Diffamazione su Facebook: competenza e prove
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12 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Diffamazione su Facebook: competenza e prove

Qual è il giudice competente in caso di ingiuria o diffamazione su Facebook e quali sono le prove che possono essere prodotte per dimostrare l’illecito?

 

Se sei stato vittima di una diffamazione su Facebook ti sei anche dovuto confrontare con due dei principali problemi che questo reato pone sia per gli operatori del diritto (avvocati e giudici), sia per le parti offese: la questione del giudice competente per territorio, dinanzi al quale, cioè, si deve svolgere il processo, e quella della raccolta delle prove a sostegno della tua denuncia, prove che non sempre sono facili da acquisire, un po’ per via dell’immaterialità del supporto su cui la condotta viene posta in essere, un po’ perché tale supporto è modificabile in qualsiasi momento dal suo autore, attraverso un semplice click di mouse. Ma procediamo con ordine.

 

 

Diffamazione su Facebook: l’assenza della vittima

La diffamazione è quel reato che si sostanzia nel pronunciare o scrivere una frase offensiva dell’altrui reputazione innanzi a due o più persone, in assenza della vittima; se, invece, quest’ultima è presente siamo nell’ambito dell’ingiuria che, come ormai noto, non è più reato (e, dunque, in tal ultimo caso non si può procedere con una querela, ma bisogna avviare una causa civile di risarcimento dei danni; in caso di sentenza di condanna, il colpevole viene chiamato a risarcire la vittima e, altresì, a pagare una multa allo Stato).

 

L’assenza della vittima, su Facebook, può essere realizzata con un post sul proprio profilo, anche se la parte offesa fa parte delle “amicizie” dell’autore dello scritto e, quindi, possa potenzialmente accedere al contenuto incriminato. Ancora più palese la diffamazione se la frase diffamatoria viene proferita all’interno di una chat di gruppo su Messenger o su un treat di discussioni, cui partecipino diversi soggetti, ma non colui che viene diffamato.

 

 

Diffamazione su Facebook: si applica l’aggravante

Tra i numerosi reati che si commettono sui social network, la diffamazione su Facebook ha assunto proporzioni ormai esasperanti: gli utenti si sentono stranamente liberi (benché consapevoli di farlo innanzi a un pubblico di smisurate proporzioni) di scrivere, condividere e commentare frasi e post offensivi. Senonché proprio la dimensione di Internet fa sì che il reato sul web sia considerato più grave di quello realizzato in una realtà materiale: più precisamente, l’utilizzo di internet integra l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità [1], stante la “particolare capacità divulgativa del mezzo telematico”.

 

La diffamazione aggravata su Facebook, dunque, si perfeziona anche a mezzo chat o sistemi di messaggistica istantanea. Ma se l’offesa è inviata a mezzo mail o chat a un unico destinatario, per i giudici non ci sono dubbi: si tratta di ingiuria, punita meno severamente con una semplice multa all’esito di una causa civile. Se invece il messaggio viene inoltrato a destinatari diversi e molteplici, ad esempio attraverso la funzione di forward o a gruppi WhatsApp, le cose cambiano. Per la Suprema corte la condotta è più grave, si tratta di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità e la competenza è del tribunale.

 

Perché scatti il reato non è necessario che la vittima sia identificata con il suo nome e cognome: bastano anche indicazioni univoche che tolgano ogni dubbio sul destinatario della frase. Si pensi al caso in cui si critichi la commissione giudicatrice di un concorso o si insinui che il vincitore di una gara sia un raccomandato con agganci politici.

 

Rendere “chiuso” e non “pubblico” il profilo non esclude la sussistenza del reato. Secondo infatti la Cassazione anche un messaggio diffuso a una ristretta cerchia dei contatti ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, proprio perché il mezzo usato valorizza il rapporto interpersonale, senza il quale la bacheca Facebook non avrebbe senso.

 

 

Diffamazione su internet: competenza territoriale del giudice

Uno dei primi problemi sorti insieme alle nuove comunicazioni è stato adattare le regole di un codice scritto per una realtà fenomenica a una fatta di bit. E lo scoglio si è subito posto nell’individuare il giudice territorialmente competente, ossia quello chiamato a decidere la controversia di carattere penale.

 

A fronte di un iniziale orientamento che riteneva competente il giudice del luogo ove è ubicato il server sul quale viene “caricato” il contenuto incriminato, sono subito sorti ulteriori orientamenti interpretativi: difatti se da un lato non è sempre facile individuare con esattezza dove si trovano i server, dall’altro – ed ancor più spesso – essi si trovano all’estero.

