Giudizio d’appello: come funziona e a cosa serve
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15 Lug 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


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Giudizio d’appello: come funziona e a cosa serve

Nel processo civile, l’appello è il secondo grado di giudizio con cui la parte perdente contesta la decisione a lei sfavorevole: come funziona, quali sono i provvedimenti appellabili e quali no.

 

L’appello, nell’ambito del processo civile, può essere definito come un’opposizione a una prima sentenza sfavorevole, effettuata da una delle parti in causa, quella risultata perdente: una non accettazione della sentenza, in altri termini, che mira a un nuovo esame della vicenda che ha portato inizialmente le parti davanti al giudice.

 

Gli avvocati direbbero più concisamente che l’appello è l’impugnazione della sentenza di primo grado e costituisce il secondo grado di giudizio.

 

Per capire meglio, inquadriamo bene il concetto con un caso pratico: Tizio è creditore di 1.000 euro prestati a Caio. A seguito di inutili tentativi di rientrare della somma, Tizio decide di rivolgersi al giudice chiedendo non solo i 1.000 euro iniziali ma anche 200 euro ulteriori a titolo di interessi. Quindi, abbiamo un soggetto che ritiene di essere stato leso in un suo diritto e che per ottenere tutela si rivolge a un giudice. Chiaramente anche Caio esporrà al magistrato le sue ragioni, dicendo – ad esempio – che quei soldi non erano affatto un prestito ma una cifra che Tizio gli doveva per un lavoro che aveva fatto per lui e che, quindi, nulla è dovuto.

 

Ammettiamo ora che, dopo un certo tempo e un certo numero di udienze, il processo di primo grado (se immaginiamo il processo civile italiano come una piramide composta da tre gradini, il primo grado di giudizio è il primo dei tre gradini in questione: gli altri due sono appello e Cassazione) si concluda con un provvedimento – la sentenza – con cui il giudice dà ragione a Caio, stabilendo che nessuna somma di denaro egli deve al primo.

Cosa può fare Tizio a questo punto? L’unica strada percorribile è quella di appellare la sentenza di primo grado, rivolgendosi ad un altro giudice, il giudice d’appello, appunto, che avrà il compito di riesaminare interamente la vicenda in tutti i suoi aspetti (si parla tecnicamente di effetto devolutivo dell’appello). Attenzione, però: l’appello “si insinua” nel processo di primo grado e lo prosegue, non dà vita a un nuovo processo.

 

 

Appello: quando è escluso?

In linea di massima, quindi, possono essere messe in discussione con tale strumento le sentenze di condanna pronunciate in primo grado, nella prima e iniziale fase del processo, dunque.

 

Ma vi sono dei casi in cui l’appello è escluso, sia dalla legge che tramite un accordo tra le parti in causa.

 

Esaminiamo questi casi uno per uno:

 

  • con riferimento alle SENTENZE INAPPELLABILI PER LEGGE, si pensi, ad esempio, a quelle emesse nell’ambito di controversie di lavoro che non abbiano valore superiore a euro 25,82 [2] (tale valore va calcolato tenendo conto dell’importo base del credito vantato dal lavoratore, della rivalutazione monetaria e degli interessi. Pertanto, il valore irrisorio del limite fa sì che tale circostanza non si verifichi mai) o a quelle in materia di opposizione agli atti esecutivi [3]: l’opposizione di cui si parla è strumento con cui si contesta la legittimità dell’esercizio dell’azione esecutiva, cioè il procedimento attraverso il quale il creditore che sia in possesso di un “titolo esecutivo” (come cambiale, assegno, sentenza definitiva, ecc…) può aggredire il patrimonio del debitore per vedere soddisfatte le sue ragioni.

 

L’appello è, inoltre, escluso per legge nei confronti di quelle sentenze che non sono rese in primo grado ma, come si dice, in unico grado. Tali sono quelle:

 

  • che il giudice ha pronunciato secondo equità, invece che secondo diritto: decidere secondo equità significa applicare, nella formulazione delle sentenze, regole comunemente accettate dalla società ed ispirate a principi di imparzialità morale e sociale. In altre parole, il giudice deve decidere secondo la propria esperienza giuridica e risolvere la controversia offrendo alle parti una soluzione ispirata a regole che egli trae dal caso concreto;
  • rese dal giudice d’appello che giudica non in funzione di giudice dell’impugnazione (come specificato sopra) ma in relazione ad una domanda che gli viene direttamente proposta: un caso tipico è il giudizio in cui le parti chiedono una somma a titolo di riparazione per un processo durato troppo a lungo (c.d. violazione del principio della ragionevole durata del processo);
  • che accertano preliminarmente, nell’ambito di una controversia relativa a un rapporto di lavoro, l’efficacia, la validità e l’interpretazione di contratti e accordi collettivi [4] applicabili al rapporto stesso e necessari per dirimere la lite, in quanto contenenti la normativa applicabile.

