Licenziamento valido solo se il lavoratore non è più utile
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14 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Licenziamento valido solo se il lavoratore non è più utile

È possibile licenziare un dipendente e distribuire le sue precedenti mansioni tra gli altri dipendenti, a condizione però che le mansioni prevalenti siano state effettivamente soppresse.

 

Il licenziamento per riorganizzazione aziendale (cosiddetto “licenziamento per giusta causa”) è possibile a condizione che l’azienda abbia deciso di non svolgere più l’attività prima affidata al dipendente licenziato o, comunque, quella prevalente; pertanto solo se il lavoratore sia divenuto sostanzialmente inutile per il datore può essere mandato a casa. È quindi illegittimo affidare i compiti che questi prima svolgeva – o comunque quelli prevalenti e più caratteristici – ad altri lavoratori già presenti dentro l’azienda: ciò infatti dimostrerebbe la persistente utilità delle mansioni del dipendente licenziato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Secondo la Corte si può legittimamente licenziare e redistribuire i compiti del dipendente licenziato ad altri dipendenti già assunti, eventualmente modificando i contratti di questi ultimi (che da part-time potrebbero diventare a tempo pieno) solo a condizione che l’azienda dimostri che questo riassetto organizzativo non è una mera finzione al solo scopo di mandare a casa il lavoratore scomodo. È necessario invece che vi sia un’effettiva soppressione del posto di lavoro, dettata dalla necessità di ridurre i costi, o dall’esigenza di massimizzare i profitti o ancora dalla volontà di esternalizzare i compiti. Ciò non significa che sia necessario sopprimere tutte le mansioni in precedenza attribuite al lavoratore licenziato, ma è necessario che a venir meno siano quanto meno quelle prevalentemente esercitate da quest’ultimo.

 

Dunque, il licenziamento per giusta causa, ossia legato a questioni organizzative, richiede, da parte dell’azienda, il venir meno dei compiti affidati al dipendente mandato a casa, ossia sostanzialmente l’intervenuta inutilità di quest’ultimo. Affidare le sue mansioni più tipiche ad altri dipendenti significa invece che quel posto resta sempre necessario e utile al datore; per cui il licenziamento è illegittimo.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 20 aprile – 13 luglio 2016, n. 14306
Presidente Venuti – Relatore Balestrieri

Svolgimento del processo

Con ricorso alla Corte d’appello di Napoli, l’ing. P.B.R. impugnava la sentenza n. 5896/12 emessa dal Tribunale di Torre Annunziata, con la quale era stata rigettata l’impugnativa del licenziamento intimatogli il 3.5.2010 dalla s.p.a. Apreamare per giustificato motivo oggettivo e ritenuta assorbita l’impugnativa di un secondo licenziamento intimatogli per motivi disciplinari il 27.5.2010, lamentando non solo che l’attività di logistica e programmazione, della quale era responsabile, non era stata soppressa, ma erano stati assunti poco dopo, con contratto a tempo indeterminato, 11 lavoratori, a seguito della conversione dei loro contratti a tempo determinato. Ribadiva, poi, l’illegittimità anche del licenziamento disciplinare successivamente intimatogli in data 27.5.2010 – non esaminato dal primo giudice, che aveva ritenuto la legittimità del primo licenziamento – sia per la inesistenza degli addebiti che per la loro assoluta lievità (con relativa sproporzione della sanzione espulsiva). Concludeva pertanto per la riforma della impugnata sentenza, con accoglimento dell’impugnative di licenziamento e reintegrazione nel proprio posto

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[1] Cass. sent. n. 14306/2016 del 13.07.2016.

 


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