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Lo sai che? Pubblicato il 27 giugno 2016

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Lo sai che? Pubblicità avvocati: vietato vantarsi

> Lo sai che? Pubblicato il 27 giugno 2016

Nell’informazione al pubblico, l’avvocato deve evitare l’autocelebrazione e la pubblicità comparativa.

La pubblicità degli avvocati non deve contenere esagerazioni o iperboli, anche se chiaramente dettate da intento auto promozionale: l’autocelebrazione è assolutamente vietata quando il legale dovrebbe fornire al pubblico una semplice “informazione” sull’attività professionale che svolge. Informazione che deve essere rispettosa della dignità e del “decoro della professione” e, quindi, di tipo semplicemente conoscitivo. La legge Bersani, infatti, pur avendo liberalizzato la pubblicità in favore degli avvocati, consente loro di fornire solo informazioni sui servizi resi alla clientela, ma non legittima alcuna pubblicità indiscriminata avulsa dalle regole deontologiche. È quanto chiarisce il CNF con una recente sentenza [1].

La vicenda

Al centro della vicenda, un avvocato ritenuto responsabile per la violazione del codice deontologico forense [2] per aver accettato la pubblicazione, su un periodico, di un articolo-intervista dal contenuto autoelogiativo; il legale aveva fornito informazioni sulla propria attività di studio, sulla propria professionalità e clientela, senza peraltro indicare le informazioni obbligatorie, ivi compresa l’indicazione del Consiglio d’Ordine di appartenenza.

L’uomo si era giustificato sostenendo da un lato che le parole pubblicate nell’intervista non erano le sue, ma quelle del giornalista; dall’altro che l’articolo non era stato da lui sollecitato ma offerto spontaneamente dal giornale. Censure rigettate perché: con riferimento alla prima non era risultato che l’avvocato, a pubblicazione avvenuta, avesse preso le distanze dal contenuto della pubblicazione o se ne fosse dissociato quanto alle frasi virgolettate; con riferimento alla seconda, l’avvenuta o mancata sollecitazione dell’intervista può semmai assumere rilievo solo ai fini della quantificazione della sanzione, non certo dell’illecito deontologico, poiché la sollecitazione deve considerarsi elemento concorrente e non esclusivo della violazione.

Ecco le frasi incriminate dell’intervista:

La sua grande soddisfazione è quella di aver fondato uno studio che, oltre ad essere diventato un punto di riferimento per i suoi clienti, è una fucina di professionisti”;

–  “Io sono sempre in giro per il mondo, passo da un consiglio di amministrazione all’altro, da un collegio sindacale all’altro, mi muovo in continuazione, mi informo e mi documento su ogni cosa, sono curioso di tutto e tengo la mente in perenne ebollizione”;

–  “Potrei scrivere un libro per tutte le cose che ho fatto. Ad esempio, 21 anni fa, salvai un signore che era rovinato dagli strozzini”;

–  “E poi la stima e il rispetto che si rispecchia in questo studio associato che non è mai stato e non sarà mai un condominio di avvocati, ma una fucina di professionisti dove ognuno dà il meglio si se stesso”.

Come deve essere l’informazione

Ricordiamo cosa prescrive il codice deontologico forense quando l’avvocato intende effettuare informazioni sull’attività professionale [3].

L’avvocato che intende dare informazione sulla propria attività professionale deve indicare:

  • la denominazione dello studio, con la indicazione dei nominativi dei professionisti che lo compongono qualora l’esercizio della professione sia svolto in forma associata o societaria;
  • il Consiglio dell’Ordine presso il quale è iscritto ciascuno dei componenti lo studio;
  • la sede principale di esercizio, le eventuali sedi secondarie ed i recapiti, con l’indicazione di indirizzo, numeri telefonici, fax, e-mail e del sito web, se attivato;
  • il titolo professionale che consente all’avvocato straniero l’esercizio in Italia, o che consenta all’avvocato italiano l’esercizio all’estero, della professione di avvocato in conformità delle direttive comunitarie.

