Morte del convivente: quali diritti sulla casa di abitazione?
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1 Lug 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Morte del convivente: quali diritti sulla casa di abitazione?

In caso di morte di uno dei conviventi, il superstite conserva un diritto di abitazione (se pur di durata limitata) nel caso che il defunto ne fosse proprietario o affittuario; nessun diritto spetta, invece, in caso di immobile concesso in usufrutto.

 

Sono proprietaria di un appartamento di cui mio nonno ha l’usufrutto. Il nonno convive con una donna e da anni. Alla morte del nonno, la signora potrebbe beneficiare di qualche diritto sull’ abitazione?

 

 

La situazione di convivenza descritta dalla lettrice può senz’altro annoverarsi tra quelle disciplinate dalla recentissima legge che regolamenta le unioni civili e le convivenze di fatto [1]. Legge che considera “conviventi di fatto” due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile (per un approfondimento si rinvia all’articolo: “Conviventi di fatto, i nuovi contratti: diritti e doveri”)

 

 

Le nuove tutele previste per i conviventi

Tali soggetti costituiscono, per il semplice fatto di convivere stabilmente insieme, una “convivenza di fatto” alla quale è applicabile la nuova legge senza che sia necessaria una specifica registrazione all’anagrafe (come è invece richiesto per le unioni civili tra persone dello stesso sesso).

E’ sufficiente, invece, che essere risultino conviventi in base ad una semplice dichiarazione anagrafica [2], se pure, in realtà , la legge ammette la possibilità che la convivenza di fatto possa essere provata (ove ne sussista la necessità) anche in altro modo.

Ai conviventi la legge ricollega in modo automatico una serie di diritti connessi alla vita sociale; si pensi, ad esempio, al diritto del convivente che versi in stato di bisogno, di acquisire dall’altro, al momento della cessazione della convivenza.

 

 

Diritti del superstite sulla abitazione

Con specifico riferimento, poi, al luogo in cui si è realizzata la convivenza, cioè alla casa abitata dalla coppia, la nuova legge riconosce, nel caso di morte di uno dei conviventi, alcuni specifici diritti in capo al superstite.

Vanno però distinti i casi in cui il defunto sia stato:

– proprietario,

– conduttore

– o usufruttuario dell’immobile.

Esaminiamo quindi le singole ipotesi.

 

 

Che succede se la casa è di proprietà del convivente defunto?

Per il caso di morte del proprietario della “casa adibita a residenza comune dei conviventi”, la nuova legge [1] introduce una riserva legale temporanea del diritto di abitazione per il partner superstite, prevedendo il diritto di quest’ultimo di continuare ad abitare nell’immobile in questione:

  • per due anni
  • o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni
  • o, per un periodo non inferiore a tre anni, ove nella stessa casa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite.

Le suddette scadenze devono intendersi come automatiche; ciò significa che gli eredi non dovranno intraprendere alcuna procedura giudiziaria per tornare nella disponibilità del bene.

 

 

Che succede se il defunto aveva un contratto di affitto?

Per il caso di immobile condotto in locazione, la riforma stabilisce che nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione, il convivente ha facoltà di succedergli nel contratto. Si tratta questa di una norma che riserva maggiori tutele ai conviventi, in quanto, anche in assenza di figli, estende al convivente il diritto di succedere nel contratto di locazione previsto per i conviventi con figli [3] ed è ed è ritenuta pacificamente applicabile anche al caso in cui l’immobile sia concesso in comodato d’uso.

Tra l’altro, anche se la riserva in questione non ha natura successoria (cosa che invece è per il coniuge) ciò non toglie che gli eredi del convivente deceduto, si vedranno inevitabilmente limitati dal diritto del convivente superstite di continuare ad abitare nell’immobile senza oneri a carico.

 

 

Che succede se il defunto aveva l’usufrutto sull’abitazione?

La nuova legge nulla specifica riguardo al caso in cui uno dei conviventi sia titolare di un diritto reale di usufrutto. Ciò, tuttavia, non deve essere considerato come un vuoto normativo perché le nuove norme vanno semplicemente ad integrare la più ampia disciplina giuridica dei diritti (di natura personale e patrimoniale) già riconosciuti ai conviventi dalla legge e dalla giurisprudenza.

Per rispondere, quindi allo specifico quesito della lettrice, occorre esaminare la disciplina in materia di usufrutto.

 

 

Quali sono le caratteristiche dell’usufrutto?

L’usufrutto [4] è un diritto reale (cioè sulla cosa) che si sostanzia nel potere attribuito all’usufruttuario di:

 

godere e disporre del bene altrui,

– nonché di trarre da esso tutte le utilità che può dare (compresi i frutti), con l’obbligo di non modificarne la destinazione economica (ad esempio se l’immobile è concesso in usufrutto per uso abitativo, non dovrà essere utilizzato per poter esercitarvi un’eventuale attività commerciale).

 

Il proprietario, infatti, ha diritto a vedersi restituita la cosa inalterata al termine dell’usufrutto.

La costituzione del diritto d’usufrutto, lascia al proprietario del bene solo la nuda proprietà (ossia la proprietà spogliata del potere di trarre utilità dalla cosa).

 

Proprio per tale suo carattere invasivo, l’usufrutto ha una durata necessariamente temporanea; diversamente infatti ove essa fosse stabilita a tempo indeterminato, ciò comporterebbe la sostanziale perdita del diritto di proprietà da parte del nudo proprietario.

Pertanto, se le parti non hanno stabilito una durata nel contratto di usufrutto, essa non potrà superare la vita dell’usufruttuario.

Alla scadenza pattuita o alla morte dell’usufruttuario, dunque, l’usufrutto si “riunisce” con la nuda proprietà (che, da “nuda proprietà” diventa “proprietà piena”), così garantendo al titolare del bene di tornare nella piena disponibilità del bene e di esercitarne i relativi diritti.

Ne consegue che il diritto di usufrutto non si trasferisce né al coniuge superstite né – potremmo dire “tantomeno” – al convivente, perché tale diritto deve ritenersi estinto al momento della morte dell’usufruttuario, il quale non ha neppure il potere di disporne per testamento.

In definitiva, non si può configurare nemmeno il diritto di abitazione per il coniuge o il convivente superstite perché, come abbiamo visto, tale diritto presuppone necessariamente che la residenza familiare fosse di proprietà del defunto oppure concessa a quest’ultimo in locazione o comodato d’uso.

 

In conclusione, atteso che il nonno della lettrice attualmente beneficia di un diritto di usufrutto sull’immobile di proprietà della nipote e non, invece, di un diritto di abitazione derivante dalla proprietà o da un contratto di locazione o comodato, tale diritto permarrà per tutta la vita dell’uomo e non oltre. Alla morte di quest’ultimo, invece, la lettrice tornerà ad avere la piena proprietà del bene, potendo disporre di tutti i diritti ad esso relativi.


[1] Legge 20 maggio 2016, n.76, meglio nota come legge “Cirinnà”.

[2] Per l’accertamento della stabile convivenza deve farsi riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’art. 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’art. 13 del D.P.R. n. 223/1989 (Regolamento anagrafico).

[3] Art. 6 della legge sull’equo canone.

[4] Art. 981 e ss. cod. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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