Anziani non autosufficienti: che fare se i figli se ne disinteressano?
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17 Lug 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Anziani non autosufficienti: che fare se i figli se ne disinteressano?

Ospito mia madre anziana in casa mia, mi occupo di lei tutto l’anno e ho anche assunto una badante per alcune ore al giorno. Anch’io però ho bisogno di andare in ferie con la mia famiglia. Ho cercato di coinvolgere i miei fratelli, ma uno di loro ha detto che non intende occuparsi di nostra madre. Vorrei sapere se può essere obbligato a prendersene cura almeno fisicamente.

 

La risposta al quesito richiede una necessaria premessa in merito ai risvolti sia civili che penali dovuti alla mancata assistenza di persone incapaci quale, come sembra di capire, è la madre del lettore.

 

 

Mancata assistenza all’anziano: quali responsabilità?

La legge [1], nell’intento di tutelare la vita e l’incolumità di persone con un’incapacità naturale (dovuta all’età, alla malattia, all’handicap, ecc.), punisce tutti coloro i quali, in ragione della loro specifica situazione giuridica (ad esempio l’infermiere o la badante che hanno in cura un anziano), hanno il dovere di provvedere alla loro custodia (ossia alla sorveglianza diretta e immediata) e cura (ossia a una determinata prestazione da espletarsi nei riguardi di un soggetto con specifici problemi). Il reato in questione è quello dell’abbandono di minore o persona incapace. Reato che può concretizzarsi in tutti i casi in cui la condotta di un determinato soggetto contrasti con il dovere giuridico su di lui gravante di assistenza di una persona avente una incapacità naturale. A tal riguardo si rinvia all’articolo: “Lasciare genitori o nonni anziani a vivere da soli: cosa si rischia?”.

 

Ora, occorre considerare che, nella situazione descritta dal lettore, l’anziana madre vive stabilmente in casa del figlio e pertanto, sotto il profilo della stretta assistenza fisica, sarebbe quest’ultimo (e non di certo gli altri fratelli) il primo soggetto responsabile nell’ipotesi in cui, a causa della sua assenza, dovesse accadere qualcosa alla donna quale soggetto non in grado di provvedere a se stessa.

Supponiamo, ad esempio, che nel giorno libero della badante, il lettore decida di uscire lasciando la madre sola in casa. Se, in quel lasso di tempo, la donna dovesse procurarsi delle lesioni (magari mentre cerca di recarsi da sola in bagno) certamente di tale condotta non potrebbero essere considerati responsabili gli altri figli, atteso che essi sanno la madre al sicuro, accudita da chi la ospita.

 

 

Assistenza all’anziano: il mantenimento è un obbligo per i figli?

Ciò detto sotto il profilo della responsabilità penale, questo non significa, tuttavia, che gli altri figli non abbiano alcuna responsabilità nei confronti della madre.

La legge [2], infatti, riconosce a ciascun soggetto che si trovi:

 

– in stato di bisogno

 

– e nell’ incapacità di provvedere alle proprie esigenze di vita in modo anche parziale (e in tale categoria rientrano implicitamente, e salvo prova contraria, le persone anziane [3])

 

la possibilità di rivolgersi al giudice per chiedere i cosiddetti “alimenti”, ossia una prestazione economica periodica che lo ponga in condizioni di far fronte ai propri bisogni essenziali;  bisogni che non attengono certamente al solo vitto o alloggio, ma anche all’assistenza fisica che, specie  nelle persone anziane, si rivela spesso una necessità primaria. Per un approfondimento sul  tema  si rinvia all’articolo: “Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli”.

 

In mancanza di un adempimento spontaneo da parte dei congiunti, la madre del lettore (che naturalmente dovrà essere consigliata, e probabilmente anche convinta, in tal senso) potrà perciò presentare una istanza scritta al tribunale, per il tramite di un avvocato (eventualmente avvalendosi del gratuito patrocinio, ove ve ne siano i presupposti reddituali) nei confronti di tutti soggetti obbligati, specificamente individuati dalla legge secondo un preciso ordine:

 

– il coniuge;

– in mancanza, i figli;

– in mancanza, i discendenti prossimi (ossia i nipoti);

– in mancanza, i genitori;

– in mancanza, i nonni;

– in mancanza, i generi e le nuore;

– in mancanza, i suoceri;

– in mancanza il convivente di fatto [4];

– in mancanza, fratelli e sorelle.

 

Quindi, nel caso in esame, i primi soggetti obbligati alla corresponsione degli alimenti sarebbero i figli.

 

 

Che succede se i figli non possono versare gli alimenti al genitore?

Ove le parti non dovessero raggiungere un accordo in tal senso, sarà il giudice a decidere in proporzione:

 

– al bisogno di chi richiede gli alimenti

– e alle condizioni economiche degli obbligati.

 

Ciò significa, all’atto pratico, che il magistrato potrà disporre l’obbligo di versare una quota diversa per ciascuno dei fratelli.

Va peraltro sottolineato – per  rispondere allo specifico quesito del lettore – che la richiesta di assegno periodico non costituisce l’unica strada possibile per garantirsi il necessario per vivere (e provvedere alle proprie necessarie cure). La legge, infatti, prevede che l’obbligato possa adempiere con modalità alternative alla corresponsione di una somma di denaro, offrendo al richiedente di ospitarlo e mantenerlo in casa.

