La motivazione della sentenza e l’impugnazione
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4 Lug 2016
 
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La motivazione della sentenza e l’impugnazione

L’omessa o contraddittoria motivazione di una sentenza: quando è possibile l’impugnazione del provvedimento del giudice; la Cassazione stabilisce lo standard minimo di motivazione di una sentenza.

 

Come deve essere la motivazione di una sentenza perché essa possa dirsi esente da vizi e non impugnabile? In altri termini, quando è possibile presentare appello o ricorso per Cassazione per omessa o contraddittoria motivazione? I chiarimenti sono stati forniti dalla Cassazione in una recente sentenza: si tratta di un vero e proprio vademecum per i giudici, con l’indicazione dei contenuti minimi essenziali che la motivazione deve avere e senza i quali essa si deve considerare solo apparente, e quindi assente.

 

La motivazione di una sentenza, dice la Corte, deve essere sintetica, ma nello stesso precisa; succinta, ma non per questo laconica. Insomma, dalla motivazione le parti (e i rispettivi avvocati) devono essere in grado di riconoscere, in modo chiaro e in forma breve, le ragioni giuridiche che hanno portato il giudice a decidere in un determinato modo.

 

 

Perché il dovere di motivazione?

Grazie alla motivazione, le parti possono comprendere l’iter logico giuridico seguito dal giudice e, quindi, eventualmente contestarlo e criticarlo in sede di impugnazione (appello o ricorso per Cassazione). Per questo la motivazione è una delle parti essenziali della sentenza, a garanzia del principio del giusto processo, sancito dalla Costituzione, il quale esige che la causa sia esaminata e decisa correttamente, ragionevolmente e secondo diritto [2]. Solo la motivazione può rendere pubbliche le ragioni della decisione maturate nel segreto della camera di consiglio. Per questo il giudice di merito deve essere chiaro e completo quando spiega perché ha risolto in un certo modo una controversia.

 

Il dovere di motivazione è consacrato anche nella Carta Europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) [3] che, nonostante non contenga un riferimento letterale alla motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, è comunemente considerato come il fondamento normativo dell’obbligo della motivazione nell’ordinamento sovranazionale. La Cedu, sancisce infatti che “ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge, al fine della determinazione sia dei suoi diritti e delle sue obbligazioni di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta. La sentenza deve essere resa pubblicamente (…)”.

 

Ma la Corte di Strasburgo, organo giurisdizionale volto ad assicurare il rispetto della CEDU da parte degli Stati contraenti, competente a pronunciarsi su “tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli” [4], alla cui giurisdizione l’Unione si assoggetta, afferma che il requisito che la pronuncia della decisione sia pubblica.

 

 

La vicenda

Nel caso che ha originato la sentenza della Cassazione qui in commento, si dibatteva sulla determinazione dell’indennità agricola di disoccupazione liquidata dall’Inps a una lavoratrice e da quest’ultima contestata. La donna vinceva sia il primo che il secondo grado, ma il ragionamento dei giudici di merito non ha convinto la Suprema Corte. Secondo quest’ultima, i colleghi dei gradi inferiori non avevano riportato la qualifica della lavoratrice, la misura del salario reale, l’eventuale diversa misura prevista dalla contrattazione collettiva e il salario medio convenzionale. Mancavano quindi i cardini fattuali su cui ricostruire il percorso argomentativo.

 

 

Come deve essere la motivazione della sentenza?

In passato le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che [5] la “mancanza della motivazione” si configura quando la motivazione “manchi del tutto – nel senso che:

  • alla premessa dell’oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione,
  • oppure quando essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio o da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione della decisione.

 

Ma, più nel concreto, passiamo a come deve essere redatta la motivazione della sentenza, secondo quanto stabilito appunto dalla Cassazione.

 

Iniziamo dalla narrazione. Come noto, la motivazione deve contenere la succinta esposizione di fatti di causa. Il giudice deve indicare quali sono gli elementi di fatto dedotti, accertati e comunque presi in esame per descrivere la fattispecie concreta e per sussumerla nella fattispecie astratta descritta e disciplinata dalla legge.

La narrativa dello svolgimento del processo non si può presentare tanto carente da non potersi dire integrato neppure il requisito della succinta esposizione dei fatti di causa che è richiesto dal modello processuale cui ogni sentenza deve ottemperare [6]. Tali omissioni rendono la motivazione meramente apparente, perché tale è una motivazione che non permetta di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da esse al risultato enunciato.

 

La motivazione deve poi citare, in modo esplicito, la fonte normativa cui si fa riferimento per la soluzione della controversia.

 

 

Nel caso di motivazione “per relationem”

È sempre ammessa la cosiddetta “motivazione per relationem” ossia quella che, per la sua comprensione, richiami sinteticamente le ragioni contenute in un altro atto o provvedimento esterno (ad esempio, il rinvio alla motivazione del consulente tecnico d’ufficio o alla sentenza di un grado precedente). Ma affinché sia valida è necessario che [7]:

  • la completezza e logicità della motivazione vada giudicata tenendo conto dell’atto a cui si fa rinvio e, quindi, degli elementi contenuti in quest’ultimo. Per cui, se l’atto a cui si fa rinvio è sintetico e criptico anch’esso, la motivazione della sentenza si considererà apparente;
  • il rinvio all’atto esterno deve essere effettuato in modo tale da rendere possibile e agevole il controllo della motivazione. In pratica, l’atto richiamato deve essere indicato in maniera precisa in modo che per la parte sia agevolmente rintracciabile e conoscibile.