Può indicare:

  • i titoli accademici;
  • i diplomi di specializzazione conseguiti presso gli istituti universitari;
  • l’abilitazione a esercitare avanti alle giurisdizioni superiori;
  • i settori di esercizio dell’attività professionale e, nell’ambito di questi, eventuali materie di attività prevalente;
  • le lingue conosciute;
  • il logo dello studio;
  • gli estremi della polizza assicurativa per la responsabilità professionale;
  • l’eventuale certificazione di qualità dello studio; l’avvocato che intenda fare menzione di una certificazione di qualità deve depositare presso il Consiglio dell’Ordine il giustificativo della certificazione in corso di validità e l’indicazione completa del certificatore e del campo di applicazione della certificazione ufficialmente riconosciuta dallo Stato.

L’avvocato può utilizzare esclusivamente i siti web con domini propri e direttamente riconducibili a sé, allo studio legale associato o alla società di avvocati alla quale partecipa, previa comunicazione tempestiva al Consiglio dell’Ordine di appartenenza della forma e del contenuto in cui è espresso.

Il professionista è responsabile del contenuto del sito e in esso deve indicare i dati previsti dal primo comma.

Il sito non può contenere riferimenti commerciali e/o pubblicitari mediante l’indicazione diretta o tramite banner o pop-up di alcun tipo.

Ed ancora, stabilisce sempre il codice deontologico [4]:

L’avvocato può dare informazioni sulla propria attività professionale.

Il contenuto e la forma dell’informazione devono essere coerenti con la finalità della tutela dell’affidamento della collettività  e rispondere a criteri di trasparenza e veridicità, il rispetto dei quali è verificato dal competente Consiglio dell’Ordine.

Quanto al contenuto, l’informazione deve essere conforme a verità e correttezza e non può avere ad oggetto notizie riservate o coperte dal segreto professionale. L’avvocato non può rivelare al pubblico il nome dei propri clienti, ancorché questi vi consentano.

Quanto alla forma e alle modalità, l’informazione deve rispettare la dignità e il decoro della professione.

In ogni caso, l’informazione non deve assumere i connotati della pubblicità ingannevole, elogiativa, comparativa.

Sono consentite, a fini non lucrativi, l’organizzazione e la sponsorizzazione di seminari di studio, di corsi di formazione professionale e di convegni in discipline attinenti alla professione forense da parte di avvocati o di società o di associazioni di avvocati.

E’ consentita l’indicazione del nome di un avvocato defunto, che abbia fatto parte dello studio, purché il professionista a suo tempo lo abbia espressamente previsto o abbia disposto per testamento in tal senso, ovvero vi sia il consenso unanime dei suoi eredi.

Autocelebrazione vietata

Il CNF ricorda il divieto di enfatizzare le capacità professionali dell’avvocato. È questa la sintesi del codice deontologico laddove stabilisce, con riferimento ai rapporti con la stampa [4] che:

Nei rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di diffusione l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare interviste, per il rispetto dei doveri di discrezione e riservatezza.

Il difensore, con il consenso del proprio assistito e nell’esclusivo interesse dello stesso, può fornire agli organi di informazione e di stampa notizie che non siano coperte dal segreto di indagine.

In ogni caso, nei rapporti con gli organi di informazione e con gli altri mezzi di diffusione, è fatto divieto all’avvocato di enfatizzare la propria capacità professionale, di spendere il nome dei propri clienti, di sollecitare articoli di stampa o interviste sia su organi di informazione sia su altri mezzi di diffusione; è fatto divieto altresì di convocare conferenze stampa fatte salve le esigenze di difesa del cliente.

E’ consentito all’avvocato, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, di tenere o curare rubriche fisse su organi di stampa con l’indicazione del proprio nome e di partecipare a rubriche fisse televisive o radiofoniche.

La legge Bersani

La cosiddetta Bersani [6] ha sì abrogato le disposizioni che non consentivano la cosiddetta pubblicità informativa relativamente alle attività professionali, ma non ha abrogato la norma [7] che punisce comportamenti non conformi alla dignità e al decoro professionale. È dunque consentita la diffusione di specifiche informazioni sull’attività, prezzi, contenuti ed elementi in grado di orientare razionalmente le scelte di colui che va cercando assistenza, con le dovute limitazioni connesse alla dignità e al decoro della professione, la cui verifica è affidata al potere-dovere dell’ordine professionale, e con la precisazione che essa non debba assumere i connotati della pubblicità ingannevole, elogiativa, comparativa.

note

[1] CNF sent. n. 163/2015.

[2] Artt. 17, 17-bis e 18 del codice deontologico forense.

[3] Art. 17 bis cod. deontologico forense.

[4] Art. 17 cod. deontologico forense.

[5] Art. 18 cod. deontologico forense.

[6] Art. 2 del d.l. n. 226/2006, convertito nella l. n. 248/2006.

[7] Art. 38 c. 1, Rdl n. 1578/1933.

Autore immagine: 123rf com

N. 182/10 R.G.

RD n. 163/15

CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio Nazionale Forense, riunito in seduta pubblica, nella sua sede presso il Ministero della Giustizia, in Roma, presenti i Signori:

– Avv. Piero Guido ALPA
– Avv. Andrea MASCHERIN
– Avv. Paolo BERRUTI
– Avv. Carla BROCCARDO “
– Avv. Federico FERINA “
– Avv. Fabio FLORIO “
– Avv. Enrico MERLI “
– Avv. Aldo MORLINO “
– Avv. Claudio NERI “
– Avv. Andrea PASQUALIN “
– Avv. Bruno PIACCI “
– Avv. Giuseppe PICCHIONI “
– Avv. Susanna PISANO “
– Avv. Michele SALAZAR “
– Avv. Ettore TACCHINI “
con l’intervento del rappresentante il P.M. presso la Corte di Cassazione nella persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Raffaele Ceniccola ha emesso la seguente

SENTENZA

sul ricorso presentato dall’ avv. F.G. avverso la decisione in data 18/1/10 , con la quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di M. gli infliggeva la sanzione disciplinare della cen- sura ;
Il ricorrente, avv. F.G. non è comparso;

è presente il suo difensore avv. F. C. ;
Per il Consiglio dell’Ordine, regolarmente citato, nessuno è comparso;
Udita la relazione del Consigliere avv. Andrea Pasqualin;
Inteso il P.M., il quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
Inteso il difensore del ricorrente, il quale ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

FATTO

In data 22.7.2009 il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di M. deliberava l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. F.G. con la contestazione dei seguenti

Presidente Segretario Componente

addebiti:
“A) Per la violazione dell’art. 18 CDF per avere sollecitato o comunque accettato l’offerta di pubblicare, sul numero 41 del mese di gennaio-febbraio del 2009 del periodico mensile denominato “M. C.” distribuito sul territorio di M. e B., un articolo-intervista a lui stesso rife- ribile, corredato da più fotografie, nel testo del quale ha più volte enfatizzato la propria ca- pacità professionale utilizzando frasi dal contenuto autoelogiativo come:

“La sua grande soddisfazione è quella di aver fondato uno studio che, oltre ad es- sere diventato un punto di riferimento per i suoi clienti, è una fucina di professioni- sti”;

–  “Io sono sempre in giro per il mondo, passo da un consiglio di amministrazione all’altro, da un collegio sindacale all’altro, mi muovo in continuazione, mi informo e mi documento su ogni cosa, sono curioso di tutto e tengo la mente in perenne ebol- lizione”;

–  “Potrei scrivere un libro per tutte le cose che ho fatto. Ad esempio, 21 anni fa, sal- vai un signore che era rovinato dagli strozzini”;

–  “E poi la stima e il rispetto che si rispecchia in questo studio associato che non è mai stato e non sarà mai un condominio di avvocati, ma una fucina di professionisti dove ognuno dà il meglio si se stesso”.

In M., accertato nel mese di gennaio-febbraio 2009
B) Per la violazione dell’art. 17 CDF perchè nell’articolo-intervista pubblicato sul numero 41 del mese di gennaio-febbraio 2009 del periodico mensile denominato “M. C.” distribuito sul territorio monzese, ha fornito informazioni sulla propria attività, professionalità e rap- porto con i clienti aventi i connotati della pubblicità e per di più “elogiativa” per il contenuto auto-celebrativo di buona parte del testo ed in particolare delle frasi già riportate al capo di incolpazione sub A), corredandolo di numerose proprie fotografie;
in M., accertato nel mese di gennaio-febbraio 2009
C) Per la violazione dell’art. 17 bis CDF per non aver fornito nel testo dato alla stampa, tut- te le informazioni obbligatorie previste dal primo comma di detta norma, ivi compreso il non aver indicato, in calce all’articolo/intervista pubblicato sul numero 41 di gennaio- febbraio 2009 del periodico mensile denominato “M. C.”, il Consiglio dell’Ordine di appar- tenenza.
In M., accertato nel mese di gennaio-febbraio 2009.”.
Con nota in data 24.9.2009 l’avv. G. tra l’altro deduceva: che l’articolo non era stato da lui autorizzato; che era stato contattato dal giornale, la cui proprietà era legata alla sua famiglia, perché esprimesse la sua opinione sulla giustizia e sull’avvocatura; che si era soffer- mato anche su alcuni aspetti della sua vita e che il giornalista aveva voluto, di propria ini- ziativa, fare riferimento anche a questo tema; che pertanto non aveva sollecitato la pubbli- cazione dell’articolo, che peraltro non enfatizzava le capacità professionali in forma autoe- logiativa, ma riferiva della sua soddisfazione per quanto realizzato nella vita, non solo pro- fessionale; che la frase relativa allo studio come punto di riferimento per i clienti e fucina di professionisti era una considerazione dell’autore, tanto che non era virgolettata; che co- munque le frasi in questione non avevano intento pubblicitario; che aveva precisato di es- sere iscritto a M.; che la posizione del Consiglio dell’Ordine poteva essere in contrasto con la c.d. legge Bersani e portare ad una violazione del principio costituzionale di libertà di espressione.

Fissata la trattazione dibattimentale, veniva udito in tale sede l’estensore dell’articolo, il quale tra l’altro dichiarava: che quello che aveva dichiarato l’avv. G. non era stato preci- samente riportato; che l’intervista era stata una chiacchierata libera, senza un tema speci- fico; che aveva elaborato il testo in forma giornalistica; che la redazione dell’articolo non era stata espressamente autorizzata, nel senso che l’intervista era stata accettata; che il testo non era stato sottoposto all’avv. G. perché lo rileggesse prima della pubblicazione; che nell’articolo erano state riportate le dichiarazioni dell’avv. G., anche se elaborate in forma giornalistica; che le frasi virgolettate erano “quelle espressamente pronunciate dall’avv. G.”.

Con decisione in data 18.1.2010 il Consiglio riteneva l’incolpato responsabile degli illeciti contestati e gli irrogava la sanzione della censura.
Il Consiglio nella sostanza affermava: che i precetti relativi ai rapporti con gli organi di stampa (art. 18) ed alla pubblicità informativa (art. 17), “pur con le modifiche introdotte a seguito del c.d. “decreto Bersani” non esimono l’avvocato dal rispetto dei canoni di decoro e dignità della professione oltre che della trasparenza e veridicità dell’informazione”; che l’art. 18 “impone all’avvocato, nei rapporti con la stampa, di ispirarsi a criteri di equilibrio e misura per non incorrere in atteggiamenti concorrenziali ed evitare che i rapporti con gli organi di informazione si trasformino in occasione di mera pubblicità personale”; che, “co- me ha avuto modo di osservare il C.N.F., le qualità professionali di un avvocato non pos- sono scaturire da una mera valutazione autoreferenziale (sentenza n. 173/2008)”; che il tenore complessivo delle dichiarazioni dell’avv. G. “hanno indubbiamente tenore auto- elogiativo, mirando a rimarcare, e dunque ad enfatizzare, il tratto caratterizzante e diffe- renziante l’attività professionale dell’intervistato rispetto alla maggioranza degli altri colleghi, sottolineando cioè la propria eccellenza nei confronti della molteplicità degli avvocati monzesi, con indiretto effetto di discredito della categoria forense”; che, indipendentemen- te dalla circostanza che l’intervista sia stata rilasciata su invito del giornalista, l’avvocato deve comunque fare sì che le proprie dichiarazioni non violino i precetti deontologici; che “L’avvenuta o mancata sollecitazione dell’intervista può semmai assumere rilievo solo ai fini della quantificazione della sanzione, non certo dell’illecito deontologico, poiché la sol- lecitazione deve considerarsi elemento concorrente e non esclusivo della violazione di cui all’art. 18 C.D.F.”; che non risultava che l’avv. G., a pubblicazione avvenuta, avesse preso le distanze dal contenuto della pubblicazione o se ne fosse dissociato quanto alle frasi virgolettate; che egli non aveva fornito “tutti gli elementi obbligatoriamente richiesti dall’art. 17-bis, quale l’Ordine di appartenenza”, e quindi aveva violato anche le relative disposi- zioni.

