Assoluzione in primo grado: appello, condanna più difficile
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10 Lug 2016
 
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Assoluzione in primo grado: appello, condanna più difficile

Nel caso di appello contro una sentenza di primo grado che abbia assolto l’imputato, il giudice, se vuole invece condannarlo, deve risentire i testimoni.

 

Se, nel corso di un procedimento penale, il giudice ti ha assolto per non aver commesso il fatto o perché le prove a tuo carico erano insufficienti e, ciò nonostante, il PM (il Pubblico Ministero) ha fatto appello alla sentenza, sappi che la tua condanna in secondo grado sarà molto più difficile di quanto possa sembrare: infatti, per poter arrivare a un giudizio di colpevolezza, il tribunale non può basarsi sui verbali delle dichiarazioni dei testimoni già rese nel corso del primo grado, ma dovrà sentire nuovamente i medesimi testimoni. È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Nel nostro ordinamento, il ribaltamento di un’assoluzione (ossia il potere del giudice di appello di annullare la sentenza di primo grado favorevole all’imputato, sostituendola con una di condanna [2]) può avvenire solo entro il rispetto di alcune garanzie per l’imputato. Lo impongono anche i principi contenuti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che stabiliscono [3] come vanno interpretate le norme del nostro codice penale e di procedura penale. Insomma, la sentenza di secondo grado non può avvenire solo sulla base di una rilettura delle carte del processo già avvenuto in precedenza, ma va rispettato il diritto dell’imputato di esaminare o fare esaminare i testimoni a carico (ossia quelli a lui contrari) e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico (ossia quelli a lui favorevoli).

 

La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione afferma una cosa molto importante, una garanzia estrema per l’imputato: il giudice di appello non può condannare l’imputato precedentemente assolto sulla base di una diversa valutazione di testimonianze ritenute decisive, se non procede a riassumere tali testimonianze davanti a sé. Questo perché, le esigenze di garantire il contradditorio fra le parti e il confronto orale dei testi con il giudice e le parti consentono una verifica giudiziale più compiuta sulla colpevolezza dell’imputato. La condanna dell’imputato può avvenire solo se vi è prova della colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”: il che impone al giudice di appello, qualora voglia condannare l’imputato, di risentire direttamente il testimone decisivo [4].

 

Detto in parole ancora più povere, poiché in gioco c’è la libertà di una persona, la valutazione del giudice non può essere affidata solo alla lettura delle carte, riportanti le parole dei testimoni già sentiti da un diverso giudice: è necessaria la percezione diretta del testimone da parte della Corte d’appello, e questa percezione è insostituibile se si vuole giungere a una sentenza di condanna.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 28 aprile – 6 luglio 2016, n. 27620
Presidente Canzio – Relatore Conti

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14 ottobre 2010, la Corte di appello di Brescia, su impugnazione del Pubblico Ministero, in riforma della sentenza assolutoria pronunciata dal Tribunale di Mantova, ha dichiarato D.T.K. colpevole del delitto di cui agli artt. 81, secondo comma, e 629, primo comma, cod. pen.
1.1. Al D. era stato contestato di avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con richiesta della somma di Euro 5.000 rivolta a S.R. , alla cui dazione aveva subordinato la consegna del nulla osta da lui ottenuto per l’ingresso in Italia del cittadino (omissis) R.M. , nipote dello S. , e successivamente, con richiesta di una ulteriore somma di denaro, alla cui dazione aveva subordinato la sottoscrizione di un contratto di lavoro per il R. , necessario per l’ottenimento di un permesso di soggiorno, costretto lo S. a versare in totale la somma di Euro 7.500, di cui Euro 4.500 il 2 maggio 2008 ed Euro 3.000 il 6 dicembre 2008 (fatto commesso in (omissis) ).
Il D. era stato arrestato in flagranza, nell’atto di ricevere dallo S. una busta chiusa in cui, d’intesa con la polizia, quest’ultimo aveva riposto banconote dell’importo complessivo

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[1] Cass. S.U. sent. n. 27620/2016.

[2] Cosiddetto divieto di reformatio in peius.

[3] CEDU art. 6 par. 3, lett. d).

[4] Si tratti di testimone puro ex art. 197 cod. proc. pen., di testimone assistito ex art. 197-bis cod. proc. pen., di coimputato nel medesimo procedimento o nel procedimento connesso ex artt. 503 e 210 cod. proc. pen., dell’imputato in causa propria. Va disposta anche in caso di assoluzione resa a seguito di abbreviato ex art. 438 cod. proc. pen. – poi impugnata – oppure per l’impugnazione della parte civile ai soli interessi del risarcimento del danno.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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