 

Ad esempio, è ben possibile che il giudice di appello motivi la propria decisione richiamando la sentenza di primo grado. Ma in tal caso, egli deve spiegare le ragioni di critica proposte dalla parte appellante e chiarire, sia pure sinteticamente, le ragioni della conferma della pronuncia di primo grado in relazione ai motivi di impugnazione proposti. Sarebbe insufficiente una semplice adesione alla sentenza impugnata che non consenta di capire perché le ragioni di critica proposte dell’appellante non hanno convinto il giudice di appello.

 

In secondo grado i giudici non si possono quindi limitare ad affermare di condividere l’interpretazione del tribunale, ma devono anche spiegare le norme che il tribunale ha applicato; gli elementi di fatto accertati ed esaminati; i motivi di doglianza sollevati dall’appellante e le ragioni del dissenso dell’altra parte.

 

 

Se la motivazione richiama dei precedenti giurisprudenziali

La sentenza può essere motivata facendo “esplicito riferimento” ai precedenti giurisprudenziali: non è necessario che essi siano per forza trascritti, potendo essere richiamati con gli estremi delle sentenze (giudice, data e numero di sentenza); tuttavia, anche in questo caso, dalla lettura di tale rinvio deve essere possibile ricostruire il percorso argomentativo seguito dal giudice.

I principi di economicità e di ragionevole durata del processo infatti giustificano la mancata ripetizione delle argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale. Ma ciò solo a condizione che la parte non le contesti con argomenti nuovi. In tal caso vanno offerte nuove risposte, oppure va evidenziata la ragione per la quale in realtà quegli argomenti non si possono considerare nuovi [8].


[1] Cass. sent. n. 11508/2016 del 3.06.2016.

[2] Cass. sent. n. 349/2007.

[3] Art. 6 CEDU.

[4] Art. 32, par. 1 CEDU.

[5] Cass. S.U. sent. n. 8053/2014. Cfr. Anche Cass. sent. n. 20112/2009.

[6] Cass. sent. n. 22242/2015 n. 20648/2015.

[7] Con particolare riguardo al rinvio alla sentenza impugnata, questa Corte ha ritenuto legittima la motivazione “per relationem” della sentenza pronunciata in sede di gravame, purche’ il giudice d’appello,facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto. Deve viceversa essere cassata la sentenza d’appello allorquando la laconicita’ della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (Cass., 11 giugno 2014, n. 13148; Cass., 16/12/2013, n. 28113;Cass., 11 maggio 2012, n. 7347; Cass., 12 agosto 2010, n. 18625; Cass., 11 giugno 2008, n. 15483; Cass., 2 febbraio 2006, n. 2268;Cass., 21 ottobre 2005, n. 20454).

[8] La motivazione che richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato deve ritenersi correttamente esposta da tale richiamo, che rinvia appunto alla motivazione risultante dai provvedimenti richiamati, – sicche’ il dovere costituzionale di motivazione risulta adempiuto “per relationem”, per essere detta motivazione espressa in provvedimenti il cui contenuto e’ conoscibile (Cass., 30 marzo 2007, n. 7943).

Cio’ in ossequio al principio di economia processuale e di ragionevole durata del processo, che giustifica la mancata ripetizione delle argomentazioni di un orientamento giurisprudenziale, ove condivise dal giudicante e non combattute dal litigante con argomenti nuovi (in tal senso, da ultimo, Cass., 3 luglio 2015, n. 13708).

Vi deve tuttavia essere un esplicito riferimento al precedente che, anche se non ritrascritto nelle sue parti significative, sia tale da consentire di enucleare, attraverso la sua lettura, il percorso logico-giuridico seguito per pervenire ad una certa decisione.

 


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Commenti
7 Lug 2016 CECILIA LOLIVA PINTO

A MIO MODESTO AVVISO,PRIMA DI EMETTERE LE SENTENZE CHE POTREBBERO DANNEGGIARE,ANCORA DI PIU’ LA PARTE,HO LE PARTI LESE,PER CUI,SI SENTONO SPRONATI, E’ INCITATI ANCORA DI PIU’,HA DIFENDERE LA LORO SACRO SANTA RAGIONE,PER CUI, FANNO DETTAGLIATE INDAGINI,E’ NON SI STANCANO MAI HA RACCONTARE I TORTI SUBITI, PER CUI,L’IDEALE E’ ASCOLTARE ENTRAMBE LE ARTI,E’ LEGGERE TUTTA LA DOCUMENTAZIONE DELLE PARTI.
IN FEDE PRESIDENTE ASSOCIAZIONE A.N.I.O.P.A.
CECILIA LOLIVA PINTO