Avverso tale decisione l’avv. G. ha proposto rituale ricorso, affidandolo a tre motivi.
Con il primo censura l’affermazione di responsabilità ai sensi dell’art. 18 cod. deont. af- fermando che l’articolo non era stato sollecitato, ma era stato frutto di un’iniziativa del suo autore, che aveva ritenuto interessante raccontare la figura umana, non tanto quella pro- fessionale, dell’avv. G. e che non emergeva in alcun modo che questi avesse enfatizzato la propria capacità professionale e speso il nome di clienti.
Con il secondo mezzo critica l’affermazione di responsabilità ex art. 17 cod. deont. ed af- ferma: che nell’articolo non è ravvisabile alcun intento pubblicitario; che la decisione è contraddittoria, da una parte riconoscendo che la pubblicità è consentita e dall’altra affer- mando che nei rapporti con la stampa l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e mi- sura per non incorrere in atteggiamenti concorrenziali e per evitare che tali rapporti si tra- sformino in occasione di mera pubblicità personale, essendo, una pubblicità che escluda la concorrenza, una contraddizione in termini e non essendo dato sapere cosa possa es- sere una pubblicità impersonale; che l’avv. G. non aveva parlato della sua professione, ma di altro, talché non era dato discutere di tenore auto-elogiativo delle dichiarazioni in questione; che anche l’intento di marcare la propria eccellenza nei riguardi della moltepli- cità degli avvocati monzesi, con indiretto discredito della categoria forense, era una mera supposizione non suffragata da elementi oggettivi; che una soluzione diversa dall’assolu- zione comporterebbe la violazione del diritto di espressione, costituzionalmente garantito; che la decisione impugnata sembrava pretendere di vietare l’utilizzo delle leve concorren- ziali introdotte dalla c.d. legge Bersani; che il Consiglio dell’Ordine aveva trascurato il dirit- to-dovere di informazione di cui all’art. 40 cod. deont..

Con il terzo mezzo censura l’affermazione di responsabilità ai sensi dell’art. 17-bis cod. deont., osservando che nell’articolo si legge che l’avv. G. era iscritto al Tribunale di M. e che l’imprecisione era riferibile al giornalista o ad un refuso.
Chiede l’assoluzione.

DIRITTO

Sono infondati i primi due mezzi, che per la loro connessione possono essere trattati con- giuntamente.
L’art. 18 cod. deont. previg., nel disciplinare i rapporti con la stampa, prevede che l’avvocato debba “ispirarsi a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare interviste, per il ri- spetto dei doveri di discrezione e di riservatezza” e che “è fatto divieto … di enfatizzare la propria capacità professionale …”.

L’art. 17 cod. deont. previg., nel contemplare le informazioni sull’attività professionale, prevede che l’informazione debba “essere conforme a verità e correttezza”, deve “rispetta- re la dignità e il decoro della professione” e non deve “assumere i connotati della pubblici- tà ingannevole, elogiativa, comparativa”.

La decisione impugnata, nell’affermare la responsabilità dell’incolpato per la violazione di tali norme, ha valorizzato il carattere auto-elogiativo delle dichiarazioni dell’avv. G., in quanto dirette ad enfatizzare le caratteristiche della propria attività professionale rispetto a quella della maggioranza degli altri colleghi.

