Ricorso in Cassazione: funzioni e limiti
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17 Ago 2016
 
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Maura Corrado
 


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Ricorso in Cassazione: funzioni e limiti

La Corte di Cassazione è giudice di legittimità, con una funzione nomofilattica. Che significa? Quali sono i provvedimenti impugnabili davanti a tale organo e quali non lo sono?

 

Cassazione: chi è e quali sono le sue funzioni?

Immaginando il processo civile come una piramide, composta da tre gradini (il primo gradino si identifica nel giudizio di primo grado, il secondo nel giudizio di appello: vedi http://www.laleggepertutti.it/126219_giudizio-dappello-come-funziona-e-a-cosa-serve), al vertice troviamo il giudizio di Cassazione.

 

La Corte di Cassazione è un giudice centralizzato (cioè non distribuito territorialmente) che ha sede a Roma, con molteplici funzioni, la più rilevante delle quali è la c.d. funzione nomofilattica: con questa espressione si vuole indicare che la Corte in questione ha il compito di garantire la corretta osservanza della legge e l’uniformità dell’interpretazione e dell’applicazione del diritto. Non a caso si dice che è un giudice di legittimità: significa che mentre il giudice d’appello (che è un giudice di merito) è chiamato a riesaminare l’intera vicenda che ha dato vita alla controversia e a ridecidere come le parti dovranno comportarsi nel futuro, la Corte di Cassazione deve solo verificare se  il giudice inferiore ha “sbagliato” nell’interpretazione e/o nell’applicazione della norma al caso.

 

Cerchiamo di chiarire con un esempio: l’auto di Tizio si rompe e quest’ultimo la fa riparare da Caio. Per tale lavoro, Tizio deve 500 euro a Caio. Tizio afferma che, poiché il lavoro non è stato eseguito a regola d’arte, nulla deve.

Il giudice di primo grado gli dà torto e Tizio impugna tale decisione con appello.

Il giudice d’appello riesamina l’intera vicenda e conferma il provvedimento di primo grado, che condanna Tizio a pagare.

A questo punto, a Tizio non rimane che rivolgersi alla Suprema Corte di Cassazione che, però, non potrà verificare ancora una volta come sono andati i fatti ma solo l’eventuale presenza di una violazione di legge o di un errore la parte del giudice d’appello. La Corte, qualora riconosca l’esistenza di tale violazione (cioè un errore di diritto) provvederà ad annullare, o come si dice, “cassare” (cioè “cancellare”) la decisione presa dal giudice di merito e rinvierà la questione ad un diverso giudice di merito (c.d. giudice di rinvio) affinché risolva la controversia, tenuto conto di quanto da lei sentenziato.

 

 

Cassazione: quali provvedimenti si possono impugnare?

Da quanto detto, se ne deduce, in linea generale, che possono essere impugnate in Cassazione [1] (ricordiamo che impugnare significa non accettare la sentenza e, quindi, opporsi a essa. L’impugnazione si propone con ricorso) le sentenza rese dalla Corte d’Appello nel secondo grado di giudizio.

 

Inoltre, sono impugnabili in Cassazione:

  • le sentenze in unico grado. Si tratta di quelle che il giudice ha pronunciato secondo equità, invece che secondo diritto: decidere secondo equità significa che il giudice deve decidere secondo la propria esperienza giuridica e risolvere la controversia offrendo alle parti una soluzione ispirata a regole che egli trae dal caso concreto o da quanto accade nella realtà sociale di tutti i giorni; tali si definiscono anche le sentenze rese dal giudice d’appello che giudica non in funzione di giudice dell’impugnazione ma in relazione ad una domanda che gli viene direttamente proposta (giudice in unico grado): un caso tipico è il giudizio in cui le parti chiedono una somma a titolo di riparazione per un processo durato troppo a lungo (c.d. violazione del principio della ragionevole durata del processo) o i giudizi di opposizione alla stima dell’indennità di espropriazione (si tratta di quella somma di denaro che serve a risarcire il soggetto che viene privato, ad esempio, di un terreno per la costruzione di un’opera di pubblica utilità, come una strada) o, ancora, le controversie relative a sanzioni irrogate nell’ambito del sistema bancario;
  • le sentenze pronunciate dal tribunale, nel caso in cui le parti abbiano deciso di rinunziare all’appello, proponendo direttamente ricorso in Cassazione;
  • le sentenze del giudice del lavoro che contengono un accertamento relativo al contenuto e alla validità dei contratti ed accordi collettivi applicabili in modo specifico proprio al rapporto lavorativo oggetto di lite.

