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Le Guide Pubblicato il 12 luglio 2016

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Le Guide Diffamazione su Facebook: competenza e prove

> Le Guide Pubblicato il 12 luglio 2016

Qual è il giudice competente in caso di ingiuria o diffamazione su Facebook e quali sono le prove che possono essere prodotte per dimostrare l’illecito?

Se sei stato vittima di una diffamazione su Facebook ti sei anche dovuto confrontare con due dei principali problemi che questo reato pone sia per gli operatori del diritto (avvocati e giudici), sia per le parti offese: la questione del giudice competente per territorio, dinanzi al quale, cioè, si deve svolgere il processo, e quella della raccolta delle prove a sostegno della tua denuncia, prove che non sempre sono facili da acquisire, un po’ per via dell’immaterialità del supporto su cui la condotta viene posta in essere, un po’ perché tale supporto è modificabile in qualsiasi momento dal suo autore, attraverso un semplice click di mouse. Ma procediamo con ordine.

Diffamazione su Facebook: l’assenza della vittima

La diffamazione è quel reato che si sostanzia nel pronunciare o scrivere una frase offensiva dell’altrui reputazione innanzi a due o più persone, in assenza della vittima; se, invece, quest’ultima è presente siamo nell’ambito dell’ingiuria che, come ormai noto, non è più reato (e, dunque, in tal ultimo caso non si può procedere con una querela, ma bisogna avviare una causa civile di risarcimento dei danni; in caso di sentenza di condanna, il colpevole viene chiamato a risarcire la vittima e, altresì, a pagare una multa allo Stato).

L’assenza della vittima, su Facebook, può essere realizzata con un post sul proprio profilo, anche se la parte offesa fa parte delle “amicizie” dell’autore dello scritto e, quindi, possa potenzialmente accedere al contenuto incriminato. Ancora più palese la diffamazione se la frase diffamatoria viene proferita all’interno di una chat di gruppo su Messenger o su un treat di discussioni, cui partecipino diversi soggetti, ma non colui che viene diffamato.

Diffamazione su Facebook: si applica l’aggravante

Tra i numerosi reati che si commettono sui social network, la diffamazione su Facebook ha assunto proporzioni ormai esasperanti: gli utenti si sentono stranamente liberi (benché consapevoli di farlo innanzi a un pubblico di smisurate proporzioni) di scrivere, condividere e commentare frasi e post offensivi. Senonché proprio la dimensione di Internet fa sì che il reato sul web sia considerato più grave di quello realizzato in una realtà materiale: più precisamente, l’utilizzo di internet integra l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità [1], stante la “particolare capacità divulgativa del mezzo telematico”.

La diffamazione aggravata su Facebook, dunque, si perfeziona anche a mezzo chat o sistemi di messaggistica istantanea. Ma se l’offesa è inviata a mezzo mail o chat a un unico destinatario, per i giudici non ci sono dubbi: si tratta di ingiuria, punita meno severamente con una semplice multa all’esito di una causa civile. Se invece il messaggio viene inoltrato a destinatari diversi e molteplici, ad esempio attraverso la funzione di forward o a gruppi WhatsApp, le cose cambiano. Per la Suprema corte la condotta è più grave, si tratta di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità e la competenza è del tribunale.

Perché scatti il reato non è necessario che la vittima sia identificata con il suo nome e cognome: bastano anche indicazioni univoche che tolgano ogni dubbio sul destinatario della frase. Si pensi al caso in cui si critichi la commissione giudicatrice di un concorso o si insinui che il vincitore di una gara sia un raccomandato con agganci politici.

Rendere “chiuso” e non “pubblico” il profilo non esclude la sussistenza del reato. Secondo infatti la Cassazione anche un messaggio diffuso a una ristretta cerchia dei contatti ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, proprio perché il mezzo usato valorizza il rapporto interpersonale, senza il quale la bacheca Facebook non avrebbe senso.

Diffamazione su internet: competenza territoriale del giudice

Uno dei primi problemi sorti insieme alle nuove comunicazioni è stato adattare le regole di un codice scritto per una realtà fenomenica a una fatta di bit. E lo scoglio si è subito posto nell’individuare il giudice territorialmente competente, ossia quello chiamato a decidere la controversia di carattere penale.

