Conviventi: mantenimento e alimenti
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11 Lug 2016
 
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Conviventi: mantenimento e alimenti

Legge Cirinnà: la disciplina della convivenza, l’erogazione del mantenimento in caso di cessazione dell’unione, la deducibilità fiscale.

 

La nuova legge sulle unioni civili, anche detta legge Cirinnà [1] regola anche le ipotesi di convivenze stabilendo la possibilità che i conviventi siglino appositi patti o contratti di convivenza.

In particolare, tra i diritti e doveri dei conviventi viene disciplinata l’ipotesi del pagamento degli alimenti. Così, in caso di cessazione della convivenza di fatto, viene prevista l’erogazione di un assegno periodico al partner, assegno però che non è deducibile ai fini fiscali. Leggiamo il testo della nuova norma e cerchiamo di comprenderne il significato.

 

 

Pagamento del mantenimento o degli alimenti?

Quando cessa la convivenza di fatto e, quindi, i conviventi si lasciano, l’uno dei due che versi in stato di bisogno e non sia in grado di mantenere al proprio mantenimento può rivolgersi al giudice affinché stabilisca il suo diritto di ricevere dall’altro convivente gli alimenti.

 

Dunque, le condizioni per ottenere tali alimenti sono:

  • l’esistenza di una convivenza;
  • che uno dei due conviventi, al momento della separazione, non disponga dei redditi sufficienti a mantenersi e che, pertanto, versi in stato di bisogno;
  • un’azione in tribunale.

 

Gli alimenti, quindi, sono qualcosa di ben diverso dall’assegno di mantenimento che, invece, spetta anche se non c’è uno stato di bisogno, ma per il solo fatto che uno dei due ex coniugi versi in condizioni economiche peggiori rispetto all’altro, ma non per questo necessariamente disastrose.

 

Dunque, sintetizzando:

  • nel caso di separazione della coppia sposata è previsto l’assegno di mantenimento (e per averne diritto non c’è bisogno di versare in stato di bisogno);
  • nel caso di separazione della coppia convivente è previsto il solo diritto agli alimenti (e, per averne diritto, è necessario che il beneficiario versi in stato di bisogno).

 

 

Come viene determinato l’assegno per gli alimenti?

Nel caso della coppia convivente che si separi, il giudice determina l’ammontare degli alimenti solo per un periodo di tempo proporzionale alla durata della convivenza. In questo sussiste l’altra grande differenza rispetto al mantenimento della coppia sposata ove l’assegno viene stabilito “a tempo indeterminato”, sino all’arrivo di una nuova pronuncia del giudice che modifichi o revochi l’assegno stesso.

 

L’importo degli alimenti viene determinato secondo le stesse regole previste per la separazione della coppia sposata [2] ossia in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale.

 

 

La deducibilità degli alimenti al convivente

A differenza di quanto avviene per le unioni civili (quelle cioè tra coppie omosessuali), non è prevista la deducibilità fiscale dell’assegno erogato qualora dovesse cessare la convivenza di fatto [3].

 

Per le stesse ragioni, simmetricamente, il convivente che riceve l’assegno non deve sottoporlo a tassazione. La somma erogata non costituisce reddito assimilato a quello di lavoro dipendente.

 

Le norme fiscali applicabili nell’ipotesi di matrimonio non si “estendono” alle convivenze di fatto, a parte un numero limitato di casi. Tuttavia, i conviventi di fatto possono sottoscrivere un contratto di convivenza (predisposto da un avvocato o da un notaio). In questo caso il contratto può prevedere il regime patrimoniale della comunione dei beni. Pertanto, se non si sceglie la separazione, i beni immobili acquistati durante la convivenza di fatto assumono rilievo, ai fini fiscali, per i due soggetti. I redditi devono essere imputati, in misura pari alla metà, alle due parti conviventi.

 

 

Che succede alla casa?

Quanto alla casa di comune residenza della coppia convivente, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni.

 

Il reddito dell’immobile, cioè la rendita catastale rivalutata, dovrà essere dichiarato dagli eventuali eredi che saranno tenuti a concederlo in uso, sia pure temporaneamente, al convivente superstite. Analogamente, gli eredi saranno tenuti a pagare sia l’Imu che la Tasi, trattandosi di un immobile non adibito ad abitazione principale da parte dei soggetti proprietari.

 


[1] L. n. 76/2016 in Gazz. Uff. del 21.05.2016.

[2] Art. 438 cod. civ.

[3] L’art. 10 del Tuir, che prevede la deducibilità dell’assegno ai fini fiscali, non è applicabile agli alimenti delle convivenze di fatto: la lettera c) del citato art. 10 Tuir si riferisce alle ipotesi di separazione o divorzio e la successiva lettera d) interessa gli assegni alimentari corrisposti alle persone indicate nell’articolo 433 cod. civ., al cui interno non può essere ricondotta la figura del convivente di fatto.

 

 


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