Avvocati: incostituzionale l’iscrizione obbligatoria alla Cassa Forense
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28 Giu 2016
 
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Avvocati: incostituzionale l’iscrizione obbligatoria alla Cassa Forense

Bocciate le norme che impongono l’iscrizione obbligatoria alla Cassa di Previdenza degli avvocati, poiché impongono oneri eccessivi a carico di chi non ha un reddito tale da pagare i contributi.

 

Le nuove regole che impongono agli avvocati l’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense come condizione per iscriversi o rimanere iscritti all’albo professionale sono finalmente al banco degli imputati; l’accusa è che, in tal modo, si finisce per privilegiare solo chi ha un reddito tale da consentirgli di pagare i contributi mentre per gli altri non resta che la cancellazione dall’albo. Si tratta di oneri sproporzionati, arbitrari, irrazionali che violano la Costituzione, il diritto dell’Unione Europea e la Carta dei Diritti dell’Uomo (CEDU). È quanto affermato dal Tar Lazio in una recente sentenza [1] che farà discutere parecchio nei prossimi mesi, anche perché dà il via a una questione che potrebbe riaprire la possibilità, per molti giovani avvocati costretti a cancellarsi dall’albo, di ritornare ad esercitare. Ma procediamo con ordine.

 

Il Tar è stato chiamato a pronunciarsi sulla legittimità del regolamento attuativo della legge del 2012 [2] che ha imposto l’iscrizione automatica alla Cassa e la cancellazione dall’albo per quanti non pagano i contributi. La sentenza termina con una dichiarazione di difetto di giurisdizione: il Tribunale ritiene infatti che a dover decidere sia il giudice del lavoro. Ma, prima di rimettere il fascicolo ai colleghi, i giudici amministrativi sembrano strizzare un occhio alla tesi dell’incostituzionalità sostenuta dai ricorrenti, un gruppo di avvocati che aveva impugnato la recente normativa sull’iscrizione obbligatoria alla Cassa.

 

Diversi i punti trattati. Tutti gli avvocati – si legge nel provvedimento – hanno il diritto di permanere nell’unico sistema previdenziale, sia quelli che rientrano nei parametri stabiliti ex l. n. 576/80, sia quelli che non vi rientrano, con pari dignità professionale e pari diritto a restare nel “mercato”. Ebbene, questi parametri reddituali, fissati dalla Cassa con un proprio regolamento, sono stati di fatto decisi “dagli avvocati con più anzianità di servizio” (in quanto eleggibili) e, come tali – rileva il TAR – potrebbero avere uno specifico interesse corporativo a limitare l’accesso alla professione ai giovani, onde non subirne la concorrenza. Il contributo minimo obbligatorio, perciò è rimesso all’arbitrio della Cassa, non essendo stati fissati parametri di controllo e quelli “puntuali e precisi per l’esercizio della normazione secondaria”.

 

È vero, sono state previste delle agevolazioni ma solo per i primi anni di esercizio della professione per passare poi alla contribuzione ordinaria. Dopodiché tutti gli avvocati, sono soggetti alla stessa contribuzione obbligatoria indipendentemente dall’età, dagli anni d’iscrizione e dal reddito nullo o superiore ai parametri fissati dal CNF. Il che contrasta con la Costituzione [3].

 

Così, il giovane avvocato, dopo aver faticosamente conseguito l’abilitazione superando l’esame di Stato, rischia di non potersi iscrivere all’albo o di doversi cancellare e di perdere il diritto alla pensione. Il Tar evidenzia come questi limiti alla professione non colpiscano solo chi ha appena ottenuto l’abilitazione, ma anche i professionisti con 10 o più anni di anzianità che non raggiungono il minimo e sono costretti ad abbandonare la professione senza sapere se, quando e quanto prenderanno di pensione.