A fronte di un iniziale orientamento che riteneva competente il giudice del luogo ove è ubicato il server sul quale viene “caricato” il contenuto incriminato, sono subito sorti ulteriori orientamenti interpretativi: difatti se da un lato non è sempre facile individuare con esattezza dove si trovano i server, dall’altro – ed ancor più spesso – essi si trovano all’estero.

Così oggi siamo di fronte a due diverse linee interpretative (confronta le sentenze riportate a fine di questo articolo):

  • da un lato si ritiene che il luogo di competenza territoriale del giudice sia quello di residenza del colpevole della diffamazione (coincidente cioè con il luogo in cui l’illecito viene commesso). Ciò però pone un problema nel caso di un account Facebook fasullo (cosiddetto fake), dovendosi prima procedere all’individuazione materiale del soggetto autore dello scritto: il che richiede la collaborazione della stessa società che gestisce il social network, cosa non sempre agevole;
  • da un altro lato si sostiene che la competenza sia quella del giudice del luogo di residenza della vittima, in quanto è proprio in tale ambito territoriale che si consuma maggiormente il danno: ove, infatti, la parte lesa è più conosciuta, la diffamazione sortisce i suoi effetti più dannosi.

La Corte di Cassazione è stata frequentemente investita della questione di competenza territoriale del Giudice in tema di diffamazione via Facebook. Ad oggi pare che sia il settore penale sia il settore civile siano giunti a un orientamento comune: il Giudice territorialmente competente è quello del luogo di domicilio o residenza della persona offesa. Nell’ambito penale il Supremo Collegio si è espresso in questo senso a più riprese.

Le prove per dimostrare la diffamazione su Facebook

Il secondo problema che incontra chi deve denunciare alle autorità una diffamazione su Facebook è quello della raccolta delle prove. Sorgono due tipi di scogli:

  • il primo è che la nostra legge non riconosce valore di prova “legale” (ossia ufficiale, senza possibilità di contestazioni) a uno screenshot, a un file immagine, a un pdf o a una stampa su carta di una pagina internet;
  • il secondo è che, comunque, è bene “fissare” in qualsiasi modo, e nel più breve tempo possibile, la prova dell’illecito, potendo l’autore della frase modificarla e, quindi, venendo meno la dimostrazione del reato.

Conciliare queste due esigenze non è sempre facile. Di certo, la cosa più facile, immediata e pratica è “salvare” l’immagine a video con una fotografia dello schermo del computer per come appare all’utente. È il cosiddetto screenshot, ossia un fotogramma statico scattato alla videata di Facebook per come appare a tutti, con il contenuto diffamatorio; tale screenshot è un file immagine che può essere memorizzato in un hard disk, in una pennetta usb, in un dvd e prodotto in giudizio a dimostrazione della diffamazione.

Meccanismo simile è quello della stampa della pagina con una comune stampante di casa.

I codici di procedura sono piuttosto scettici nei confronti delle prove che siano solo “rappresentazioni meccaniche” della realtà come le fotocopie, le stampe, gli screenshot, consapevoli del fatto che si tratta di documenti facilmente manomettibili e falsificabili. Se, così, dovesse sopraggiungere la contestazione di controparte, difficile può essere salvare la prova.

Corre in soccorso, allora, la testimonianza di un terzo che possa dire di aver visto il post. Le dichiarazioni del testimone sono liberamente valutabili dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento e, se ritenute attendibili, possono fondare la sentenza di condanna. Senza contare che, nel processo penale, anche le semplici dichiarazioni della vittima possono portare a un giudizio di colpevolezza dell’imputato: sarà comunque bene che esse siano credibili secondo una valutazione del giudice che tenga conto anche di tutti gli altri elementi acquisiti nel corso del processo.

Per superare tutti questi ostacoli, tempo fa il Consiglio Nazionale del Notariato ha suggerito la possibilità di realizzare un tipo di prova legale su Facebook: essa sarebbe costituita dalla stampa della videata (screenshot) autenticata dal notaio. In pratica, il professionista certifica – con valenza di prova legale, ossia non contestabile fino a querela di falso – la corrispondenza tra la riproduzione meccanica e l’immagine a video (prima che questa venga eventualmente modificata dall’autore del post diffamatorio). In tal modo, anche un semplice file o un foglio A4.

note

[1] Art. 595 co. 3, cod. pen.