Così oggi siamo di fronte a due diverse linee interpretative (confronta le sentenze riportate a fine di questo articolo):

  • da un lato si ritiene che il luogo di competenza territoriale del giudice sia quello di residenza del colpevole della diffamazione (coincidente cioè con il luogo in cui l’illecito viene commesso). Ciò però pone un problema nel caso di un account Facebook fasullo (cosiddetto fake), dovendosi prima procedere all’individuazione materiale del soggetto autore dello scritto: il che richiede la collaborazione della stessa società che gestisce il social network, cosa non sempre agevole;
  • da un altro lato si sostiene che la competenza sia quella del giudice del luogo di residenza della vittima, in quanto è proprio in tale ambito territoriale che si consuma maggiormente il danno: ove, infatti, la parte lesa è più conosciuta, la diffamazione sortisce i suoi effetti più dannosi.

 

La Corte di Cassazione è stata frequentemente investita della questione di competenza territoriale del Giudice in tema di diffamazione via Facebook. Ad oggi pare che sia il settore penale sia il settore civile siano giunti a un orientamento comune: il Giudice territorialmente competente è quello del luogo di domicilio o residenza della persona offesa. Nell’ambito penale il Supremo Collegio si è espresso in questo senso a più riprese.

 

 

Le prove per dimostrare la diffamazione su Facebook

Il secondo problema che incontra chi deve denunciare alle autorità una diffamazione su Facebook è quello della raccolta delle prove. Sorgono due tipi di scogli:

  • il primo è che la nostra legge non riconosce valore di prova “legale” (ossia ufficiale, senza possibilità di contestazioni) a uno screenshot, a un file immagine, a un pdf o a una stampa su carta di una pagina internet;
  • il secondo è che, comunque, è bene “fissare” in qualsiasi modo, e nel più breve tempo possibile, la prova dell’illecito, potendo l’autore della frase modificarla e, quindi, venendo meno la dimostrazione del reato.

 

Conciliare queste due esigenze non è sempre facile. Di certo, la cosa più facile, immediata e pratica è “salvare” l’immagine a video con una fotografia dello schermo del computer per come appare all’utente. È il cosiddetto screenshot, ossia un fotogramma statico scattato alla videata di Facebook per come appare a tutti, con il contenuto diffamatorio; tale screenshot è un file immagine che può essere memorizzato in un hard disk, in una pennetta usb, in un dvd e prodotto in giudizio a dimostrazione della diffamazione.

Meccanismo simile è quello della stampa della pagina con una comune stampante di casa.

 

I codici di procedura sono piuttosto scettici nei confronti delle prove che siano solo “rappresentazioni meccaniche” della realtà come le fotocopie, le stampe, gli screenshot, consapevoli del fatto che si tratta di documenti facilmente manomettibili e falsificabili. Se, così, dovesse sopraggiungere la contestazione di controparte, difficile può essere salvare la prova.

Corre in soccorso, allora, la testimonianza di un terzo che possa dire di aver visto il post. Le dichiarazioni del testimone sono liberamente valutabili dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento e, se ritenute attendibili, possono fondare la sentenza di condanna. Senza contare che, nel processo penale, anche le semplici dichiarazioni della vittima possono portare a un giudizio di colpevolezza dell’imputato: sarà comunque bene che esse siano credibili secondo una valutazione del giudice che tenga conto anche di tutti gli altri elementi acquisiti nel corso del processo.

 

Per superare tutti questi ostacoli, tempo fa il Consiglio Nazionale del Notariato ha suggerito la possibilità di realizzare un tipo di prova legale su Facebook: essa sarebbe costituita dalla stampa della videata (screenshot) autenticata dal notaio. In pratica, il professionista certifica – con valenza di prova legale, ossia non contestabile fino a querela di falso – la corrispondenza tra la riproduzione meccanica e l’immagine a video (prima che questa venga eventualmente modificata dall’autore del post diffamatorio). In tal modo, anche un semplice file o un foglio A4.


La sentenza

Trib. Firenze, sent. n. 2515/2014

Ai fini della individuazione del giudice territorialmente competente per un’azione di risarcimento danni, il locus commissi delicti, quale luogo ove l’obbligazione risarcitoria sorge ex art. 20 c.p.c., corrisponde a quello in cui si produce il danno che è conseguenza del fatto lesivo ed in assenza del quale il fatto lesivo medesimo non può dar luogo ad una pretesa risarcitoria. In caso di diffamazione e, più correttamente, in caso di violazione del principio del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c. di cui si risponde oggettivamente, commessa tramite un mezzo di comunicazione di massa, il locus commissi delicti deve essere considerato non lo stabilimento ove si stampa la pubblicazione o la sede dov’è lo studio televisivo nel quale si realizza il programma o il server internet su cui viene “caricato” il sito contenente la notizia diffamatoria, rappresentando questi solo i luoghi ove si consuma l’illecita lesione del diritto alla reputazione, bensì il domicilio, quale sede principale degli affari e degli interessi del danneggiato e, quindi, luogo in cui presumibilmente si verificano gli effetti dannosi negativi, patrimoniali e non dell’offesa alla reputazione.

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[1] Art. 595 co. 3, cod. pen.

 

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