Certamente si tratta di una modalità di prestazione degli alimenti che il giudice non potrà imporre in alcun modo (ma semmai suggerire), ma già la sola circostanza che il lettore ospiti l’anziana madre in casa propria dovrebbe comportare per il lettore un motivo di esonero (o quantomeno di forte alleggerimento) dal sostenere ulteriori spese (come quelle della badante), dovendo a queste proporzionalmente provvedere gli altri fratelli. Sicché, anche qualora questi non si dichiarino disponibili ad ospitare la mamma,  se non altro nei periodi di ferie del  lettore, quantomeno dovrebbero consentire (versando il loro contributo economico) il prolungamento del periodo di assistenza dell’anziana donna da parte della badante.

 

In ogni caso, nel caso in cui le parti interessate non riescano a raggiungere un accordo, il giudice potrà, prima della pronuncia definitiva:

 

– porre, in caso di urgente necessità, l’ obbligazionea carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli altri (cioè possibilità di agire in giudizio per ottenere il rimborso delle quote anticipate);

 

– come pure decidere in via provvisoria sulla misura degli alimenti; con un provvedimento simile a quello temporaneo e urgente previsto nelle cause di separazione e divorzio (dove viene stabilita la misura del mantenimento per coniuge e figli fino alla pronuncia definitiva).

 

All’esito della procedura giudiziaria su descritta, viene quindi pronunciato un provvedimento che regolamenta (o per disposizione del giudice o per il raggiunto accordo delle parti interessate) la somministrazione degli alimenti al soggetto bisognoso; regolamentazione che può prevedere anche una modalità diversa dalla semplice erogazione di denaro (ospitando, appunto, il beneficiario in casa propria).

Tale regolamentazione determinerà anche una più precisa ripartizione degli obblighi tra i fratelli, alleggerendo, nel caso di specie, il lettore non solo dai costi che attualmente sostiene per la madre, ma anche dal timore di non potersi permettere di trascorrere un periodo di ferie lontano da casa.

 

 

Assistenza: e se l’anziano non vuole fare causa ai figli?

Oltre alla procedura giudiziaria appena descritta (che comprensibilmente, e anche per un senso di “dignità) molti anziani sono restii a promuovere nei confronti dei figli, è possibile poi pensare ad una diversa soluzione, praticabile però solo nel caso in cui la persona bisognosa di cure disponga di un qualche bene che alla sua morte dovrebbe passare in successione.

Onde evitare infatti che, dopo essersi preso cura, in via quasi esclusiva – dell’anziana genitrice, il lettore debba poi trovarsi a spartire l’eredità in pari misura con i fratelli, nonostante che questi abbiano partecipato poco o nulla alle cure (morali e materiali) della madre, è possibile che la donna stipuli dinanzi ad un notaio un contratto di vitalizio alimentare o assistenziale. Contratto con il quale si obbligherebbe a trasferire al figlio un bene in cambio di assistenza morale e materiale a vita. (Rinviamo per un approfondimento di questo aspetto alla lettura dell’articolo: “Vitalizio alimentare: invalidità, malattia, anzianità: assistenza a vita”).

Si tratta, naturalmente, di una strada alternativa a quella della richiesta di somministrazione degli alimenti e che, quantomeno, potrebbe evitare i contrasti spesso scaturenti dalla necessità di intraprendere, specie nei confronti di familiari, una procedura giudiziaria.

 

In conclusione, la coabitazione con la madre individua nel lettore il soggetto avente la prima immediata responsabilità per la tutela della vita e dell’incolumità della donna, sicché questi avrà il dovere, qualora debba allontanarsi da casa, di prendere tutte le precauzioni necessarie affinché l’anziana, restando da sola, non venga a trovarsi in situazioni di pericolo (ciò potrà avvenire, ad esempio, protraendo la presenza della badante o assicurandosi di stabilire dei turni per l’assistenza da parte dei fratelli).

Dal punto di vista strettamente economico, tuttavia, tale ospitalità ha già di per sé un valore economico e non rappresenta un dovere gravante in via esclusiva sul lettore, sicché questi potrà convincere la madre (specie ove il supporto dei suoi fratelli resti così minoritario rispetto al suo) a rivolgersi al giudice per ottenere una equa suddivisione tra i figli di una prestazione alimentare che le consenta di non gravare in via (quasi) esclusiva sul solo figlio che la ospita.

 

In alternativa (all’azione giudiziaria) sarà anche possibile per l’anziana stipulare un contratto di vitalizio alimentare che veda il lettore beneficiario di un bene di un bene di sua proprietà (e che resterebbe escluso dalla futura successione) in cambio di assistenza morale e materiale a vita.


[1] Art. 591 cod. pen.

[2] Art. 433 e ss. cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 3334/07; n.21572/06; n. 9185/04; n. 1099/90.

[4] La nuova legge 76/2016 sulle unioni civili e le convivenze di fatto prevede che in caso di cessazione della convivenza, quello che tra i conviventi si trovi in condizione di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento possa fare al giudice richiesta per ottenere gli alimenti. Prestazione questa che potrà essere concessa dal giudice per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.

 


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