 

  • Per quanto riguarda l’ESCLUSIONE DELL’APPELLO SULLA BASE DI UN ACCORDO TRA LE PARTI, ci si riferisce all’ipotesi in cui le parti (i famosi Tizio e Caio di prima) si mettono d’accordo per non impugnare la sentenza tramite appello ma direttamente con ricorso in Cassazione (il terzo gradino delle piramide di cui parlavamo sopra).

 

L’appello è, invece, ammesso, ma con dei limiti ben precisi, nei confronti delle SENTENZE DEL GIUDICE DI PACE PRONUNCIATE SECONDO EQUITÀ [5]: sono quelle il cui valore non eccede euro 1.100,00 e che non riguardano contratti conclusi mediante moduli o formulari e, pertanto, standardizzati (per intenderci, pensiamo ai contratti che stipuliamo con le compagnie telefoniche). In tal caso, l’appellabilità è limitata alle sole violazioni di norme sul procedimento (ad esempio se sono state violate quelle che stabiliscono chi è il giudice competente a decidere una lite), di norme costituzionali o comunitarie (quelle contenute nelle Costituzione italiana o nei trattati nell’ambito dell’Unione Europea) e di principi regolatori della materia (cioè le regole fondamentali che regolano la specifica controversia portata all’attenzione del giudice).

 

Si ricorda che il giudice di pace è  un giudice cosiddetto onorario: significa che non partecipa all’esame di magistratura per assumere il proprio ruolo come gli altri giudici, ma viene selezionato dal Ministero della Giustizia nell’ambito di una graduatoria per titoli (in base alla competenza) che viene periodicamente redatta. Il giudice di pace, infatti, dura in carica quattro anni e può essere riconfermato nel proprio ruolo per due volte.

 

 

Appello: cos’è la riserva d’appello?

Oltre alla sentenze definitive – cosi dette perché concludono il giudizio – sono appellabili:

 

  • le sentenze parzialmente definitive: sono tali quelle che non concludono il processo ma decidono una domanda (si tratta del processo cumulato: si decide una questione ma, poiché in un unico processo ne sono state presentate altre, il processo stesso deve necessariamente proseguire per la risoluzione delle altre) ;
  • le sentenze non definitive in senso proprio, cioè quelle che non chiudono il processo né definiscono il giudizio sul diritto per cui il processo è stato iniziato. Sempre riprendendo l’esempio di Tizio e Caio, ipotizziamo che Caio dica al giudice: “Non solo non devo nulla a Tizio ma, se anche dovessi restituire i soldi, non lo devo fare comunque perché il diritto di credito che Tizio dice di avere si è prescritto (il diritto, cioè, non esiste più perché Tizio non l’ha esercitato nei termini di legge)”. Sarà non definitiva in senso proprio la sentenza che si limita ad accertare la prescrizione;
  • le sentenze di condanna generica: se ne parla quando è già accertata la sussistenza di un diritto (Tizio ha diritto alla restituzione dei soldi da parte di Caio), ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta (Caio deve restituire i soldi ma non si conosce ancora l’ammontare della somma che deve); in tal caso si pronuncia sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione.

 

In tali casi, la parte perdente può decidere di non proporre appello, senza tuttavia che tali sentenze diventino definitive e immodificabili, attraverso l’attivazione di un meccanismo particolare: la riserva d’appello [6]. Si decide, cioè, di impugnare non subito ma in un momento successivo, insieme alla sentenza che definisce il giudizio e lo conclude. In altri termini, la parte “prenota” la successiva impugnazione che verrà effettuata quando si avrà la sentenza finale.


[1] Artt. 339 e ss. cod. proc. civ.

[2] Art. 440 cod. proc. civ.

[3] Art. 618 cod. proc. civ.

[4] Art. 420 bis cod. proc. civ.

[5] Art. 113 cod. proc. civ.

[6] Art. 340 cod. proc. civ.

 


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