L’interpretazione del contratto
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9 Lug 2016
 
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L’interpretazione del contratto

Nozione di interpretazione del contratto; interpretazione oggettiva e soggettiva e regole finali.

 

L’interpretazione del contratto consiste nell’attività «ermeneutica» rivolta ad indagare e ricostruire il significato da attribuire alle dichiarazioni delle parti, ossia al contenuto sostanziale del contratto. Essa è regolata da norme giuridiche la cui violazione può essere dedotta come motivo di ricorso in Cassazione. Tali norme vengono distinte in due gruppi:

 

— gli artt. 1362-1365 attengono all’interpretazione soggettiva o storica, diretta a ricostruire la reale comune intenzione delle parti;

 

— gli artt. 1366-1370 regolano l’interpretazione oggettiva, diretta a determinare un congruo significato della clausola o dell’intero contratto, quando è incerta o dubbia la volontà comune. Le regole di interpretazione oggettiva hanno carattere sussidiario, si applicano cioè quando l’applicazione delle norme sull’interpretazione soggettiva non è valsa a rendere chiara la volontà delle parti contraenti. Le norme sull’interpretazione dei contratti si applicano anche ai negozi unilaterali (nei limiti della loro compatibilità con la struttura unilaterale), in quanto anche per essi è necessario accertare il contenuto sostanziale dell’atto.

 

 

Criteri di interpretazione soggettiva

Le più importanti regole di interpretazione soggettiva sono fissate:

 

— dall’art. 1362, secondo il quale l’interpretazione deve accertare la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale che emerge dalla parole adoperate. A tal fine, si deve tener conto del comportamento complessivo delle parti, anche posteriore alla conclusione del contratto.

Il principio dell’art. 1362 vale non soltanto quando la dichiarazione negoziale sia obiettivamente equivoca, ma anche quando essa abbia un significato univoco ma sia stata concordemente intesa dalle parti in un significato diverso (TRIMARCHI). Così come è importante ricordare che, nell’intento pratico perseguito dalle parti, non è decisiva la qualificazione del contratto (nomen iuris) da esse operata (ad es.: si dice locazione, ma si intende concludere un contratto di comodato);

 

— dall’art. 1363 secondo il quale le clausole del contratto devono essere interpretate le une per mezzo delle altre attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto (interpretazione sistematica). Altre regole sono contenute:

 

— nell’art. 1364: le espressioni generali usate nel contratto si intendono circoscritte all’oggetto materialmente contrattato;

 

— nell’art. 1365: quando si è utilizzato un caso esemplificativo al fine di spiegare un patto, non si presumono esclusi i casi non espressi ai quali può estendersi lo stesso patto.

 

 

Criteri di interpretazione oggettiva

Sono contenuti nei seguenti articoli:

 

— art. 1366: il contratto deve essere interpretato secondo buona fede; quest’ultima non va intesa in senso soggettivo, ma in senso oggettivo quale regola di condotta (BIANCA);

La dottrina e la giurisprudenza prevalente ritengono che, a fondamento dell’art. 1366, vi sia l’esigenza di tutelare l’affidamento della controparte. Di conseguenza, il contratto e le singole clausole devono essere interpretate nel senso in cui l’altro contraente e i terzi interessati avrebbero potuto intenderle (RESCIGNO), conformemente a quell’interpretazione che svolgerebbero dei contraenti corretti e leali (GALGANO). In applicazione di questo criterio, si tende ad escludere rilevanza ad interpretazioni cavillose e formalistiche che ciascuna parte tende ad effettuare nel proprio interesse ma contrarie allo spirito dell’intesa. Il criterio della buona fede nell’interpretazione dei contratti non consente di assegnare all’atto una portata diversa da quella che emerge dal suo contenuto obiettivo, corrispondente alla convinzione soggettiva di una singola persona. Esso rappresenta, difatti, il punto di sutura tra la ricerca della reale volontà delle parti (costituente il primo momento del processo interpretativo, in base alla comune intenzione ed al senso letterale delle parole) ed il persistere di un dubbio sul preciso contenuto della volontà contrattuale (in base ad un criterio obbiettivo, fondato su di un canone di reciproca lealtà nella condotta tra le parti, ed inteso alla tutela dell’affidamento che ciascuna parte deve porre nel significato della dichiarazione dell’altra), e rappresenta, pertanto, un mezzo sussidiario dell’interpretazione, non invocabile quando il giudice, attraverso l’esame degli elementi di prova raccolti, abbia già accertato l’effettiva volontà delle parti (Cass. 15-3-2004, n. 5239);

 

— art. 1367: nel dubbio, il contratto e le singole clausole si devono interpretare nel senso in cui possono avere qualche effetto anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno (principio di conservazione del contratto);

 

— art. 1368: le clausole ambigue si interpretano secondo ciò che si pratica generalmente nel luogo di conclusione del contratto (cd. usi interpretativi);

 

— art. 1369: nel dubbio le espressioni con più sensi devono esser intese nel significato più conveniente alla natura ed all’oggetto del contratto (interpretazione funzionale);

 

— art. 1370: le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto e nei moduli e formulari vanno, nel dubbio, interpretate contro l’autore delle clausole stesse (interpretazione contro il predisponente).

 

 

Regole finali

L’art. 1371 detta una norma di chiusura, cui si fa ricorso nel caso in cui il contratto, nonostante l’applicazione delle norme interpretative soggettive ed oggettive, rimanga oscuro. Il legislatore ha distinto due ipotesi:

 

— se il contratto è a titolo gratuito, esso deve essere inteso nel senso meno gravoso per l’obbligato;

 

— se il contratto è, invece, a titolo oneroso, va interpretato in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi delle parti.

 

Le parti possono stipulare un ulteriore negozio che abbia il solo scopo di chiarire il significato di un precedente contratto (cd. interpretazione autentica). Tale secondo negozio, ha, per una parte della dottrina, la natura di negozio di accertamento.

 

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