Come non perdere il diritto all’assegno di mantenimento
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13 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Come non perdere il diritto all’assegno di mantenimento

Separazione e divorzio, i casi in cui si perde l’assegno di mantenimento: dall’aumento del reddito o alla nuova occupazione lavorativa al tradimento, dall’inizio di una nuova convivenza alla mancanza di buona volontà nel cercare un nuovo posto di lavoro.

 

Così come è facile ottenere, dopo la separazione, l’assegno di mantenimento è altrettanto facile perderlo: infatti si tratta di una di quelle decisioni del giudice che può essere sempre oggetto di revisione, modifica (in diminuzione o aumento) o cancellazione totale. A differenza delle altre sentenze che, una volta divenute definitive, non sono più modificabili, quelle in materia di famiglia possono essere sempre riviste. Ovviamente, perché il magistrato emetta un provvedimento di modifica dell’assegno di mantenimento devono sopraggiungere fatti nuovi e imprevisti rispetto alla precedente pronuncia. Alcuni di questi eventi possono essere previsti ed evitati in modo da non perdere il diritto all’assegno di mantenimento.

 

 

L’addebito

La prima cosa che verifica il giudice, prima di concedere l’assegno di mantenimento, è se il coniuge richiedente sia o meno responsabile della fine dell’unione. “Responsabile” non è chi dice di non essere più innamorato, di non sentirsi più coinvolto dall’altro, ma chi viola uno degli specifici doveri connessi al matrimonio, ossia:

  • convivenza: è responsabile chi abbandona il tetto coniugale:
  • assistenza morale e materiale: è responsabile chi non mantiene economicamente il coniuge o non gli presta il dovuto supporto in caso di difficoltà non solo fisiche, ma anche psicologiche o dovute a patologie di vario tipo (ad esempio, è responsabile chi lasci molte ore da solo il coniuge bisognoso di cure);
  • fedeltà: è responsabile chi tradisce il coniuge o comunque compie comportamenti tali da lederne l’onore (come il dar adito a voci circa una possibile relazione adulterina).

 

Chi viene ritenuto responsabile del fallimento del matrimonio subisce il cosiddetto addebito e, quindi, non può più rivendicare l’assegno di mantenimento, anche se il suo reddito è più basso dell’altro. L’unica eccezione è nel caso in cui le condizioni economiche del coniuge responsabile siano “disperate”: in tal caso, anche se ha subito l’addebito, gli spettano gli alimenti, ossia una somma periodica comunque inferiore al mantenimento e necessaria solo per sopravvivere.

 

 

La sproporzione dei redditi e la perdita del mantenimento

Il diritto all’assegno di mantenimento spetta, in caso di separazione della coppia, come misura di sostegno per il coniuge con un reddito più basso rispetto a quello dell’ex. Dopo il divorzio, si chiama assegno divorzile, ma la sostanza non cambia e i criteri per la sua determinazione, e il suo venir meno, non sono diversi.

 

Dunque, il primo caso in cui è possibile perdere il diritto all’assegno di mantenimento è quando la sproporzione tra i due redditi viene meno. Questo può dipendere da quattro diversi fattori:

  • un aumento di reddito del coniuge beneficiario dell’assegno: ad esempio una assunzione, una promozione, un nuovo lavoro più remunerativo, uno scatto di anzianità, ecc.;
  • una diminuzione di costi per il coniuge beneficiario dell’assegno: ad esempio, anziché vivere in affitto, decide di andare a stare dai genitori, risparmiando così sul canone dovuto al padrone di casa e sulle utenze;
  • una diminuzione di reddito per il coniuge obbligato a pagare l’assegno: ad esempio il licenziamento, una diminuzione del reddito di azienda per crisi, il passaggio da full time a part time, la scadenza di un contratto di lavoro a tempo determinato, ecc.
  • un aumento di costi per il coniuge obbligato: ad esempio una improvvisa e imprevedibile malattia che obbliga il coniuge a un aumento della spesa per medicine e assistenza sanitaria e a ridurre l’attività lavorativa, l’avvio di una nuova convivenza con nuovi figli da sfamare, ecc.

 

 

La mancata ricerca di un posto di lavoro

Oggi la giurisprudenza è molto più rigida nei confronti di chi è ancora in età di lavoro e ha la formazione per poter trovare un’occupazione. Difatti, i giudici tendono a negare l’assegno di mantenimento o, se già concesso, a revocarlo tutte le volte il cui il coniuge beneficiario sia giovane e tuttavia non riesca a dimostrare di aver cercato un impiego o, comunque, di aver sfruttato la propria esperienza e preparazione scolastica per potersi mantenere da sé. Insomma, come dire che non si può pretendere un mantenimento a vita, oziando sul divano: chi ne ha le capacità deve dimostrare quantomeno la “buona volontà” nel trovare un’occupazione. In mancanza di tale prova si perde l’assegno di mantenimento.

 

 

Una nuova convivenza stabile

L’avvio di una nuova relazione non comporta la cancellazione dell’assegno di parte dell’ex. Per perdere il diritto al mantenimento è necessario che la nuova relazione iniziata dal coniuge beneficiario si tramuti in una convivenza stabile non necessariamente basata sul matrimonio. Questo significa che se il coniuge beneficiario dell’assegno va a convivere stabilmente (e non occasionalmente) con un’altra persona, anche se disoccupata, non può più chiedere l’assegno. Così, l’ex tenuto al versamento del mantenimento deve presentare ricorso in tribunale per chiedere la cancellazione dell’obbligo: questo passaggio è necessario non potendo questi decidere autonomamente di astenersi dal pagare le somme mensili.

Non rileva che il nuovo partner del beneficiario del mantenimento sia privo di reddito sufficiente a mantenerlo: il solo fatto che la convivenza sia stabile ed equiparabile a quella di una famiglia tradizionale implica la cancellazione dell’assegno di mantenimento.

 

 

Come non perdere il diritto all’assegno di mantenimento

In sintesi, riepilogando quanto detto sino ad ora, per non perdere il diritto all’assegno di mantenimento è necessario:

  • non essere responsabili della fine del matrimonio (cosiddetto addebito);
  • non avere incrementi di reddito rispetto a quello denunciato al momento della prima sentenza con cui il giudice ha determinato la misura dell’assegno;
  • non avere riduzioni di spese rispetto a quelle sostenute al momento della determinazione dell’assegno;
  • non avere iniziato una nuova convivenza stabile con un’altra persona;
  • dimostrare la propria buona volontà a cercare un posto di lavoro o, comunque, di mantenersi da solo, sempre che il soggetto sia in età lavorativa e abbia la formazione e l’esperienza tale per potersi ancora “riciclare sul mercato”.

Autore immagine: 123rf com

 


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