Autore immagine. 123rf com

Trib. Firenze, sent. n. 2515/2014

Ai fini della individuazione del giudice territorialmente competente per un’azione di risarcimento danni, il locus commissi delicti, quale luogo ove l’obbligazione risarcitoria sorge ex art. 20 c.p.c., corrisponde a quello in cui si produce il danno che è conseguenza del fatto lesivo ed in assenza del quale il fatto lesivo medesimo non può dar luogo ad una pretesa risarcitoria. In caso di diffamazione e, più correttamente, in caso di violazione del principio del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c. di cui si risponde oggettivamente, commessa tramite un mezzo di comunicazione di massa, il locus commissi delicti deve essere considerato non lo stabilimento ove si stampa la pubblicazione o la sede dov’è lo studio televisivo nel quale si realizza il programma o il server internet su cui viene “caricato” il sito contenente la notizia diffamatoria, rappresentando questi solo i luoghi ove si consuma l’illecita lesione del diritto alla reputazione, bensì il domicilio, quale sede principale degli affari e degli interessi del danneggiato e, quindi, luogo in cui presumibilmente si verificano gli effetti dannosi negativi, patrimoniali e non dell’offesa alla reputazione. Conseguentemente, allorché vengano utilizzati strumenti di comunicazione di massa, quali essi siano, giornale, televisione, radio, web, è del tutto irrilevante stabilire ove abbia avuto luogo la condotta antigiuridica dell’agente. L’obbligazione al risarcimento del danno sorge infatti ove il danneggiato ha il proprio domicilio. In definitiva, in merito alla competenza su tutte le domande di risarcimento dei danni derivanti da pregiudizi dei diritti della personalità recati da mezzi di comunicazione di massa, la competenza appartiene al giudice del luogo di domicilio (o della sede della persona giuridica) o, in caso sia diverso, anche al giudice della residenza del danneggiato, ciò in analogia a normative regolanti materie diverse dalla presente ed, in base alle quali, è possibile affermare che nell’ordinamento appare essere contenuto un principio generale che, in caso di squilibrio delle posizioni sostanziali delle parti, utilizza il foro del danneggiato o, comunque, della parte debole, come misura equilibratrice e, pertanto, autorizza l’interprete, nel caso dubbio, a preferire analoga soluzione. (Tutto ciò premesso, in applicazione dei principi illustrati, nella fattispecie, avente ad oggetto la richiesta di risarcimento dei danni derivanti da diffamazione a mezzo stampa, si è affermata la correttezza della competenza territoriale del Tribunale adito, con conseguente rigetto dell’eccezione di incompetenza del predetto Tribunale proposta dalla parte convenuta in favore di quello ove aveva la sede la testata giornalistica citata in giudizio).

 

Cass. sent. n. 31677/2015.

Nei reati di diffamazione tramite la rete “internet”, ove sia impossibile stabilire il luogo di consumazione del reato e sia stato invece individuato quello in cui il contenuto diffamatorio è stato caricato come dato informatico, per poi essere immesso in rete, la competenza territoriale va determinata, ai sensi dell’art. 9, primo comma, cod. proc. pen., in relazione al luogo predetto, in cui è avvenuta una parte dell’azione.

Cass. sent. n. 16307/2011

In tema di competenza per territorio nei casi di diffamazione via Internet, attesa la difficoltà di utilizzare criteri oggettivi unici, individuati secondo le regole generali dettate dagli articoli 8 e 9, comma 2°, del Cpp, come quelli di prima pubblicazione, di immissione della notizia nella rete, di accesso del primo visitatore, di collocazione del server, il giudice compentente potrà essere individuato ai sensi dell’articolo 9, comma 2°, del Cpp che lo indica in quello della residenza, della dimora o del domicilio dell’imputato.

Trib. Lecce, sent. 24.02.2001

Nel caso di diffamazione compiuta in Internet, mediante la partecipazione ad un newsgroup, il forum commissi delicti è quello del luogo dove si trova il server sul quale sono caricate le pagine contenenti le dichiarazioni diffamanti, salvo che manchino prove certe riguardo all’ubicazione del server, nel qual caso la competenza va radicata presso il foro del luogo di residenza del danneggiante.

Cass. sent. n. 2739/2011

La competenza per territorio, per il reato di diffamazione commesso mediante la diffusione di notizie lesive dell’altrui reputazione allocate in un sito “web”, va determinata in forza del criterio del luogo di domicilio dell’imputato, in applicazione della regola suppletiva stabilita dall’art. 9, comma secondo, cod. proc. pen.

Cass. sent. n. 4741/2000

Il giudice italiano è competente a conoscere della diffamazione compiuta mediante l’inserimento nella rete telematica (internet) di frasi offensive e/o immagini denigratorie, anche nel caso in cui il sito web sia stato registrato all’estero e purchè l’offesa sia stata percepita da più fruitori che si trovino in Italia; invero, in quanto reato di evento, la diffamazione si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono la espressione ingiuriosa.

Cass. sent. n. 6591/2002

Nell’obbligazione risarcitoria da fatto illecito, il luogo in cui sorge l’obbligazione coincide con quello in cui si verifica l’evento-lesione del bene giuridico tutelato, soltanto nell’ipotesi di lesione dei diritti della personalità costituzionalmente garantiti; per i danni patrimoniali e morali, che hanno natura di danni conseguenza, l’obbligazione deve invece considerarsi sorta nel luogo in cui il danno si verifica. In caso di diffamazione via internet, il forum commissi delicti non può esser identificato con quello in cui si trova il server sul quale sono caricate le pagine diffamatorie, bensì va individuato nel luogo in cui i danni patrimoniali e morali si verificano, e cioè nel luogo del domicilio del soggetto danneggiato, ove prima e più che altrove si sostanzia l’impoverimento e il danno morale.

  1. App. Trento sent. n. 223/2014

Costituisce condotta idonea alla integrazione del reato di furto, e non anche del delitto di appropriazione indebita, quella posta in essere dall’impiegato della banca che, con movimentazioni fittizie, effettui spostamenti o prelievi dai conti correnti dei clienti, sottraendo denaro alla disponibilità di costoro. Ai fini della delimitazione dei confini tra i reati ex artt. 624 e 646 c.p., invero, possono rientrare nella nozione di possesso vari casi di detenzione, ma deve comunque trattarsi di detenzione nomine proprio e non in nomine alieno, come in tutti i casi di persone che abbiano la disponibilità materiale della cosa ad altri appartenente in virtù del rapporto di dipendenza che le lega al titolare del diritto. Nella menzionata ipotesi (nella specie ricorrente), pertanto, l’impiegato di banca non ha la disponibilità neanche provvisoria della provvista dei conti correnti dei clienti dell’istituto, in quanto egli non ha altro compito che quello di eseguire le disposizioni del correntista, il quale rimane, in ogni momento, possessore e dominus della gestione del conto. Né la descritta condotta può ritenersi sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 640 ter c.p. sul solo presupposto che le operazioni di spostamento del denaro si effettuano oggi attraverso sistemi informatici. Il delitto introdotto dalla norma da ultimo citata, infatti, prevede la condotta di chi, intervenendo in qualsiasi modo su un sistema informatico, ne alteri il funzionamento o ne manipoli dati, informazioni o programmi senza esserne autorizzato dal titolare del sistema.

Trib. Milano, sent. n. 4680/2015

Il delitto di diffamazione a mezzo stampa può commettersi per via telematica, con l’ausilio del mezzo di internet, per cui, anche per le informazioni diffuse via internet è necessario procedere al doveroso bilanciamento tra diritti di rango costituzionale. In internet, il diritto di manifestazione del pensiero costituisce ed integra una causa di giustificazione, nell’ambito di un equo bilanciamento con altri diritti parimenti inviolabili e potenzialmente in conflitto, quali quello alla tutela dell’onore e della reputazione altrui, purché ricorrano specifici presupposti quali: la sussistenza di un interesse ai fatti narrati da parte dell’opinione pubblica, il c.d. principio di pertinenza, la correttezza con cui i fatti vengono esposti con rispetto dei requisiti minimi di forma, trattasi del c.d. principio di continenza, ed infine la corrispondenza tra i fatti accaduti e quelli narrati, ovvero il c.d. principio di verità oggettiva.

Trib. Genova, sent. n. 867/2013

Il diritto di critica discende dal più generale principio di libertà di espressione del pensiero tutelato dall’art. 21 Cost. ed è correttamente esercitato qualora si tratti di un argomento di pubblico interesse, siano rispettati i limiti dell’obiettività e della correttezza della forma espressiva e l’informazione sia veridica. Devono, tuttavia, essere rispettati i diritti dell’individuo o anche dell’impresa, quali il diritto all’immagine e/o alla reputazione, anche essi di rango costituzionale. Si precisa che il diritto di critica, a differenza di quello di cronaca, si concreta in un giudizio che, in quanto tale, non può che essere soggettivo rispetto ai fatti narrati, sebbene gli stessi debbano corrispondere a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui provengono o per altre circostanze oggettive. In relazione al reato di diffamazione, deve precisarsi come si ritenga sussistente il requisito della comunicazione con più persone qualora il messaggio diffamatorio sia inserito in un sitoInternet che, per sua natura, è destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti, come accade per il giornale telematico. Altresì, deve evidenziarsi come le opinioni veicolate on-line possono considerarsi rispettose del diritto di critica e di quello di cronaca solo se siano stati rispettati i limiti rappresentati dalla rilevanza sociale dell’argomento, dalla verità obiettiva dei fatti riferiti e dal rispetto della continenza delle espressioni utilizzate. Ciò detto, nella fattispecie, in cui il convenuto ha inserito su un dato sito internet due messaggi narrando la sua personale esperienza, negativa, in ordine alla richiesta di prestazioni di assistenza per la riparazione di una videocamera, lamentando il fatto che la stessa era stata consegnata presso il centro di assistenza gestito dalla parte attrice, in base al tenore letterale dei messaggi, si è ritenuto che il convenuto avesse esercitato il diritto di critica nell’ambito dei predetti limiti, sì da potersi considerare del tutto legittimo, con il conseguente rigetto delle domande proposte dalla parte attrice al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa di tali messaggi asseritamente diffamatori lasciati dal convenuto sul forum di un dato sito internet.

  1. App.Palermo, sent. n. 2648/2012 

Ai fini dell’integrazione del delitto di diffamazione via Internet, si deve presumere la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora il messaggio diffamatorio sia inserito in un sito internet per sua natura destinato a essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti, quale è il caso del giornale telematico, analogamente a quanto si presume nel caso di un tradizionale giornale a stampa, nulla rilevando l’astratta e teorica possibilità che esso non sia acquistato e letto da alcuno.

Cass. sent. n. 4741/2000

Il Giudice italiano è competente a conoscere della diffamazione compiuta mediante l’inserimento nella rete telematica (Internet) di frasi offensive e/o immagini denigratorie, anche nel caso in cui il sito web sia stato registrato all’estero e purché l’offesa sia stata percepita da più fruitori che si trovino in Italia; invero, in quanto reato di evento, la diffamazione si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono la espressione ingiuriosa.

Questo orientamento, consolidato in giurisprudenza, è valido sia nell’ipotesi in cui il messaggio, immesso in rete all’estero, transiti sui server italiani sia nell’ipotesi opposta, di messaggio inserito in Italia direttamente su un server straniero (ad esempio tramite un portatile).

Cass. S.U. sent. n. 21661/2009

Le Sezioni Unite hanno stabilito il luogo del Giudice competente: certamente quello in cui il danneggiato aveva il domicilio al momento della diffusione della notizia o del giudizio lesivi, perché la lesione della reputazione e degli altri beni della persona è correlata all’ambiente economico e sociale nel quale la persona vive e opera e costruisce la sua immagine, e quindi “svolge la sua personalità (articolo 2 Costituzione).

Pur non potendosi escludere che, in relazione alla notorietà della persona, il pregiudizio possa verificarsi anche altrove è certo che il domicilio è il luogo principale nel quale gli effetti negativi, patrimoniali e non patrimoniali si verificano.

Inoltre, nel caso di diversità del luogo del domicilio e di quello della residenza, il pregiudizio può verificarsi cumulativamente in entrambi i luoghi con la conseguente facoltà dell’attore di adire sia il Giudice del domicilio che quello, se diverso, della residenza.

Le Sezioni Unite addivengono a tali conclusioni dopo aver analizzato i due maggiori orientamenti in materia. Prima di questa pronunzia si colgono due fronti giurisprudenziali contrapposti.

