Falsi rimborsi spese: cosa rischia il dipendente
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3 Lug 2016
 
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Falsi rimborsi spese: cosa rischia il dipendente

Spese di trasferta, documentazione falsa per ottenere il rimborso del viaggio e licenziamento in tronco: violato il patto di fiducia con l’azienda.

 

Chiedere all’azienda datrice di lavoro dei rimborsi spese non dovuti costituisce una giusta causa di licenziamento: così, ad esempio, il dipendente che in occasione di una trasferta aumenti la richiesta di rimborso per biglietti, costi di viaggio, vitto e alloggio, scontrini in realtà mai pagati o pagati in misura inferiore compie un atto che viola la fiducia che in lui l’azienda ripone. Risultato: in questi casi il lavoratore perde il posto in tronco, senza cioè neanche il preavviso (cosiddetto licenziamento per giusta causa).

 

 

La vicenda

La vicenda riguarda la richiesta di un dipendente che aveva chiesto, al proprio datore, il rimborso di un biglietto aereo che, in realtà, non aveva mai utilizzato avendo poi preferito viaggiare in auto. L’uomo era consapevole che la compagnia aerea non gli avrebbe mai restituito i soldi poiché il biglietto non era rimborsabile, così aveva tentato di rivalersi contro il datore di lavoro. Tuttavia, non aveva dato prova di aver utilizzato effettivamente il biglietto, non producendo la cosiddetta carta di imbarco.

 

 

Quando i rimborsi spesa non sono dovuti

Per i giudici è legittima l’irrogazione della massima sanzione disciplinare, cioè il licenziamento: la condotta del dipendente viene infatti valutata come “gravissima”, capace di “disattendere le più elementari regole aziendali e morali”.

 

Con riferimento al rimborso del costo del biglietto, sia esso del treno o dell’areo, esso spetta solo se il viaggio è stato effettivamente svolto: nessuna norma o prassi autorizzano la richiesta di rimborso di un biglietto non utilizzato. Ma il medesimo ragionamento può essere fatto – e così è avvenuto – per i rimborsi benzina. È il caso, ad esempio, del dipendente che chieda la restituzione dei soldi spesi per il carburante non solo per la trasferta di lavoro, ma anche per altre attività personali.

Ed ancora si pensi al caso del lavoratore che si faccia restituire i soldi per i pasti a lui dovuti per la trasferta, quando poi in trasferta non sia effettivamente andato.

 

Insomma, sono due i comportamenti che vanno a ledere il rapporto di fiducia con l’azienda: cercare di avere dei soldi non dovuti e, per realizzare ciò, dire una bugia. Una sorta di piccola truffa che si paga amaramente.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 9 marzo – 30 giugno 2016, n. 13454
Presidente Di Cerbo – Relatore Lorito

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di Bari, in accoglimento del gravame interposto dalla Banca Monte dei Paschi di Siena, con sentenza in data 22/4/2014, riformava la sentenza di primo grado, rigettando le domande proposte da A.N., intese a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli in data 26/5/2004.
A fondamento del decisum, in estrema sintesi, il giudice dell’impugnazione rilevava come l’articolato compendio probatorio raccolto avesse suffragato la sussistenza e gravità delle mancanze ascritte al dipendente e consistite nell’aver presentato istanza di rimborso di un biglietto aereo relativo ad una trasferta di lavoro compiuta presso la struttura centrale di Padova in data 30­31/10/2003, pari ad euro 465,46 senza aver effettivamente utilizzato il biglietto.
Rimarcava la Corte distrettuale la connotazione dolosa della condotta posta in essere dall’A., il quale – nel richiedere il doppio rimborso del biglietto alla compagnia di volo ed all’istituto di credito, mentendo reiteratamente anche in sede di

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[1] Cass. sent. n. 13454/2016 del 30.06.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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