Nonostante il mandato conferito all’avvocato questi è libero, e anzi ha il dovere, di dissuadere il cliente dall’intraprendere una causa persa.

 

Se l’avvocato ritarda nell’avvio della causa che il cliente gli ha chiesto di intraprendere è responsabile se da ciò ne deriva un danno (ad esempio, la prescrizione dell’azione); ciò vale anche se l’assistito non ha ancora firmato la procura sull’atto processuale: in questi casi, infatti, il mandato professionale – benché conferito a voce – si considera già valido e confermato. Tuttavia, l’avvocato è libero di dissuadere il cliente dall’avviare cause che sin da principio gli appaiano “perse”. Anzi, il legale ha un vero e proprio dovere di informare l’assistito di tutti i rischi del giudizio e di convincerlo a desistere da giudizi che potrebbero portare a una probabile sconfitta. È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente sentenza [1].

 

 

Se il cliente non ha ancora firmato la procura ma ha dato l’incarico

Come abbiamo spiegato in “Avvocato responsabile anche a procura non ancora firmata”, una cosa è l’incarico che il cliente conferisce all’avvocato affinché lo difenda e assista in causa, un’altra è la firma della procura processuale, necessaria quest’ultima solo per dare validità all’atto che verrà depositato, in un secondo momento, in tribunale. In particolare:

  • l’incarico è un normalissimo contratto di mandato, che si può siglare anche oralmente, senza bisogno della firma su una scrittura privata: con esso, l’assistito e il difensore si accordano per un’attività professionale da parte di quest’ultimo. L’avvocato, una volta che ha accettato di assistere il cliente (anche se la conferma è avvenuta “a voce”), si obbliga e si impegna a portare a termine il proprio compito. Se non lo fa o lo fa in modo non diligente (ad esempio, in ritardo) è responsabile professionalmente ed è tenuto al risarcimento del danno;
  • la procura processuale (o, come la chiamano gli avvocati, sempre amanti del latino, “procura ad litem”) è invece un’ulteriore formalità: si tratta della firma, da parte del cliente, a margine o alla fine dell’atto processuale che l’avvocato andrà a depositare in tribunale. Serve per ratificare il contenuto dell’atto stesso e anche per confermare al giudice e alla controparte che il legale sta agendo in nome e per conto del proprio assistito.

 

Se il cliente ha conferito, anche a voce, il mandato all’avvocato, ma non ha ancora firmato l’atto processuale, il professionista che dimentica di avviare la causa è responsabile; egli infatti si è già obbligato, con il proprio cliente, a portare a compimento l’incarico. Non può quindi difendere la propria inerzia nascondendosi dietro la scusa della mancata firma della procura, poiché quest’ultimo – come abbiamo detto – è un adempimento del tutto ininfluente con il perfezionamento dell’incarico.

 

 

L’avvocato deve dissuadere il cliente dall’intraprendere una causa persa

In assenza della procura alle liti, non è responsabile l’avvocato che abbia dissuaso il cliente dall’intraprendere una causa ritenuta persa e, in forza di ciò, non l’abbia avviata. Anzi, egli ha un vero e proprio dovere di “allontanare” gli assistiti dalle cosiddette “cause temerarie”, ossia quelle che non abbiano buone possibilità di successo. Un dovere non solo deontologico, ma anche fonte di responsabilità civile. Pertanto, qualora l’avvocato abbia sconsigliato di intraprendere il giudizio, non può pretendersi da lui che si attivi per la promozione del giudizio stesso.

 

La vicenda

La Corte di cassazione ha respinto la richiesta degli eredi di un uomo morto in seguito ad un incidente stradale. Secondo i ricorrenti, la Suprema corte doveva affermare la responsabilità del legale, con conseguente risarcimento, per avere fatto andare in prescrizione il loro diritto al risarcimento.

Dagli atti emergeva, infatti, che l’avvocato aveva sconsigliato i familiari del defunto di intraprendere un’azione giudiziaria contro l’Anas, in quanto dal rapporto della polizia stradale era emerso che l’incidente era colpa del conducente dell’auto, che guidava a forte velocità.

La Cassazione ha rigettato la pretesa degli eredi, precisando che l’avvocato non aveva ricevuto alcun mandato professionale, ma solo una sollecitazione ad agire, alla quale non aveva acconsentito: e ciò perché il verbale della polizia, che ricostruiva l’incidente, attribuiva la colpa all’uomo deceduto, per via di un suo eccesso di velocità.

Per questo, una volta affermato che il legale aveva dato il suo parere contrario ad agire in tribunale, non si poteva pretendere che lo stesso si attivasse per promuovere un giudizio che considerava privo di possibilità di successo.

Del resto, precisano i giudici della terza sezione, nulla avrebbe impedito ai parenti di imboccare comunque le vie legali rivolgendosi ad un altro difensore.

Per la Cassazione non è, dunque, il caso di esprimersi sulla differenza tra procura alle liti e mandato professionale, sulla quale pure avevano insistito i ricorrenti. Quel che è certo è che non ci fu alcun mandato ed è dunque escluso ogni profilo di colpa da parte dell’avvocato. In considerazione, però, degli alterni esiti del giudizio, la Suprema corte compensa le spese tra le parti.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 7 aprile – 23 giugno, n. 13008
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. N.I. , C.A. , P. e Al. , nella qualità di eredi del defunto C.T. , deceduto a seguito di un sinistro stradale, convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Taranto, l’avv. F.C. , chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni nei loro confronti, determinati in Lire 789.910.000, a titolo di responsabilità professionale.
A sostegno della domanda esposero che il professionista aveva omesso di promuovere il giudizio risarcitorio nei confronti dell’ANAS a seguito della morte del proprio familiare, lasciando colpevolmente che il diritto al risarcimento cadesse in prescrizione.
Si costituì l’avv. F. chiedendo il rigetto della domanda, sul rilievo di non aver mai ricevuto dagli attori alcun incarico professionale; chiese, altresì, di poter chiamare in giudizio la propria assicurazione.
Si costituì quindi in giudizio anche la Milano Assicurazioni s.p.a. la quale, oltre a contestare alcuni inadempimenti del professionista, si associò comunque alla richiesta di rigetto della domanda.
Il Tribunale accolse la domanda per quanto di ragione e condannò il convenuto al risarcimento dei danni, riconoscendo un diritto di manleva a

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[1] Cass. sent. n. 13008/2016 del 23.06.2016.

 


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