Causa di risarcimento danni: il giudice liquida solo quanto richiesto
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8 Lug 2016
 
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Causa di risarcimento danni: il giudice liquida solo quanto richiesto

Ultrapetizione: il giudice non può riconoscere all’attore che agisce in giudizio per un risarcimento del danno, una somma superiore a quella da questi richiesta, anche se si tratta di retribuzioni per il licenziamento illegittimo.

 

Se vuoi iniziare una causa per ottenere un risarcimento del danno fai molta attenzione a quantificare, nell’atto di citazione o di ricorso da presentare in tribunale, l’importo esatto a te spettante; infatti, una errata indicazione della somma potrebbe esporti a due grossi rischi:

 

– da un lato, se richiedi una somma eccessiva rispetto a quella che effettivamente ti compete, il giudice potrebbe ritenerti “parzialmente soccombente” nella causa, non avendo integralmente accolto la tua domanda. Facciamo un esempio: Tizio chiede un risarcimento per un incidente stradale e quantifica il danno in 50mila euro, pur avendo subito un comunissimo colpo di frusta, per il quale il risarcimento può arrivare a massimo 3mila euro. In questi casi, se l’attore vince la causa, ma ottiene solo una parte di quello che aveva chiesto, le spese legali verranno compensate tra le parti. Il che è come dire che ognuno si paga il proprio avvocato e non si applica, invece, la regola in base alla quale è la parte soccombente a doverle versare (nell’esempio di sopra, l’assicurazione);

 

– dall’altro lato, se richiedi una somma inferiore a quella che potrebbe spettarti, il giudice quand’anche si accorga che tu hai diritto a un risarcimento maggiore, non potrebbe riconoscertelo perché resta vincolato alla tua domanda formulata nell’atto processuale e non può salire sopra questa. Diversamente la sentenza sarebbe illegittima per il cosiddetto vizio da “ultrapetizione”.

 

È quanto ricorda una recente sentenza della Cassazione [1]. In particolare, riguardo al secondo punto, il nostro codice di procedura civile stabilisce un principio: la necessaria “corrispondenza tra chiesto e giudicato”. Per i non tecnici del settore potrebbe sembrare una frase priva di senso e invece la sua spiegazione è molto semplice: il magistrato può giudicare (ed eventualmente riconoscere con la sentenza) solo quanto è stato chiesto dalle parti e non di più (al massimo, di meno). Come dire che se Tizio, in presenza di un inadempimento contrattuale, chiede solo la restituzione del prezzo che ha pagato, ma dimentica di richiedere anche il risarcimento per le spese affrontate, non ne potrà vai vedere la liquidazione anche se ne ha diritto.

 

Questi principi valgono anche in materia di licenziamento illegittimo e riconoscimento delle retribuzioni spettanti e non versate. Se il giudice dovesse ritenere che il dipendente ha diritto alla reintegra sul posto di lavoro, in genere riconosce allo stesso il pagamento di tutte retribuzioni non corrisposte durante il periodo di “sospensione” del rapporto. Ma se il dipendente dovesse chiedere una cifra inferiore, il giudice non potrebbe spostarsi da questa. Stabilisce infatti la sentenza in commento che incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice che ordina il versamento di tutte le retribuzioni maturate dal giorno della estromissione alla effettiva ricostituzione del rapporto di lavoro, a fronte di una domanda del dipendente di condannare il datore di lavoro al versamento di una somma compresa tra 2,5 e 6 mensilità quale conseguenza del licenziamento privo di forma scritta.

 

In presenza di un licenziamento intimato verbalmente, poiché tale provvedimento è inesistente e non recide il contratto di lavoro, non è d’obbligo disporre la ricostituzione del vincolo contrattuale e il versamento di tutte le mensilità non lavorate fino al ripristino del rapporto, se il dipendente ha chiesto di meno nel proprio atto di ricorso. Poiché si verte in tema di risarcimento del danno, aggiunge la Suprema corte, deve necessariamente operare il principio per il quale, se la parte ricorrente ha quantificato la propria pretesa indennitaria in un importo di misura inferiore, non può il giudice disporre la condanna dell’impresa resistente al pagamento di una somma maggiore.


[1] Cass. sent. n. 13876/2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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