 

 

Cassazione: quali provvedimenti non si possono impugnare?

Non sempre una senza, pur essendo stata pronunciata nel giudizio di secondo grado, potrà essere riesaminata dalla Suprema Corte: il principio generale è quello secondo cui non sarà immediatamente impugnabile con ricorso per cassazione la sentenza non definitiva pronunciata dalla Corte d’appello, nella quale il giudice si limiti a dichiarare ammissibile l’opposizione e a respingere l’eccezione di tardività [2].

Vediamo di tradurre quanto appena detto in termini pratici.

 

Le sentenze appena richiamate sono sentenze non definitive che si limitano a decidere questioni insorte nell’ambito di un processo ma senza risolvere, neppure in parte, la controversia che lo stesso processo ha ad oggetto [3].

 

Per comprendere quanto appena detto, esaminiamo un recente caso che si è verificato, relativo a una sentenza impugnata in Cassazione e pronunciata dalla Corte d’appello su un’opposizione di terzo revocatoria avverso una sentenza resa in grado di appello.

L’opposizione di una terza parte è un mezzo che la legge prevede a favore di quei soggetti, che pur non rientrando in un processo, ne sono condizionati dalla sentenza definitiva (passata in giudicato). Il classico esempio accademico è quello di un proprietario di una quota di un immobile, che non viene coinvolto nel processo, ma la cui sentenza, resa fra le altre due parti, può ledere i suoi diritti di comproprietario: per questo, egli può ricorrere al procedimento di opposizione di terzo.

Nello specifico, l’opposizione di terzo revocatoria, prevede che la parte terza, in questo caso si parla di aventi causa o creditori, possa opporsi alla sentenza fra due parti. Ma, per farlo, occorre che il giudizio scaturisca da un dolo o da una collusione a suo danno.  Per dolo si intende la compimento di atti e omissioni che possono arrecare danno al terzo; mentre per collusione si intende l’accordo, espresso o tacito, fra le parti sempre al fine di danneggiare il terzo. Il ricorso all’opposizione revocatoria prevede l’eliminazione della sentenza impugnata.

 

Ritornando all’ipotesi che si vuole esaminare, l’impugnazione proposta era soggetta alla disciplina del ricorso per cassazione, essendo questo il mezzo utilizzabile contro la sentenza pronunciata su opposizione di terzo contro una sentenza in grado di appello.

Tuttavia, la sentenza impugnata era una sentenza non definitiva con cui veniva risolta esclusivamente una questione: quella relativa alla tempestività della proposta opposizione. In pratica, la Corte d’Appello non definiva, neppure parzialmente, il rapporto controverso.

 

Ora, la legge, a tal proposito, prevede un divieto ben preciso: quello di separata impugnazione in Cassazione delle sentenze non definitive su mere questioni, per tali intendendosi quelle su questioni pregiudiziali di rito (pensiamo all’incompetenza del giudice o alla nullità dell’atto – atto di citazione – con cui, ritornando all’esempio prima fatto di Tizio e Caio, Caio “chiama” Tizio e lo invita a presentarsi al processo per difendersi) o preliminari di merito (si pensi alla prescrizione: se Caio non ha preteso il pagamento per un lungo lasso di tempo, il diritto di credito che egli aveva nei confronti di Tizio si è prescritto, non sussiste più e, quindi, è inutile accertarne l’esistenza) che non chiudono il processo dinanzi al giudice che le ha pronunciate.

 

Si tratta di sentenze “meramente endoprocessuali”, nel senso che non chiudono il processo davanti al giudice che le ha pronunciate: la trattazione della causa è destinata a proseguire dinanzi allo stesso giudice in vista della decisione definitiva. Quindi, solo nel momento in cui ci sarà anche la sentenza definitiva e questa verrà impugnata, si potranno impugnare anche le sentenze non definitive.


In pratica

[1] Art. 360 cod. proc. civ.

[2] Cass., sent. n. 7411, del 14.04.2016.

[3] Art. 360, co. 3, cod. proc. civ.

[4] Art. 404, co. 2, cod. proc. civ.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE II

 

Sentenza 14 aprile 2016, n. 7411

 

Ritenuto in fatto

 

  1. – Con atto notificato in data 29 aprile 2009, il Banco di Napoli s.p.a. propose opposizione di terzo revocatoria, ex art. 404, secondo comma, cod. proc. civ., avverso la sentenza n. 93 del 16 febbraio 2009, con la quale la Corte d’appello di Lecce, in accoglimento del gravame proposto da P.L. , aveva dichiarato l’avvenuta usucapione, in favore dell’appellante, del terreno sito in agro di (…) (in catasto al foglio 31, particella 431, di are 37,10), così riformando la sentenza n. 1686 del 2007 del Tribunale di Lecce, che aveva rigettato la domanda contro M.A. , rimasto contumace in entrambi i gradi.