Le critiche del ricorrente non colgono nel segno.
Non quelle relative al primo capo d’incolpazione, che si risolvono nella considerazione che l’avv. G. non ha sollecitato l’intervista e nella negazione che egli abbia enfatizzato la pro- pria capacità professionale e speso il nome di clienti.
Neppure quelle concernenti il secondo capo d’incolpazione, fondate sulla contestazione dell’esistenza di intenti pubblicitari, sull’assunta contraddittorietà dell’ammettere la pubbli- cità, affermando però che l’avvocato nei rapporti con la stampa non deve incorrere in at- teggiamenti concorrenziali e deve evitare che tali rapporti si trasformino in occasioni di mera pubblicità personale, non essendo dato immaginare una pubblicità che escluda la concorrenza e che sia impersonale, sulla dedotta assenza di affermazioni di carattere au- to-elogiativo e comparativo, sulle circostanze che la conferma dell’affermazione di respon- sabilità si tradurrebbe in una violazione del diritto di espressione e che l’utilizzo dello stru- mento pubblicitario sarebbe stato consentito dalla c.d. legge Bersani, sul diritto-dovere di informazione di cui all’art. 40 cod. deont..
Sgomberato il campo (i) dalla rivendicazione della mancata sollecitazione dell’intervista, posto che tale circostanza, come ha correttamente ritenuto il Consiglio dell’Ordine, può assumere rilievo ai fini della determinazione della sanzione, ma non dell’integrazione dell’illecito, che può ricorrere anche qualora l’intervista venga solamente accettata, (ii) dall’affermazione di non avere speso il nome di clienti, circostanza non contestata, (iii) e dal richiamo all’art. 40, che, avendo ad oggetto gli obblighi informativi nei confronti del cliente quanto agli incarichi affidati ed alla loro gestione, non ha alcuna attinenza con la fattispecie, va rilevato come ricorrano le violazioni contestate, con particolare riferimento all’enfatizzazione della capacità professionale ed al carattere elogiativo delle affermazioni rese nell’intervista, con la conseguente violazione del precetto dell’art. 18 e delle regole relative all’esercizio della pubblicità informativa di cui all’art. 17.

A tale ultimo riguardo si deve ricordare, atteso il richiamo del ricorrente alla c.d. legge Bersani, che l’art. 2 del d.l. n. 223/2006, convertito nella n. 248/2006, abrogando le dispo- sizioni che non consentivano la c.d. pubblicità informativa relativamente alle attività pro- fessionali, non ha affatto abrogato l’art. 38, c. 1, del r.d.l. n. 1578/1933, il quale punisce comportamenti non conformi alla dignità ed al decoro professionale. Dovendosi pertanto interpretare l’art. 17 alla luce di tale disposizione, la pubblicità informativa deve essere consentita nei limiti fissati dal codice deontologico e comunque deve essere svolta con modalità che non siano lesive della dignità e del decoro professionale (Consiglio Naz. Fo- rense, 15 ottobre 2012, n. 152; Consiglio Naz. Forense 21 aprile 2011, n. 56). Il codice deontologico forense, infatti, a seguito dell’entrata in vigore della normativa nota come “Bersani”, consente non una pubblicità indiscriminata (ed in particolare non comparativa ed elogiativa), ma la diffusione di specifiche informazioni sull’attività, anche sui prezzi, i contenuti e le altre condizioni di offerta di servizi professionali, al fine di orientare razio- nalmente le scelte di colui che ricerchi assistenza, nella libertà di fissazione del compenso e della modalità del suo calcolo. La peculiarità e la specificità della professione forense, in virtù della sua funzione sociale, impongono tuttavia, conformemente alla normativa comu- nitaria ed alla costante sua interpretazione da parte della Corte di Giustizia, le limitazioni connesse alla dignità ed al decoro della professione, la cui verifica è dall’ordinamento affi- data al potere-dovere dell’ordine professionale (Consiglio Naz. Forense, 15 ottobre 2012, cit.; Consiglio Naz. Forense, 21 dicembre 2009, n. 183).

Si legge in Cass., 13 novembre 2012, n. 19705: “E’ vero infatti, che il D.L. n. 223 del 2006, art. 2, conv. con L. n. 248 del 2006, ha abrogato le disposizioni legislative che prevedeva- no, per le attività libero-professionali, divieti anche parziali di svolgere pubblicità informati- va. … Sennonchè diversa questione dal diritto a poter fare pubblicità informativa della propria attività professionale è quella che le modalità ed il contenuto di tale pubblicità non possono ledere la dignità e (a)il decoro professionale, in quanto (1) i fatti lesivi di tali valori integrano l’illecito disciplinare di cui al R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 38, comma 1 Lo stes- so art. 17 del regolamento deontologico forense dispone che sussiste la libertà di informa- zione da parte dell’avvocato sulla propria attività professionale, ma che tale informazione, quanto alla forma ed alle modalità deve “rispettare la dignità ed il decoro della professio- ne” e non deve assumere i connotati della “pubblicità ingannevole, elogiativa, comparati- va”” (nello stesso senso Cass., 18 novembre 2010, n. 23287).

