Molestie e ingiurie con sms: la provocazione è una giustificazione?
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18 Lug 2016
 
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Molestie e ingiurie con sms: la provocazione è una giustificazione?

L’agire per provocazione e ritorsione esclude solo il reato di ingiuria (offese inviate con sms e telefonino) ma non giustifica quello di molestie.

 

Chi viene perseguitato da una serie di sms e messaggi in chat, e fa altrettanto per difendersi, rispondendo con altrettanta insistenza e petulanza, risponde dello stesso reato di molestie: non può, infatti, aggrapparsi al fatto di essere stato provocato per poter evitare la condanna. Non è così, invece, per le ingiurie eventualmente contenute nel messaggino: in quest’ultima ipotesi, infatti, la reciprocità delle offese elimina il reato. È quanto stabilito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Tutto nasce dalla interpretazione di una norma del codice penale [2] che, per il caso di ingiuria [3], stabilisce che, se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori. In buona sostanza, tutte le volte in cui uno o entrambi i soggetti coinvolti nel reato di ingiuria offendano l’altro per ritorsione o per essere stati provocati, non si applica alcuna sanzione penale (resta però il diritto a ottenere il risarcimento del danno in via civile). Facciamo l’esempio di Antonio che viene offeso, con un sms, da Mario e, per replicargli, risponde con un’offesa di pari portata. Antonio, in questo caso, non può essere punito a titolo di ingiuria. Non lo sarà, a sua volta, neanche Mario se, per replicare alla controffensiva di Antonio, reagisca in modo ancora più acre e diretto.

 

Ora, la questione che si è posta davanti alla Cassazione è se tale causa di giustificazione – così si chiamano le norme che prevedono la non punibilità di un soggetto benché questi, almeno in astratto, ha commesso un reato – si possa applicare anche al caso di molestie. In buona sostanza, l’essere stato provocato da una serie petulante e infinita di messaggi può giustificare, come reazione, una condotta identica, proprio come avviene con l’ingiuria? Secondo i giudici la risposta è negativa: chi, per ritorsione o per provocazione, commetta a sua volta il reato di molestie non può invocare, a propria discolpa, la predetta giustificazione.

 

La spiegazione – che lasciamo a un pubblico di tecnici – si spiega perché, trattandosi di una norma penale eccezionali, non ammette applicazioni analogiche a casi simili, diversi e ulteriori rispetto a quello disciplinato espressamente dal codice.

 

In sintesi, chi ossessiona un’altra persona con una serie infinita di telefonate, sms e messaggi di chat (anche Whatsapp) e tali comunicazioni abbiano contenuto offensivo, legittima quest’ultima a rispondere all’ingiuria con altre offese, ma non anche a molestarla, poiché il reato di molestie non è giustificato dallo scopo della provocazione.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 5 maggio – 23 giugno 2016, n. 26312
Presidente Siotto – Relatore Rocchi

Ritenuto in fatto

Con la sentenza indicata in epigrafe, il Tribunale di Roma dichiarava C.S. colpevole della contravvenzione di cui all’art. 660 cod. pen. e lo condannava alla pena di euro 200 di ammenda, con il beneficio della sospensione condizionale della pena, nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile C.C..
Secondo l’imputazione, C.S. aveva arrecato molestia e disturbo a C.C. inviando numerosi SMS sul telefono cellulare in uso allo stesso. Tra i due fratelli erano insorte gravi questioni relative alla gestione del patrimonio familiare e una forte conflittualità. Il Giudice rilevava che gli SMS erano molti, ma non erano in grado di incutere timore nei confronti del destinatario, mentre le offese erano reciproche: assolveva, pertanto, l’imputato dalle imputazioni di minaccia e ingiurie per insussistenza del fatto.
2. Proponeva appello – trasmesso a questa Corte – il difensore di C.S., deducendo l’avvenuta revoca della parte civile: in effetti, la parte civile costituita non aveva quantificato i danni, rimettendosi alle determinazioni di giustizia, in violazione dell’art. 523, comma 2, cod. proc. pen., con conseguente effetto di revoca della

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[1] Cass. sent. n. 26312/16 del 23.06.2016.

[2] Art. 599 cod. pen.

[3] Art. 594 cod. pen.

 


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