Premise il Banco di Napoli di essere creditore nei confronti del M. per la somma di euro 1.294.485,92, oltre accessori, in virtù di decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, e per la somma di euro 4.194.438,98, oltre interessi, in virtù di fideiussioni, e che, per il soddisfacimento del primo credito, aveva proceduto a pignoramento immobiliare (tra l’altro) sul terreno di (…).

Osservò il terzo opponente che l’accoglimento della domanda del P. era stato l’effetto di dolo e collusione delle parti, P. e M. , in danno dei diritti e delle ragioni di credito vantate dal Banco di Napoli, e che il contenzioso instaurato era stato finalizzato a “sottrarre la garanzia ipotecaria per le obbligazioni assunte dal M.”.

Nel giudizio così instaurato si costituì il P. , resistendo ed in via preliminare eccependo l’inammissibilità dell’impugnazione per decorrenza del termine di legge, mentre il M. rimase contumace.

  1. – Con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 12 settembre 2001, la Corte d’appello di Lecce, non definitivamente pronunciando sull’opposizione revocatoria, ha dichiarato ammissibile l’opposizione, rinviando al definitivo la regolamentazione delle spese.

La Corte d’appello ha rilevato che la banca poté ricevere certezza del dolo e/o della collusione (ravvisabili a suo avviso) nonché della diversa soluzione che (sempre secondo il suo avviso) la controversia avrebbe avuto in esito ad un corretto dibattito processuale, solo a seguito della sentenza di secondo grado pubblicata il 16 febbraio 2009, ma della quale acquisì conoscenza solo in data 2 aprile 2009, allorché le fu notificata la nota 4 m. 2009, nella quale si dava atto, attraverso la produzione del dispositivo, dell’accoglimento dell’appello. Rispetto a questa data, l’atto di opposizione – ha concluso la Corte d’appello – è stato notificato il 29 aprile 2009, dunque, tempestivamente.

  1. – Per la cassazione della sentenza non definitiva della Corte d’appello, il P. ha proposto ricorso, con atto notificato il 2 ed il 6 dicembre 2011.

Il Banco di Napoli ha resistito con controricorso.

L’altro intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Con ordinanza interlocutoria 19 giugno 2013, n. 15382, il Collegio della VI-2 Sezione civile ha rimesso la trattazione della causa in pubblica udienza.

 

Considerato in diritto

 

Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 405, 325 e 326 cod. proc. civ. e vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, lamentando che la Corte d’appello non abbia dichiarato la nullità dell’opposizione per non avere l’opponente indicato il momento in cui aveva avuto conoscenza del dolo e della collusione perpetrati in suo danno.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 405, 325 e 326 cod. proc. civ. e degli artt. 2643, nn. 1 e 14, 2465 e 2651 cod. civ. e vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, censurando la sentenza impugnata per avere collegato la data della raggiunta consapevolezza della frode, da parte della banca opponente, il 2 aprile 2009, trascurando che dai documenti di causa risultava una conoscenza antecedente, e senza considerare che la sentenza opposta era stata pubblicata il 16 febbraio 2009 e trascritta presso la locale Conservatoria dei registri immobiliari il 24 marzo 2009, vale a dire in un momento antecedente il decorso del termine di trenta giorni previsto dalla legge, a pena di inammissibilità, per la proposizione dell’opposizione di terzo.

Con il terzo motivo si denunzia violazione o falsa applicazione di legge e vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, deducendosi la mancanza di collusione tra le parti e l’assenza di prove sul punto da parte della opponente.

  1. – Il ricorso è inammissibile.

2.1. – La sentenza impugnata è stata pronunciata dalla Corte d’appello su un’opposizione di terzo revocatoria, ex art. 404, secondo comma, cod. proc. civ., avverso una sentenza resa in grado di appello.

L’impugnazione proposta è soggetta alla disciplina del ricorso per cassazione, essendo questo il mezzo di impugnabile esperibile avverso la sentenza pronunciata su opposizione di terzo contro una sentenza in grado di appello (Cass., Sez. XI, 27 maggio 1975, n. 2137).

