Dipendenti liberi di insultare il datore nella mailing list sindacale
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3 Lug 2016
 
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Dipendenti liberi di insultare il datore nella mailing list sindacale

Impossibile il licenziamento da parte dell’azienda per ciò che scrive il lavoratore nel gruppo chiuso agli iscritti al sindacato.

 

Dipendenti liberi di dire ciò che vogliono del datore di lavoro quando le frasi vengono riportate in un gruppo chiuso tra gli aderenti al sindacato. È vero, pubblicare post offensivi e screditanti nei confronti dell’azienda in cui si lavora – anche se corrispondenti alla personale posizione del dipendente – è causa di licenziamento perché scredita l’azienda agli occhi del pubblico, procurandole un danno; ma ciò non vale per ciò che si scrive nella mailing list del sindacato: in quest’ultima, infatti, prevale l’esigenza di segretezza e tutela della riservatezza riconosciuta dalla Costituzione [1], dal codice penale [2] e da quello sulla tutela della privacy [3]. È quanto stabilisce una recente sentenza della Corte di Appello di Milano [4].

 

Tutto ciò che può fare l’azienda è utilizzare solo quelle email e le altre comunicazioni interne tra dipendenti che contengono riferimenti a nomi, cognomi e fatti di colleghi che hanno perpetrato azioni di mobbing ai danni dei sottoposti. In tal caso il materiale può essere visionato dal datore di lavoro e usato per disporre i relativi provvedimenti disciplinari nei confronti di coloro che si sono macchiati di tale comportamento illecito. E ciò perché, rispetto alla privacy, prevale l’esigenza di garantire la tutela dell’integrità fisica e morale dei dipendenti per come disposto dal codice civile [5]: insomma, sempre nell’ottica di tutelare maggiormente i lavoratori.

 

In passato la stessa Cassazione ha detto che la segretezza della corrispondenza viene meno quando il documento debba essere utilizzato in una causa (civile o penale) per tutelare un proprio diritto [6]. Tuttavia, anche in questi casi, è sempre necessario bilanciare gli interessi contrapposti: da un lato il diritto alla segretezza della corrispondenza privata, dall’altro l’obbligo del datore di lavoro di tutelare la persona del lavoratore anche nei confronti di comportamenti illeciti posti da altri lavoratori. Il fatto che i messaggi abbiano una pluralità di destinatari non comporta l’indeterminatezza: ai contenuti possono comunque accedere solo gli iscritti alla lista e dunque la comunicazione ha carattere personale.

 

Alla fine è quindi giusto ritenere che delle email, per quanto poco edificanti, pubblicate nell’ambito di una mailing list di un sindacato, in merito a vertenze sindacali, non possano essere utilizzate dall’azienda per procedere al licenziamento. La discussione chiusa e riservata, in un contesto prettamente sindacale, fa sì che le parole, benché offensive, siano coperte dal segreto della privacy. E ciò perché i messaggi scambiati dagli iscritti costituiscono corrispondenza privata caratterizzata dalla segretezza in quanto protetta da Costituzione, codice penale e codice della privacy.


[1] Art. 15 Cost.

[2] Artt. 616 e 619 cod. pen.

[3] D.lgs. n. 196/2003.

[4] C. App. Milano, sent. n. 439/2016.

[5] Art. 2087 cod. civ.

[6] Cass. sent. n. 21612/2013 secondo cui “in materia di trattamento dei dati personali, il diritto di difesa in giudizio prevale sul diritto alla inviolabilità della corrispondenza in virtù del principio di cui all’art. 51 cod. pen. (riguardante l’esimente dell’esercizio di un diritto) nonché delle più specifiche nome del codice dei dati personali (Art. 24 d.lgs. n. 196/2003) e degli artt. 93 e 04 della l. n. 633/1941 in tema di diritto d’autore, norme queste ultime secondo cui la corrispondenza, allorché abbia carattere confidenziale o si riferisca alla intimità della vita privata, può essere divulgata senza autorizzazione quando la conoscenza dello scritto sia richiesta ai fini di un giudizio civile o penale”.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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