L’assenza ingiustificata dal lavoro legittima il licenziamento?
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6 Lug 2016
 
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L’assenza ingiustificata dal lavoro legittima il licenziamento?

Per stabilire se l’assenza dal posto di lavoro non comunicata dal dipendente né giustificata da certificato medico possa portare al licenziamento bisogna innanzitutto verificare il contratto collettivo di categoria.

 

L’assenza ingiustificata dal lavoro è di per sé un comportamento grave, suscettibile di minare il rapporto di fiducia che l’azienda ripone nel dipendente, specie quando si protrae per diverso tempo: ecco perché, nelle ipotesi più gravi, è possibile intimare al dipendente il licenziamento. In particolare, l’assenza senza una giustificazione si verifica non solo quando il dipendente non comunica in anticipo l’intenzione di non recarsi sul posto di lavoro per sfruttare permessi, ferie, ecc., ma anche quando, avvenendo ciò per una causa imprevista (malattia o infortunio), il dipendente omette di inviare immediatamente il prescritto certificato medico.

 

Secondo, tuttavia, una sentenza della Cassazione di questa mattina [1], non sempre l’assenza ingiustificata dal lavoro legittima il licenziamento: è il caso in cui il contratto collettivo disciplini le conseguenze derivanti da determinati comportamenti e, per ciascuno di essi, preveda una apposita sanzione. Così, ad esempio, se il Ccnl stabilisce che, per tre giorni di assenza ingiustificata, non si possa procedere al licenziamento ma si debba comminare una sanzione meno grave (come la sospensione dal soldo e dal servizio), allora il datore di lavoro non avrà altra scelta.

 

Spesso è il contratto collettivo a fissare le sanzioni per gli illeciti disciplinari posti dai dipendenti, stabilendo se l’azienda possa far ricorso al licenziamento (cosiddetta sanzione espulsiva) o a sanzioni meno gravi (cosiddette sanzioni conservative). La Cassazione ha anche ritenuto, in passato, che il giudice è libero di convalidare il licenziamento in presenza di cause oggettive che rendano impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro, sebbene queste non siano state previste dal contratto collettivo come causa di espulsione [2]; e questo perché il tribunale non è vincolato all’elencazione contenuta nel ccnl. È infatti la gravità del comportamento che conta e non anche il fatto che esso sia contemplato negli accordi tra sindacati e aziende.

Tuttavia – si legge in sentenza – se il contratto collettivo prevede sanzioni più lievi, in materia di licenziamenti disciplinari, deve escludersi che, dove un determinato comportamento del lavoratore, invocato dal datore di lavoro come giusta causa di licenziamento, esso possa formare oggetto di una autonoma e più grave valutazione da parte del giudice. Il che equivale al dire che tanto il giudice quanto il datore di lavoro sono vincolati a quanto previsto nella contrattazione collettiva.

 

I Ccnl, dunque, diventano il primo step di verifica per stabilire se, all’assenza non comunicata all’azienda possa scattare o meno, in automatico, il licenziamento.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 13 aprile – 6 luglio 2016, n. 13787
Presidente Di Cerbo – Relatore Patti

Svolgimento del processo

– Con sentenza del 15 luglio 2014, la Corte di Appello di Ancona ha confermato la pronuncia di prima grado che aveva accolto l’impugnativa del licenziamento disciplinare in tronco intimato il 25 ottobre 2012 dalla E.G.R. Srl nei confronti di F.P. per una “assenza ingiustificata protratta per tre giorni e non comunicata al datore di lavoro”.
Rilevato che il CCNL delle aziende grafiche applicabile nella specie riservava la sanzione del licenziamento, peraltro con preavviso, all’ipotesi che il dipendente “abbia effettuato assenze ingiustificate prolungate oltre cinque giorni consecutivi”, la Corte ha condiviso il ragionamento dei primo giudice nel senso di ritenere che la condotta addebitata al P. fosse contemplata dal contratto collettivo come integrante un’infrazione disciplinare cui corrispondeva una sanzione conservativa, per cui occorreva applicare il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui al giudice era preclusa una autonoma e più grave valutazione.
La Corte, in particolare, ha ritenuto non sostenibile la tesi patrocinata dalla società secondo cui l’illecito del dipendente esulava dalla predetta

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[1] Cass. sent. n. 13787/16 del 6.07.2016.

[2] Cass. sent. n. 9635/2016. Cass. sent. n. 5777/2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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