2.2. – La sentenza impugnata è una sentenza non definitiva con cui è stata risolta esclusivamente una questione: quella relativa alla tempestività della proposta opposizione. La Corte d’appello non ha definito, neppure parzialmente, il rapporto controverso: ha rimesso le spese al definitivo e ha conservato il potere di decidere la causa, rinviando a separata ordinanza i provvedimenti per l’istruzione e l’ulteriore corso della causa di opposizione di terzo revocatoria.

2.3. – La proposta impugnazione ricade nel divieto, dettato dall’art. 360, terzo comma, cod. proc. civ., introdotto dall’art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, di separata impugnazione in cassazione delle sentenze non definitive su mere questioni, per tali intendendosi quelle su questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito che non chiudono il processo dinanzi al giudice che le ha pronunciate.

Come è stato chiarito dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un., 22 dicembre 2015, n. 25774), ai fini della identificazione delle sentenze non definitive su questioni, la disposizione del terzo comma dell’art. 360 cod. proc. civ. rimanda a quanto risulta dal secondo comma dell’art. 279 cod. proc. civ. Si tratta di sentenze su questioni pregiudiziali attinenti al processo o preliminari di merito idonee a definire il giudizio, che assumono carattere di sentenze non definitive quando la questione viene respinta, ed alle quali si accompagna la pronuncia dell’ordinanza di fissazione dell’udienza per la prosecuzione della causa davanti allo stesso giudice che ha emesso la sentenza non definitiva.

Le sentenze non suscettibili, ai sensi del novellato terzo comma dell’art. 360 cod. proc. civ., di impugnazione immediata per cassazione – ma ricorribili soltanto unitamente alla impugnazione della definitiva (o della sentenza, successivamente resa, che definisce, anche parzialmente, il giudizio) – sono quindi le sentenze meramente endoprocessuali che non chiudono il processo davanti al giudice che le ha pronunciate, essendo la trattazione della causa destinata a proseguire dinanzi allo stesso giudice in vista della decisione definitiva. Rispetto a queste sentenze, la scelta della parte soccombente di non proporre immediato ricorso per cassazione necessitava, prima della riforma del 2006, della riserva espressa; laddove, oggi, a completamento della regola della non immediata impugnabilità, opera la previsione della riserva automatica di impugnazione. Attraverso l’esclusione dell’immediata ricorribilità per cassazione delle sentenze che decidono di questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio, la novella del 2006, intendendo perseguire l’obiettivo della concentrazione del giudizio di impugnazione e limitare il numero dei provvedimenti impugnabili per cassazione, non ha compresso affatto il diritto di difesa della parte soccombente, ma si è limitata a rinviare nel tempo la possibile impugnazione, consentendo alla parte di valutare con completezza il proprio interesse all’impugnazione all’esito della pronuncia definitiva. Tenendo conto che, nelle more della prosecuzione del giudizio, la sentenza non definitiva su questione, avendo una portata esclusivamente strumentale, è insuscettibile di produrre un immediato pregiudizio nella sfera giuridica della parte soccombente, a questa è stato imposto – per ragioni di economia processuale volte a garantire la deflazione del carico di lavoro pendente in sede di legittimità – soltanto un differimento, e quindi un sacrificio ragionevole e limitato nel tempo, in attesa che il giudizio di appello (o quello in unico grado) venga definito. Alla parte soccombente è precluso di ricorrere immediatamente avverso la sentenza non definitiva sulla questione pregiudiziale attinente al processo o preliminare di merito, ma essa conserva intatta la possibilità di adire la corte di cassazione e di dolersi (anche) della soluzione data alla questione pregiudiziale o preliminare allorché sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio, a meno che il suo interesse ad impugnare venga meno alla luce di quest’ultima sentenza e sempre che non risorga (giustificando quindi un ricorso incidentale) in conseguenza dell’impugnazione ad opera di un’altra parte.

  1. – Conclusivamente, va enunciato il principio di diritto secondo cui la sentenza non definitiva con cui il giudice d’appello, investito dell’opposizione di terzo revocatoria proposta contro una sentenza emessa dallo stesso giudice, si limiti a dichiarare ammissibile l’opposizione e a respingere la sollevata eccezione di tardività del mezzo, non è immediatamente impugnabile con ricorso per cassazione, trattandosi di sentenza che ricade nel divieto, dettato dall’art. 360, terzo comma, cod. proc. civ., di separata impugnazione in cassazione delle sentenze non definitive su mere questioni.
  2. – Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal controricorrente, che liquida in complessivi euro 4.200, di cui euro 4.000 per compensi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

 


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