Leggere sms e chat sul cellulare della moglie o del marito è lecito
Lo sai che?
17 Lug 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Leggere sms e chat sul cellulare della moglie o del marito è lecito

Infedeltà coniugale e addebito della separazione: coniugi liberi di spiare i messaggi e la chat del partner per procurarsi le prove del tradimento.

 

L’apertura del cellulare del proprio coniuge, per spiare tra gli sms e le chat di Whatsapp, allo scopo di cercare le tracce di un eventuale tradimento, è lecita se l’apparecchio è stato lasciato incustodito in casa: via libera, dunque alla possibilità per il marito o la moglie di procurarsi le prove dell’altrui infedeltà da portare al giudice nella causa di separazione e ottenere così la dichiarazione di addebito. È questa la sintesi di una sentenza emessa pochi giorni fa dal Tribunale di Roma [1].

Secondo il giudice romano, quando si tratta di marito e moglie, la privacy subisce un affievolimento proprio per via del fatto che la coppia coabita sotto lo stesso tetto ed è quindi naturale che gli oggetti, come il cellulare, siano esposti alla possibile condivisione, apertura o lettura, sebbene non espressamente autorizzata. Insomma, la convivenza determina una sorta di manifestazione tacita di consenso alla conoscenza sia dei dati che delle comunicazioni del coniuge, anche se di natura personale.

 

La sentenza – che peraltro contraddice apertamente numerose pronunce precedenti – potrebbe apparire allarmante per chi ha qualcosa da nascondere nei propri device: infatti, la scoperta “casuale” della relazione extraconiugale non solo non consente all’altro coniuge di rivendicare la violazione della propria privacy (violazione che, a ben vedere, costituisce normalmente un reato), ma fa sì che il messaggino o la chat su Whatsapp con l’amante possa essere portata in processo e utilizzata come prova nella causa di separazione. Chiara la finalità: una sentenza che addebiti la responsabilità della rottura del matrimonio a carico del coniuge fedifrago.

 

La pronuncia del tribunale di Roma trova un precedente dello stesso segno in un provvedimento del tribunale di Torino: anche in quella occasione il giudice aveva sostenuto che non si può parlare di violazione della riservatezza quando il marito o la moglie rovista, di nascosto, all’interno dello smartphone del coniuge per cercare prove di infedeltà. Benché la legge vieti l’utilizzo in processo di prove acquisite in modo illecito, in questi casi nulla di illecito viene posto. Ed è qui il punto principale: perché, se è considerato lecito leggere le email, gli sms e le chat, altrettanto vale con la posta ordinaria, in barba al principio di segretezza della corrispondenza. Quante volte capita che uno dei due coniugi apra la posta dell’altro, magari in buona fede o credendo di fargli un favore nello smistare la corrispondenza: secondo il tribunale di Roma tutto questo è consentito perché è proprio la convivenza a far scemare la privacy.

 

Si legge nella sentenza che, in un contesto di coabitazione e di condivisione di spazi e strumenti di uso comune quale quello familiare, la possibilità di entrare in contatto con dati personali del codice è del tutto probabile e non si traduce necessariamente in una illecita violazione di dati personali. È la stessa natura del matrimonio che implica un affievolimento della sfera di riservatezza di ciascun coniuge. Si crea, insomma, con la coabitazione, un abito comune nel quale vi è una implicita manifestazione di consenso alla conoscenza di dati e comunicazioni di natura anche personale, di cui il coniuge – in virtù della condivisione dei tempi degli spazi di vita – viene di fatto costantemente a conoscenza. Sempre che non vi sia una attività specifica volta ad evitare l’altrui intrusione nella propria sfera privata (si pensi al cellulare con una password o nascosto in un cassetto). In un simile contesto non può ritenersi illecita la scoperta casuale del contenuto dei messaggi, per quanto personali, facilmente leggibili su di un telefonino lasciato incustodito in uno spazio comune della abitazione familiare.


[1] Trib. Roma, sent. n. 6432/2016.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
 
Commenti