Ancora qualcuno crede che in Italia le cose funzionino o, in qualche modo, camminino di moto proprio. Lo crede a tal punto che, sommerso dai debiti e dalla impossibilità di farvi fronte, decide di privarsi anche della speranza (e perché no, della curiosità di scoprire) che un giorno la sorte possa cambiare.
Nel 2012, il tasso di suicidi per motivi economici ha raggiunto, nel nostro Paese, 187 unità: ben poca cosa rispetto ai numeri per cause di malattie (1.412 suicidi, pari al 50% del totale complessivo) e di “cuore” (324 suicidi).
La Grecia, fino al 2009, aveva una percentuale quasi dimezzata rispetto all’Italia. Oggi invece la supera di poco.
Chi però agisce in questo modo non lo fa per un gesto di disperazione “materiale”. Da noi, come diceva il buon Antonio Albanese, nessuno muore di fame finché è in grado di firmare un assegno in bianco.
Ironia a parte, il vero punto è che siamo figli di una cultura latina che insegnava: “Nemo ad impossibilia tenetur” (nessuno può essere obbligato dalla legge a fare qualcosa che per lui è oggettivamente impossibile – fantastiche capacità di sintesi che avevano i romani, n.d.r.). Il che vuol dire che se sei nullatenente, se non hai un reddito o hai una pensione minima, o sei invalido, se per l’ufficio del lavoro sei disoccupato o, peggio, se hai già speso tutto in donne e viaggi, nessuno può venire a chiederti un euro!
E ancora, seguendo una logica crescente per probabilità: se hai dei parenti o degli amici a cui intestare i tuoi beni; oppure nessuno vuole acquistare all’asta i tuoi immobili; o ancora nessuno si presenta all’incanto del tuo divano o del televisore ormai vecchio di un anno, o magari la somma che si aspetta di spendere è inferiore rispetto a quella che lo Stato intende incassare, anche in questi casi rimani indenne da ogni conseguenza giudiziaria!
E non è tutto. Se hai un bravo avvocato capace di allungare il processo, portandolo dai normali cinque/sei anni a otto/dieci anni; se hai la fortuna che il consulente tecnico, chiamato a periziare il tuo immobile, chieda una proroga o venga sostituito; o ancora, se il giudice viene sostituito almeno una volta; o se la cancelleria perde il fascicolo del tuo procedimento esecutivo; o qualche notifica non va a buon fine e bisogna ripetere tutto l’iter, anche in questo caso sei salvo!
E per finire: se hai i nervi saldi per ignorare le cartoline verdi che ti arrivano di tanto in tanto dal tribunale; se sei capace di trovare qualcuno che riacquisti, per tuo conto, la casa che ti hanno battuto all’asta; o ancora se hai la fermezza per fregartene di procedimenti ingiuntivi o istanze di fallimento, che mai comunque ti potranno portare in carcere e sottrarre ai tuoi tranquilli sonni, anche in questi casi potrai vivere felice.
Allora non chiamateli codardi quelli che decidono di farla finita. Sono persone che hanno ancora delle illusioni, che credono che i propri debiti muoiano con loro e non, invece, come prevede la legge, si trasferiscano ai loro eredi. Sono individui cui lo squillo di campanello dell’ufficiale giudiziario pesa più di una corda alla gola. È gente che vive nell’illusione che un processo termini prima della vita di un uomo o che un’iscrizione alla Crif costituisca una macchia morale valida anche per l’ingresso in paradiso.
Non mi sento di giudicare i suicidi. Anzi, al contrario, sapere come vanno le cose nella nostra “serva Italia” mi fa pensare a questa gente come all’ultima categoria di idealisti, fedeli a un onore e a una rispettabilità che avevamo un tempo. E che purtroppo, con loro, sono destinati a estinguersi.
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Oscar Ledonne
Desidero sollevare un rilievo riguardo a quest’articolo. O meglio, non riguardo all’articolo in sé, altamente comprensibile, lucido e razionale. Ho compreso il Suo messaggio e il senso dell’articolo, ne intuisco l’intento accattivante e provocatorio, e da questo punto di vista sono perfettamente in sintonia con Lei. Tuttavia avrei preferito che un argomento delicatissimo e altamente drammatico come quello dello spaventoso incremento dei suicidi fosse stato trattato con un minor “distacco emotivo”. Parlare di un padre di famiglia, anzi di cento padri di famiglia che decidono di uccidersi, non è – almeno a mio avviso – una questione di semantica. In Italia c’è più o meno un suicidio al giorno per cause economiche, ma questo non deve diventare un numero, un dato, bensì una ferma e “urlata” denuncia sulla barbarie dell’attuale sistema socio-economico. Ricordiamo che le nostre parole arrivano a persone le quali, per via di questo “dato”, hanno dovuto abbracciare una bara anziché i propri padri, madri e fratelli. E’ questo il mio unico rilievo critico.