Accertamento fiscale anche per gli acquisti a rate
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14 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Accertamento fiscale anche per gli acquisti a rate

L’Agenzia delle Entrate fa partire l’accertamento induttivo con il redditometro anche se il bene di consistente valore è stato acquistato con pagamento a rate.

 

Gli acquisti a rate non salvano dal redditometro. Per cui l’acquisto di un bene di consistente valore, sebbene pagato in varie trance, può risultare sospetto all’Agenzia delle Entrate e far scattare l’accertamento fiscale. È questa la sostanza di una sentenza di poche ore fa emessa dalla Cassazione [1].

 

 

Come funziona il Redditometro?

Come può un contribuente che guadagna poco acquistare un oggetto di valore elevato, superiore alle sue possibilità economiche?” è questa la domanda che si fa il redditometro quando, grazie all’incrocio dei dati provenienti dalle dichiarazioni dei redditi e dagli operatori commerciali, si accorge che qualcuno “forza” il proprio portafogli e spende di più di quanto guadagna. Il punto non è solo giustificare al fisco da quale fonte sono provenuti i soldi per l’acquisto del bene (facile sarebbe dire “ho risparmiato negli anni”, “ho vinto alla tombola di Natale”, ecc.), ma anche e soprattutto dimostrare come tale bene verrà mantenuto. Auto, case e altri cespiti di lusso impongono infatti di pagare le tasse, assicurazioni, condomini, riparazioni di gestione ordinaria e straordinaria, ecc. Lo sa bene il redditometro che, perciò, non lascia scampo e, in questi casi, lancia l’allarme rosso all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima procede al cosiddetto accertamento sintetico.

 

 

L’acquisto a rate non salva dall’accertamento fiscale

Nella sentenza in commento la Cassazione taglia le gambe ai furbetti che pur di non far scattare il redditometro acquistano beni di lusso con rate di basso importo. Infatti, l’acquisto dell’auto di lusso o della casa, nonostante sia fatto a rate, non fa cadere l’accertamento a carico del contribuente. Spetta al cittadino documentare da dove sono provenuti i soldi per pagare il venditore se di questi non vi è traccia nella dichiarazione dei redditi.

 

Sono queste le conclusione cui è giunta la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 14405 del 14 luglio 2016, suona un po’ come una voce fuori dal coro rispetto alle molte decisioni che hanno bocciato gli atti impositivi proprio quando gli acquisti sproporzionati rispetto al reddito dichiarato sono stati fatti mediante un finanziamento.

 

La Cassazione ha sempre sposato le tesi favorevoli all’Agenzia delle Entrate, facilitando la posizione del fisco nei confronti del contribuente. Al cittadino spetta sempre, in un circense “doppio salto della morte”, l’onere della prova contraria. Che spesso è impossibile fornire e che costringe a soluzioni “concordate” per evitare di pagare sanzioni più gravi.

 

Secondo la Suprema Corte, la legge [2] prevede che il controllo della congruità dei redditi dichiarati venga effettuato partendo da dati certi e utilizzando gli stessi come indici di capacità di spesa, per dedurne il reddito presuntivamente necessario a garantirla: è il cosiddetto redditometro. Quando il reddito determinato in tal modo si discosta da quello dichiarato per almeno due annualità e di oltre il 20%, l’Agenzia delle entrate può procedere all’accertamento fiscale con metodo sintetico, determinando il reddito induttivamente e quindi utilizzando i parametri indicati, a condizione che il reddito così determinato sia superiore di almeno un quarto a quello dichiarato.

 

Tale tipo di accertamento fiscale – si legge ancora in sentenza – non impedisce comunque al contribuente di dimostrare, attraverso documentazione scritta (nel processo tributario le prove testimoniali sono vietate), che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti da tassazione o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 16 giugno – 14 luglio 2016, n. 14405
Presidente Iacobellis – Relatore Iofrida

In fatto

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, nei confronti di M.G. (che non resiste), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Liguria n. 130/06/2015, depositata in data 27/01/2015, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento, per maggiore IRPEF dovuta in relazione all’anno d’imposta 2008, a seguito di rideterminazione in via sintetica, ai sensi dell’art. 38 comma IV DPR 600/1973, del reddito imponibile, sulla base della disponibilità di determinati beni indicatori di capacità contributiva e delle spese per incrementi patrimoniali sostenute, – è stata riformata la decisione di primo grado, che aveva solo parzialmente accolto il ricorso del contribuente (rideterminando il reddito netto in misura inferiore a quello sinteticamente accertato dall’Ufficio erariale).
In particolare, i giudici d’appello, nell’accogliere il gravame del contribuente, annullando integralmente l’atto impositivo, hanno sostenuto, da un lato, che, per effetto di una sentenza della C.T.P. di Savona, resa nel giudizio di impugnazione dell’avviso di

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[1] Cass. sent. n. 14405/16 del 14.07.2016.

[2] D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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