 

Le nuove norme finiscono per costituire veri e propri ostacoli permanenti per l’accesso alla professione, ostacoli che non hanno un valido fondamento legale, penalizzando i professionisti più deboli e privi di sufficiente reddito, e premiando gli altri avvocati con maggiori redditi. Il che peraltro va contro un principio fondamentale del nostro ordinamento che è quello secondo cui a ciascun lavoratore deve essere garantito un reddito minimo per poter soddisfare i propri bisogni vitali, reddito che invece viene negato dalla riforma.

 

Insomma, chiosa il ricorso, se proprio si voleva restringere l’esercizio della professione era meglio prevedere il famoso “numero chiuso” piuttosto che giocare con i sacrosanti diritti al lavoro e alla pensione.


La sentenza

TAR Lazio, sez. III-bis, sentenza 10 marzo – 24 giugno 2016, n. 7353
Presidente/Estensore Quiligotti

Fatto e diritto

1 – Con il ricorso introduttivo del presente giudizio i ricorrenti hanno impugnato il Regolamento attuativo ai sensi dell’art. 21, commi 8 e 9, della Legge n. 247/2012, approvato con la nota ministeriale n. 36/0011604/MA004.A007/AVV-L-110 del 7 agosto 2014, pubblicata in G.U. – Serie Generale n. 192 del 20 agosto 2014 a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, recante l’approvazione, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero della Giustizia, della delibera adottata dal Comitato dei Delegati della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense n. 20 del 20 giugno 2014, con specifico riferimento agli articoli 7, comma 6 e 9, comma 5.
Alla trattazione nel merito del ricorso hanno premesso l’illustrazione della propria posizione ai fini della dimostrazione della propria legittimazione e del proprio interesse alla presentazione del ricorso in trattazione.
In particolare hanno rilevato, al riguardo, che:
– prima dell’entrata in vigore della legge n. 247/2012 gli stessi non risultavano iscritti alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense e risultavano, invece, iscritti soltanto

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[1] Tar Lazio, sent. n. 7353/16 del 24.06.2016.

[2] Regolamento attuativo ai sensi dell’art. 21, commi 8 e 9 l. n. 247/12, approvato con la nota ministeriale n. 36/0011604/MA004.A007/AVV-L-110 del 7/8/14 (G.U. – Serie Generale n. 192 del 20/8/14) a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, recante l’approvazione, di concerto con il MEF e il Ministero della Giustizia, della delibera adottata dal Comitato dei Delegati della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense n. 20 del 20/6/14, con specifico riferimento agli artt. 7, comma 6 e 9, comma 5.

[3] Artt. 2, 3, 4, 23, 33 co. 5, 41, 53, 97, 113, 114 e 117 Cost.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
29 Giu 2016 giovanni cascelli

dovrebbero dimettersi i responsabili della cassa forense

 
29 Giu 2016 avv VIncenzo Padula

E’ la dimostrazione di uno Stato affamato di soldi che cerca di arraffare dovunque incurante della incostituzionalita’ delle proprie decisioni depauperando il diritto al lavoro dei giovani avvocati.

 
29 Giu 2016 Paolo

Ma vi siete chiesti perchè a questo punto, se il Tar ravvisa dei punti di incostituzionalità del regolamento non ha direttamente trasmetto il tutto alla Corte Costituzionale???

 
30 Giu 2016 adriana guzzone neglia

stesso problema con la cassa architetti cosa si può fare per mettere alle sbarre ?????

 
30 Giu 2016 antonio costa

Si torni alla legge ante 2014. Si vergognino i consiglieri della Cassa e quelli del Consiglio Nazionale Forense e si dimettano .
Vengano restituiti i contributi 2015 e permettano agli avvocati “poveri” ma dignitosi di poter lavorare aspettando tempi migliori.
E uno scandalo ,viviamo in una giungla di squali !!!

 
28 Lug 2016 Alessia D.

ma il Tar non può dichiarare alcuna in costituzionalità! Si è limitato a riconoscere il difetto di giurisdizione in favore del giudice ordinario quindi la questione è sostanzialmente “punto e a capo”.

 
29 Set 2016 Alessandra

anche per i veterinari è così, occorrerebbe un provvedimento valido per tutte le casse professionali che impedisca questo abominio