Uno individua il Giudice competente in quello del luogo dove è avvenuta la stampa o l’immissione della notizia lesiva in rete (Cass. n. 12234/2007).

Un altro individua il Giudice competente in quello del luogo dove ha domicilio o residenza il danneggiato (Cass. n. 18544/2007).

Il luogo dell’immissione dell’evento lesivo in rete non perfeziona la fattispecie del danno finché non vi sia l’accesso a quella pagina del primo visitatore. Stabilire l’accesso del primo utente a quel determinato sito è impresa impossibile. Dunque il criterio del luogo della pubblicazione non è attendibile. Non è attendibile neppure il presupposto del luogo in cui è avvenuta la diffusione della notizia in quanto l’Internet conferisce uno stato di ubiquità ai propri contenuti e dunque il Giudice competente sarebbe rimesso alla mera discrezionalità dell’attore. Attendibile invece è apparso alle Sezioni Unite il criterio del luogo del domicilio o della residenza del danneggiato.

Trattandosi di lesione ai diritti della persona ed essendo il domicilio la sede principale degli affari e degli interessi del soggetto è legittimo concludere che questo sia il luogo in cui si sono principalmente verificati gli effetti pregiudizievoli. Si tratta inoltre di un luogo facilmente individuabile ex ante.

Le Sezioni Unite infatti osservano:

“In conclusione, nell’ordinamento (nel quale accanto alle norme di provenienza nazionale coesistono norme provenienti da fonti normative o negoziali internazionali) appare essere contenuto un principio generale che, in caso di squilibrio delle posizioni sostanziali delle parti, utilizza il foro del danneggiato o, comunque, della parte debole, come misura riequilibratrice e pertanto autorizza l’interprete, nel caso dubbio a preferire analoga soluzione”.

Questa scelta viene consacrata anche dalla Corte di Giustizia UE che con una pronunzia dell’ottobre 2011 (Corte di giustizia dell’Unione europea – Sentenza 25 ottobre 2011 – Cause riunite C-509/09 e C-161-10) stabilisce che il Giudice del luogo di residenza del danneggiato è l’autorità giudiziaria territorialmente competente per l’esercizio dell’azione risarcitoria dell’intero pregiudizio subito anche se verificatosi in più Stati membri. Il Giudice del luogo di residenza del danneggiato è la figura più adeguata a valutare l’impatto lesivo sui diritti della personalità di un’informazione messa in rete essendo la figura giudiziaria più prossima al centro di interessi della persona offesa. Considerando che il centro di interessi corrisponde, in via generale, alla residenza abituale. La Corte aggiunge poi che la vittima può sempre adire i giudici di ciascuno Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata, ma in tal caso essi saranno competenti solo per il danno causato in quel paese.

Così la Corte di giustizia:

“I criteri di collegamento ricordati al punto 42 della presente sentenza vanno quindi adeguati nel senso che la vittima di una lesione di un diritto della personalità per mezzo di Internet può adire un foro, a seconda del luogo di concretizzazione del danno cagionato da detta lesione nell’Unione europea, per la totalità di tale danno. Poiché l’impatto, sui diritti della personalità di un soggetto, di un’informazione messa in rete può essere valutata meglio dal Giudice del luogo in cui la presunta vittima possiede il proprio centro di interessi, l’attribuzione di competenza a tale Giudice corrisponde all’obiettivo di una buona amministrazione della giustizia, ricordato al punto 40 della presente sentenza.

Il luogo in cui una persona ha il proprio centro di interessi corrisponde, in via generale, alla sua residenza abituale. Tuttavia, una persona può avere il proprio centro di interessi anche in uno Stato membro in cui non risiede abitualmente, ove altri indizi, quali l’esercizio di un’attività professionale, possano dimostrare l’esistenza di un collegamento particolarmente stretto con tale Stato.

Di conseguenza, le prime due questioni nel procedimento C-509/09 e la questione unica nel procedimento C-161/10 vanno risolte dichiarando che l’art. 5, punto 3, del regolamento deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro di interessi. In luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata. Questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del Giudice adito (Corte di Giustizia UE, sent. 25 ottobre 2011 – Cause riunite C-509/09 e C-161-10).

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