Il nome del contratto non conta
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18 Lug 2016
 
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Il nome del contratto non conta

Nel contratto non conta l’intestazione, ma l’effettiva volontà delle parti e il comportamento da queste tenuto: non bisogna quindi limitarsi al senso letterale delle parole.

 

Comunque vogliate chiamare il contratto da voi firmato, non conta il nome che gli abbiate dato nell’intestazione, ma la sostanza di ciò che c’è scritto dentro: non ci si può, infatti, limitare al senso letterale delle parole usate – magari impropriamente o per ignoranza giuridica – dalle parti, ma bisogna indagare quale sia stata la comune intenzione dei contraenti, anche tramite il loro comportamento complessivo. A chiarirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Questo significa che per stabilire se si tratti di vendita o di donazione, di comodato o di affitto, di agente commerciale o di procacciatore di affari, di collaborazione esterna o di lavoro subordinato, bisogna verificare le singole clausole e l’assetto delle rispettive prestazioni.

 

Quando bisogna interpretare un contratto, il codice civile raccomanda innanzitutto di non tenere solo conto del significato letterale dei termini utilizzati dai contraenti, ma la loro effettiva intenzione: solo sulla base di tale doppia valutazione è possibile stabilire di quale tipo di scrittura privata si tratti.

 

La chiarezza che consente di evitare ogni altra indagine, conclude la Corte, non è la chiarezza lessicale in sé e per sé considerata, avulsa dalla considerazione della comune volontà delle parti, ma la chiarezza delle intenzioni dei contraenti.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 31 marzo – 15 luglio 2016, n. 14432
Presidente Armano – Relatore Vincenti

Ritenuto in fatto

1. – G.M. convenne in giudizio L.R. , in proprio e per il figlio P. , nonché L.Y. , per sentirli condannare all’immediato rilascio del bene immobile ad uso abitativo sito in (omissis), e alla corresponsione di una indennità di occupazione dal 22 gennaio 1998 fino al giorno del rilascio.
1.1. – I convenuti si costituirono in giudizio contestando la fondatezza della domanda e, in via riconvenzionale, instarono per la declaratoria di nullità assoluta della compravendita del predetto immobile (caduto nell’attivo del Fallimento della S.n.c. Errelle di L.R. 6 C. a seguito del decesso di G.P. moglie di L.R. e madre di P. e L.Y. ) intervenuta, con atto transattivo del 22 ottobre 1998, tra G.M. e la Curatela del predetto Fallimento, per vizi della vendita fallimentare; chiesero, altresì, che, in caso di accoglimento della domanda attorea, la Curatela del Fallimento – chiamata in causa a seguito di apposita autorizzazione -, li manlevasse dalla indennità di occupazione ex art. 47 l. fall..
1.2. – Il Tribunale di Firenze, con sentenza del marzo 2007, rigettò le domande avanzate dall’attore.
1.2.1. – Il giudice di primo

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[1] Cass. sent. n. 14432/16 del 15.07.2016.

 


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