Nella fattispecie appare evidente che le espressioni riportate nel capo d’incolpazione inte- grano le violazioni contestate.
Esse infatti, considerate individualmente ed anche nel loro contesto complessivo (“La sua grande soddisfazione è quella di aver fondato uno studio che, oltre ad essere diventato un punto di riferimento per i suoi clienti, è una fucina di professionisti”; “Io sono sempre in giro per il mondo, passo da un consiglio di amministrazione all’altro, da un collegio sindacale all’altro, mi muovo in continuazione, mi informo e mi documento su ogni cosa, sono curio- so di tutto e tengo la mente in perenne ebollizione”; “Potrei scrivere un libro per tutte le cose che ho fatto. Ad esempio, 21 anni fa, salvai un signore che era rovinato dagli strozzi- ni”; “E poi la stima e il rispetto che si rispecchia in questo studio associato che non è mai stato e non sarà mai un condominio di avvocati, ma una fucina di professionisti dove ognuno dà il meglio si se stesso”), si risolvono in un’enfatizzazione della capacità profes- sionale che non solo è espressamente vietata dalla norma, ma che appare chiaramente stonata dinanzi al richiamo ai criteri di equilibrio e di misura ed al rispetto dei doveri di di- screzione e di riservatezza di cui all’art. 18.

Il contrasto è, se si vuole, ancora più marcato con le previsioni dell’art. 17, dal momento che nelle affermazioni dell’avv. G. di cui al capo d’incolpazione non appare che riguardi le informazioni sull’attività professionale di cui a tale norma, ma piuttosto una serie di consi- derazioni di carattere quanto meno auto-elogiativo e che, come ha correttamente ritenuto il Consiglio dell’Ordine, lasciano “intendere che altri avvocati non si informino o non si do- cumentino adeguatamente ovvero che lavorino in studi considerati “condomini di profes- sionisti” evidentemente non all’altezza di svolgere la professione con le stesse capacità di autorevolezza dell’intervistato, finendo così con l’assumere anche il carattere dell’informazione pubblicitaria comparativa.

E’ invece fondato il terzo motivo di impugnazione, posto che non risulta potersi ritenere violato l’art. 17-bis cod. deont. previg., con particolare riferimento all’indicazione del Con- siglio dell’Ordine di iscrizione, posto che nell’intervista l’avv. G. dichiara “di essere iscritto

al Tribunale di M.”, indicazione che, al di là della sua inesatta trascrizione che appare im- putabile al giornalista, risulta dover essere letta come riferimento all’Ordine di M..
A seguito del parziale accoglimento del ricorso si impone la riduzione della sanzione, so- stituendosi alla censura l’avvertimento.

P .Q.M.

Il Consiglio Nazionale Forense, riunito in Camera di Consiglio;
visti gli artt. 50 e 54 del R.D.L. 27 novembre1933, n. 1578 e gli artt. 59 e segg. del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37;
accoglie, per quanto di ragione, il ricorso proposto dall’avv. F.G. avverso la decisione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di M. ed in parziale modifica della decisione impugna- ta, applica all’avv. G. la sanzione dell’avvertimento.
Dispone che in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma per finalità di informazione su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli inte- ressati riportati nella sentenza.
Così deciso in Roma il 21 febbraio 2015.

IL SEGRETARIO IL PRESIDENTE
f.to Avv. Andrea Mascherin f.to Prof. Avv. Piero Guido Alpa

Depositata presso la Segreteria del Consiglio nazionale forense, oggi 11 novembre 2015

Copia conforme all’originale

LA CONSIGLIERA SEGRETARIA f.to Avv. Rosa Capria

LA CONSIGLIERA SEGRETARIA Avv. Rosa Capria

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