Malattia, licenziamento possibile anche se il comporto non è finito?
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16 Ago 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Malattia, licenziamento possibile anche se il comporto non è finito?

Il lavoratore che si ammala spesso può essere licenziato per scarso rendimento anche se non supera il periodo di comporto?

 

Assentarsi frequentemente per malattia può, in certi casi, comportare il licenziamento anche se non è stato superato il periodo di comporto, cioè la soglia oltre cui non si ha più diritto alla conservazione del posto.

Recentemente, difatti, è stata emanata una sentenza della Cassazione [1], secondo la quale il susseguirsi delle assenze per malattia può comportare il licenziamento del lavoratore per scarso rendimento, anche quando il periodo di comporto non è terminato.

Questa decisione, però, contrasta con una successiva sentenza della stessa Cassazione, che conferma l’illegittimità del licenziamento per malattia durante il periodo di comporto. Qual è, allora, l’orientamento giusto?

 

 

Malattia e scarso rendimento

Va innanzitutto chiarito che il licenziamento per scarso rendimento durante la malattia non è sempre legittimo: lo è quando la malattia non costituisce l’unica causa che determina l’inadeguato rendimento del lavoratore, cioè la scarsa apprezzabilità della sua prestazione.

Il caso a cui si riferiva la sentenza della Cassazione che legittimava il licenziamento, nel concreto, riguardava un dipendente di una ditta privata, mandato via perché particolarmente abile nell’assentarsi per malattia a ridosso di ponti e weekend, o per evitare turni notturni o festivi. La mancanza di preavviso e la reiterazione delle assenze strategiche, creando grossi problemi all’azienda per il difficile reperimento di sostituti, ha determinato la licenziabilità del dipendente per scarso rendimento.

Il licenziamento, dunque, non risulta giustificato dalla numerosità delle assenze per malattia, ma dall’atteggiamento del dipendente, che mostrava una notevole abilità nello sfruttare le giornate a ridosso dei festivi o nelle quali avrebbe dovuto sostenere turni sgraditi.

A tal proposito, si è difatti parlato di assenteismo tattico, proprio per sottolineare la marginalità della causa delle assenze (la patologia del lavoratore) rispetto al contesto. In parole povere, la Cassazione non ha contestato la veridicità delle certificazioni mediche, per evitare di doverne censurare l’attendibilità, ma ha stabilito che, quando un lavoratore si assenta ripetutamente per malattie non gravi, né croniche, creando notevoli difficoltà organizzative all’azienda, il datore è libero di recedere dal contratto per ridotta utilità della prestazione.

 

Resta, di conseguenza, pienamente valida la disciplina stabilita dal Codice Civile [2], che prevede l’illegittimità del licenziamento durante il periodo tutelato di malattia.

Malattia e scarso rendimento non sono dunque un’equazione, ma è necessario valutare l’esistenza di situazioni anomale, come le assenze per malattia ancorate a periodi festivi, domeniche, etc. In questi casi, la patologia del lavoratore, non essendo l’unica causa dell’inutilizzabilità della prestazione, non è la ragione determinante del licenziamento, pertanto non rende lo stesso illegittimo, nonostante il periodo di comporto non sia terminato.


[1] Cass. Sez. Lavoro sent. n. 1867 del 04/09/2014.

[2] Art. 2110 Cod. Civ.

 


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