Verifiche fiscali: le probabilità che l’Agenzia arrivi a te
Miscellanea
30 Giu 2016
 
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Verifiche fiscali: le probabilità che l’Agenzia arrivi a te

Partite IVA: dalla relazione della Corte conti emerge la frequenza degli accertamenti fiscali per categorie: dati statistici alla mano, il fisco bussa alla porta una volta ogni generazione e mezzo.

 

Se hai già ricevuto, nell’arco della tua vita professionale o imprenditoriale, una verifica fiscale, che probabilità ci sono che l’Agenzia delle Entrate possa nuovamente sottoporti a controllo insieme a tutti gli altri contribuenti che, periodicamente, vengono “estratti a sorte” dai computer per verificare la correttezza dei dati dichiarati al fisco? Poche, pochissime, quasi nessuna. È quanto emerge dall’annuale relazione della Corte dei Conti che analizza la media degli accertamenti fiscali effettuati dal fisco italiano sulla base delle singole categorie con Partita Iva, siano essi professionisti, lavoratori autonomi o piccoli imprenditori.

 

Ad esempio, se sei un commercialista, hai la possibilità di essere sorteggiato per le verifiche fiscali una volta ogni 71 anni. Stessa media per i consulenti del lavoro.

Invece, se sei un avvocato le cose vanno meglio: il rischio di un accertamento estratto a sorte arriva una volta ogni 77 anni.

I più sereni sono certamente i medici, per i cui studi le verifiche arrivano una volta ogni 91 anni.

 

A differenza dei professionisti, i commercianti sono maggiormente esposti all’occhio del fisco. Ad esempio, chi gestisce un esercizio commerciale piccolo, come un bar o una gelateria può aspettarsi una «visita» degli uffici finanziari ogni 30 anni, mentre ristoranti e imprese edili devono attendere rispettivamente 24 e 26 anni.

 

Sono dati impressionanti quelli esposti nella relazione: in buona sostanza, su una platea di ben 6 milioni di contribuenti (tra piccole imprese e autonomi) sottoposti agli studi di settore, la probabilità di incappare in un accertamento fiscale è del 2,4%.

 

In verità, l’Agenzia delle Entrate sta mirando a una diversa strategia, privilegiando più la qualità dei controlli che non la quantità (anche per via delle limitate risorse umane di cui dispone): meglio muoversi laddove l’esito del controllo darà certamente un risultato positivo in termini di accertamento dell’evasione, piuttosto che andare alla cieca. Il fisco così effettua una prima valutazione “a tavolino”, analizzando il cosiddetto rischio evasione e solo laddove ritenga tale pericolo più elevato si muove. Ecco perché è sempre consigliabile che ogni contribuente monitorizzi i propri indici e faccia sì che essi non destino mai alcun sospetto: sotto la soglia di allerta, infatti, è molto probabile che, anziché attendere 80 anni, non si debba mai avere a che fare con gli ispettori dell’Erario.

 

Si ricorda peraltro che la stessa Convenzione tra Mef e Agenzia per il triennio 2014-2016 fissava come obiettivo un indice di copertura complessivo di tutti i contribuenti del 2,3%.

 

Tutte valide giustificazioni, ma che non scalfiscono l’aspetto principale del problema: secondo, infatti, il Consiglio di Stato le statistiche dimostrano l’indebolimento dell’attività di contrasto all’evasione. “Sulla base delle attuali potenzialità operative dell’Agenzia delle entrate”, spiega il rapporto, “le probabilità di essere sottoposti a controllo sono alquanto limitate”. L’enorme intervallo temporale tra una verifica e l’altra per le partite Iva comporta che il rischio di un accertamento fiscale non sortisca alcun deterrente a regolarizzarsi – prosegue la Corte dei conti – “tenuto anche conto della sostanziale tenuità delle sanzioni concretamente applicabili in caso di violazioni”.

 

La relazione della Corte dei Conti termina con un monito rivolto al personale dell’Agenzia delle Entrate: c’è “urgente necessità di un significativo incremento delle risorse preposte all’attività di controllo fiscale”, senza il quale anche un sempre maggiore utilizzo dei dati presenti in anagrafe tributaria “risulterà scarsamente efficace”.


 


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