Class action nella pubblica amministrazione: cosa prevede
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1 Lug 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Class action nella pubblica amministrazione: cosa prevede

L’azione collettiva per chiedere la soluzione di un problema non riguarda solo il settore privato ma anche quello pubblico. In questo caso, però, non è previsto il risarcimento.

 

Protestare per un disservizio non basta. A volte per migliorare il funzionamento della macchina pubblica occorre agire per vie legali. Possibilmente non come singoli cittadini, ma a livello collettivo. Lo strumento c’è, ed è la class action contro la pubblica amministrazione, introdotta dalla legge [1] per denunciare le inefficienze nel settore pubblico o nelle società che lavorano per la pubblica amministrazione.

 

L’azione collettiva può essere esercitata nei confronti di qualsiasi organo o ente che abbia a che fare con l’amministrazione pubblica, ad eccezione delle Authority, della Presidenza del Consiglio, degli organi costituzionali o degli enti che siano già sotto giudizio. Pertanto, è possibile avviare una class action contro:

 

Amministrazioni pubbliche nazionali e locali;

 

Enti pubblici non economici, come Inps o Inail;

 

– Società concessionarie di servizi pubblici: Ferrovie dello Stato, Rai, aziende di trasporto pubblico locale, Poste Italiane, ecc.

 

Tanti i motivi per cui avviare una class action contro l’amministrazione pubblica: ad esempio, se non sono stati osservati uno o più termini del servizio pubblico, se non sono stati adottati atti amministrativi obbligatori entro i termini previsti dalla legge, se una società concessionaria ha violato i doveri contenuti nella relativa Carta Servizi o non ha rispettato gli standard economici o qualitativi. Un treno perennemente sporco e in ritardo, un segnale tv che non si capta in una certa zona ma i cittadini pagano, comunque, il canone Rai, un ufficio pubblico mai efficiente sono motivi sufficienti per avviare una class action in quanto si tratta di “lesione diretta, concreta e attuale dei propri interessi”.

 

Subito dopo la notifica dell’azione collettiva, l’ente o l’amministrazione oggetto della class action deve pubblicare sul proprio sito Internet istituzionale l’avvio del ricorso e comunicarlo (anche telematicamente) al Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione.

 

 

Class action nella pubblica amministrazione: come fare

Il ricorso viene avviato dopo una formale diffida all’amministrazione o alla società concessionaria a portare a termine entro 90 giorni “interventi utili alla soddisfazione dell’interesse collettivo”. Passati quei 3 mesi, ed entro e non oltre un anno, è possibile avviare la class action davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), il quale fisserà l’udienza entro un termine compreso tra i 90 ed i 120 giorni dalla data in cui è stato depositato il ricorso.

 

L’istanza può essere presentata anche da un singolo cittadino. Altri utenti potranno aderire al ricorso entro 20 giorni prima dell’udienza.

 

 

Class action nella P.A.: sanzioni sì, rimborso no

Chi promuove una class action nei confronti della pubblica amministrazione o di una società concessionaria del servizio pubblico non si aspetti un risarcimento danni. La legge, infatti, diversamente da quanto accade nelle class action contro privati, in questo caso non prevede il rimborso di alcunché. L’obiettivo della class action, dunque, deve essere circoscritto al miglioramento del servizio pubblico (costanti ritardi sui trasporti, eccessiva burocrazia in uffici pubblici, posta non consegnata o persa con insolita frequenza, ecc.) non a ottenere un risarcimento per il danno subìto.

 

Quello che la legge prevede, invece, sono delle sanzioni per i responsabili di questi disservizi. Dopo che il giudice ha accertato la violazione del servizio, le pubbliche amministrazioni interessate dovranno correggere l’inefficienza al più presto intervenendo sulle risorse strumentali, economiche e umane già assegnate. Il che vuol dire: nessuna spesa in più per i contribuenti, ma migliore organizzazione delle risorse. Se ciò non accade, i cittadini potranno ricorrere al giudizio di ottemperanza e, nei casi estremi, il giudice può decidere il commissariamento dell’ente interessato.


[1] D. lgs. n. 198/2009.

 


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