Compensazione delle spese legali: quando è possibile?
Lo sai che?
12 Ago 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Compensazione delle spese legali: quando è possibile?

Creare un deterrente alle cause temerarie e garantire una maggiore funzionalità del processo civile: con questi obiettivi, sono state modificate le ipotesi di compensazione delle spese di lite.

 

Chi perde paga”: è questo il principio cardine in materia di spese di lite nell’ambito del processo. Ora più che mai, soprattutto se si considera che recente è la riforma della giustizia che ha rafforzato la previsione che chi soccombe nel giudizio è tenuto a rimborsare le spese del processo [1], limitando notevolmente i casi di compensazione: se ne parla quando ognuno paga le spese di sua spettanza. Proprio quest’ultima è da sempre vista con sospetto in ambito processuale perché – di fatto – vanifica il principio della soccombenza, rappresentando un danno per la parte vittoriosa e un incentivo alle liti, attraverso il largo uso del potere discrezionale di farne uso.

 

Con le varie riforme che si sono succedute negli anni, quindi, si è cercato di porre un deterrente alle cause temerarie (che si hanno quando si agisce o resiste in giudizio con mala fede e colpa grave) e spingere verso una maggiore funzionalità del processo civile di cognizione.

 

 

Compensazione spese di lite: quando fare ricorso

Ad oggi la compensazione è prevista sono in ipotesi ben precise:

  • in caso di soccombenza reciproca, che si ha quando:

 

1) la domanda proposta viene accolta solo parzialmente. Facciamo un esempio: Tizio accusa Caio per i danni che gli ha cagionato nel corso dell’esecuzione di lavori di ristrutturazione nel proprio appartamento, quantificando tali danni in euro 15.000. Il giudice, però, gliene riconosce solo 10.000. In pratica sia Tizio che Caio hanno perso e nello stesso tempo vinto la causa, poiché la pretesa di entrambi è stata accolta solo in parte.

 

2) Si parla di soccombenza reciproca anche quando il giudice accoglie solo uno o più punti – ma non tutti – di quelli proposti dall’attore nella domanda (significa che chiedo A, B, C, D ma il giudice mi riconosce solo B) e

 

3) in caso di accoglimento (o rigetto) di più domande contrapposte presentate nello stesso processo sia dall’attore che dal convenuto. Per esempio, l’attore chiede “A”, “B” e “C”, mentre il convenuto “D” e “F”. Il giudice accoglie solo la domanda “B” dell’attore e “F” del convenuto;

  • in caso di novità della questione trattata, cioè quando il giudice deve decidere una questione su cui la Cassazione non si è ancora pronunciata, essendo quest’ultima l’unica autorizzata a mettervi un “punto fermo”. Dopo la decisione del giudice di legittimità qualunque problematica non è (né comunque si può ritenere) più «nuova», tenuto conto della molteplicità dei canali di accesso alle pronunce della Cassazione,
  • o mutamento della giurisprudenza: il caso ricorre quando la parte che perde la causa ha prospettato una soluzione giurisprudenziale a sé favorevole, mentre il giudice le ha dato torto in base a una diversa e nuova interpretazione della legge. Attenzione, però: occorre uno stacco rispetto a quanto univocamente affermato in passato. Si è quindi fuori da questa ipotesi quando sulla problematica si era già verificato un contrasto di giurisprudenza.

[1] Art. 91 cod. proc. civ.

[2] A ciò risponde la modifica dell’art. 92, co. 2, cod. proc. civ., ad opera della l. n. 162, del 10.11.2014.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti