Chi non è commercialista non può esercitare neanche dietro società
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27 Giu 2016
 
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Chi non è commercialista non può esercitare neanche dietro società

È reato fare consulenze fiscali, commerciali e lavoristiche, esercitando la professione di commercialista o consulente del lavoro, se non si è il titolo abilitativo, anche se con lo schermo di una società di servizi.

 

Dietro le società di servizi non si possono nascondere consulenti privi del titolo di commercialista se questi finiscono per svolgere l’attività del vero e proprio professionista. E così vale anche per i consulenti del lavoro. Diversamente si finisce per commettere il reato di esercizio abusivo della professione [1].

 

Stretta su chi si fa scudo di una società per svolgere, al suo interno e senza apparire in prima persona, attività di commercialista: a metterlo nero su bianco una sentenza di poche ore fa della Cassazione [2]. Secondo la Corte, rischia il carcere chi pur non avendo alcuna abilitazione, costituisce una società inserendo nell’oggetto tutte le attività tributarie normalmente riservate ai commercialisti: elaborazione dati, raccolta di fatture attive e passive, registrazione corrispettivi di costi e ricavi, offerte.

 

Nel caso di specie un uomo aveva svolto, in maniera professionale e continuativa, una serie di atti che venivano univocamente individuati di competenza specifica di professione per la quale, tuttavia, era privo del titolo abilitativo. È stato pertanto condannato per il reato di esercizio abusivo.

 

Le stesse riflessioni – si legge in sentenza – possono essere svolte con riferimento allo svolgimento di attività tipiche della funzione di consulente del lavoro, per le quali bisogna pure essere in possesso del titolo abilitativo.

 

 

Le Sezioni Unite della Cassazione

Questione controversa, fonte di contrasto giurisprudenziale, è quella relativa all’individuazione degli atti che integrano l’abusivo esercizio perseguito dalla norma. A un primo orientamento restrittivo, che riteneva si dovessero prendere in considerazione solo gli atti previsti da apposita norma come di competenza esclusiva, cosiddetti riservati, di una data professione, ha fatto seguito un’interpretazione estensiva, fatta propria dalle Sezioni Unite [3]. La Cassazione, in particolare, ha ritenuto che a questi si affianchino anche gli atti cosiddetti caratteristici della professione, quelli cioè che, seppur non di competenza esclusiva, sono univocamente individuati e strumentalmente connessi a quelli riservati. Tali atti, laddove vengano posti in essere dal soggetto non abilitato, secondo modalità continuative e professionali, sono potenzialmente in grado di creare l’oggettiva apparenza, per il terzo inconsapevole, di trovarsi di fronte a un professionista regolarmente abilitato e come tali possono integrare il reato di esercizio abusivo della professione.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 24 maggio – 27 giugno 2016, n. 26617
Presidente Rotundo – Relatore Petruzzellis

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Genova, con sentenza del 04/12/2014, ha confermato l’affermazione di responsabilità di P.M. in ordine al reato continuato di cui all’art. 348 cod. pen. commesso tra il (omissis) ed il (omissis) , previo accertamento della prescrizione dei precedenti episodi e conseguente rideterminazione della sanzione.
Nell’imputazione si contesta all’interessato lo svolgimento di attività riservata a commercialisti ed a consulenti del lavoro, titoli professionali mai conseguiti.
2. Ha proposto ricorso la difesa di P. con il quale si denuncia il vizio di cui all’art. 606 comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen. consistente, quanto all’azione riguardante lo svolgimento di attività quale commercialista, nella mancata valutazione della carenza di dolo, conseguente all’incertezza nelle determinazioni della norma che disciplina l’esercizio delle professioni, che integra il precetto penale, valutata in relazione alla natura e forma dell’attività svolta dall’interessato attraverso una società, il cui oggetto ricomprendeva proprio le attività di consulenza prestate. Tali elementi di fatto vengono valorizzati a sostegno di una

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[1] Art. 348 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 26617/2016 del 27.06.2016.

[3] Cass. S.U. sent. n. 49/2003.

 


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