I contratti del consumatore
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2 Lug 2016
 
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Edizioni Simone
 


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I contratti del consumatore

I contratti e le esigenze di tutela del consumatore; il Codice del consumo; l’azione di classe (class action).

 

La legge 6 febbraio 1996, n. 52 aveva previsto l’introduzione, nel Titolo II del libro quarto del codice civile, del nuovo capo XIVbis intitolato «Dei contratti del consumatore». Essa si inseriva nell’ambito della complessa normativa speciale a tutela del consumatore che negli ultimi anni, in recepimento di alcune importanti direttive dell’UE, si è imposta nel nostro ordinamento al fine di garantire una maggiore protezione di quei soggetti che, nella pratica quotidiana, ricoprono una posizione contrattualmente più debole rispetto ai fornitori di beni o servizi. Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 6-9-2005, n. 206 (Codice del consumo), il legislatore ha provveduto — beneficiando dei contributi medio tempore apportati dall’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale — al riordino ed alla semplificazione della normativa afferente ai diritti del consumatore, avendo cura di assicurare, nel contempo, il necessario coordinamento con la normativa comunitaria e l’armonizzazione delle diverse definizioni di consumatore, professionista, produttore e venditore.

 

Il risultato di tale operazione, insito nella natura di qualsivoglia codificazione, è di evidenza immediata: la possibilità per il consumatore di consultare, in un unico testo, tutte le disposizioni dettate a tutela della sua posizione di contraente debole. Gli articoli 1469bis e ss. sono stati quindi ripresi negli articoli da 33 a 37 del Codice del consumo, invece, l’attuale formulazione dell’art. 1469bis, norma di raccordo tra il corpus civilistico e la disciplina di settore, mira a sottolineare la soggezione dei contratti del consumatore ai principi generali dell’ordinamento e alla normativa del codice civile, per quanto non diversamente disposto. Nell’opera di riorganizzazione della legislazione esistente si è puntualmente riprodotta la normativa vigente, nella maggior parte dei casi rispettandone la formulazione originaria. Le (rare) interpolazioni rispondono alle sopravvenute esigenze di coordinamento o aggiornamento. Può definirsi consumatore la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta (art. 3 D.Lgs. 206/2005). Accanto a questa definizione, per così dire, generale di consumatore, la normativa citata, all’art. 18, ne contiene un’altra, specifica in base alla quale oltre il soggetto di cui sopra è considerato consumatore anche chi la persona fisica o giuridica che, operando in un contesto non professionale, è destinatario di comunicazioni commerciali o ne subisce le conseguenze.

 

Il professionista, invece, è la persona fisica o l’ente collettivo che, nel concludere un contratto, agisce nel quadro della propria attività professionale, imprenditoriale, artigianale o commerciale (art. 3, lett. c), D.Lgs. 206/2005). Gli artt. 33 ss. D.Lgs. 206/2005 si occupano dell’aspetto più rilevante dei contratti del consumatore, ossia della disciplina delle clausole vessatorie. L’art. 33 dispone che nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

 

La vessatorietà di una clausola deve essere valutata tenendo conto della natura del bene o del servizio oggetto del contratto e facendo riferimento alle circostanze esistenti al momento della sua conclusione ed alle altre clausole del contratto medesimo o di un altro collegato o da cui dipende. Non tutte le clausole dei contratti dei consumatori sono soggette al controllo di vessatorietà. A tale controllo sono sottratte (art. 34):

 

— le clausole che riproducono disposizioni di legge ovvero che siano riproduttive di disposizioni o attuative di principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti tutti gli Stati membri dell’Unione europea o l’Unione europea;

 

— le clausole che sono state oggetto di trattativa individuale.

 

Le clausole inserite nei contratti dei consumatori devono essere redatte in modo chiaro e comprensibile (art. 35, co. 1°). Secondo alcuni, la clausola oscura o incomprensibile è senz’altro inefficace, mentre secondo altri l’ambiguità della clausola comporta soltanto l’applicazione della regola dell’interpretatio contra proferentem, secondo cui, in caso di dubbio sul senso di una clausola, prevale l’interpretazione più favorevole al consumatore (art. 35, co. 2°).

 

Le clausole vessatorie sono colpite da nullità, mentre il contratto rimane valido per il resto (cd. nullità parziale) (art. 36). Al fine di rafforzare la tutela del consumatore, l’art. 37 prevede un’azione inibitoria collettiva che può essere esercitata dalle associazioni rappresentative dei consumatori, dalle associazioni rappresentative dei professionisti e dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, le quali possono convenire in giudizio il professionista o l’associazione di professionisti che utilizzano, o che raccomandano l’utilizzo di condizioni generali di contratto e richiedere al giudice competente che inibisca l’uso delle condizioni di cui sia accertata l’abusività, qualora ricorrano motivi d’urgenza.

 

La tutela apprestata dalla norma è di significativo spessore, poiché affianca alla debole difesa individuale lo strumento, ben più incisivo, dell’azione avente carattere associativo. Occorre evidenziare, inoltre, che l’art. 5 D.L. 1/12, convertito in L. 27/2012, ha inserito nel Codice del consumo l’art. 37bis, che prevede la possibilità, per l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, d’ufficio o su denuncia dei consumatori interessati, di dichiarare la vessatorietà delle clausole inserite nei contratti tra professionisti e consumatori conclusi mediante adesione a condizioni generali di contratto o con la sottoscrizione di modelli o formulari.

 

In caso di inottemperanza a quanto disposto dall’Autorità, quest’ultima applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 euro a 20.000 euro. Qualora le informazioni o la documentazione fornite non siano veritiere, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 4.000 euro a 40.000 euro. Il provvedimento che accerta la vessatorietà della clausola è diffuso mediante pubblicazione su un’apposita sezione del sito internet istituzionale dell’Autorità, sul sito dell’operatore che adotta la clausola ritenuta vessatoria e mediante ogni altro mezzo ritenuto opportuno in relazione all’esigenza di informare compiutamente i consumatori. Le imprese interessate hanno facoltà di interpellare preventivamente l’Autorità in merito alle vessatorietà delle clausole che intendono utilizzare nei rapporti commerciali con i consumatori. Le clausole non ritenute vessatorie a seguito di interpello non possono essere successivamente valutate dall’Autorità, ma resta ferma la responsabilità dei professionisti nei confronti dei consumatori.

Contro gli atti dell’Autorità è competente il giudice amministrativo, mentre il giudice ordinario è competente per la validità delle clausole vessatorie e il risarcimento del danno.

 

 

L’azione di classe (class action)

L’art. 140bis D.Lgs. 206/2005, da ultimo modificato dal D.L. 1/12, convertito in L. 27/2012, prevede che i diritti individuali omogenei dei consumatori e degli utenti nonché gli interessi collettivi sono tutelabili attraverso l’azione di classe. A tal fine ciascun componente della classe, anche mediante associazioni cui dà mandato o comitati cui partecipa, può agire per l’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni. L’azione di classe ha per oggetto l’accertamento della responsabilità e la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni in favore degli utenti consumatori, e tutela:

 

— i diritti contrattuali di una pluralità di consumatori e utenti che versano nei confronti di una stessa impresa in una situazione omogenea, inclusi i diritti relativi a contratti stipulati ai sensi degli artt. 1341 e 1342 c.c.;

 

— i diritti omogenei spettanti ai consumatori finali di un determinato prodotto o servizio nei confronti del relativo produttore, anche a prescindere da un diretto rapporto contrattuale;

 

— i diritti omogenei al ristoro del pregiudizio derivante agli stessi consumatori e utenti da pratiche commerciali scorrette o da comportamenti anticoncorrenziali.

 

La domanda si propone con atto di citazione notificato anche all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale adìto, il quale può intervenire limitatamente al giudizio di ammissibilità. Se accoglie la domanda, il tribunale pronuncia sentenza di condanna con cui liquida, ai sensi dell’art. 1226 c.c., le somme dovute a coloro che hanno aderito all’azione o stabilisce il criterio omogeneo di calcolo per la liquidazione di dette somme. In questo ultimo caso il giudice assegna alle parti un termine, non superiore a 90 giorni, per addivenire ad un accordo sulla liquidazione del danno. Il verbale dell’accordo, sottoscritto dalle parti e dal giudice, costituisce titolo esecutivo. Scaduto il termine senza che l’accordo sia stato raggiunto il giudice, su istanza di almeno una delle parti, liquida le somme dovute ai singoli aderenti.

 

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