Possono testimoniare fratello, sorella, marito e moglie
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19 Lug 2016
 
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Possono testimoniare fratello, sorella, marito e moglie

Non c’è una presunzione di inattendibilità del testimone legato da vincoli di parentela: anche un familiare come il fratello, la sorella o il coniuge può essere testimone.

 

Ben venga la testimonianza del fratello, della sorella, del marito o della moglie di uno dei soggetti in causa: non esistono infatti presunzioni assolute di inattendibilità di tali soggetti solo perché legati da rapporti di parentela con la parte processuale. È quanto ricorda una sentenza di poche ore fa della Cassazione [1].

 

 

I familiari possono testimoniare?

La questione sull’attendibilità dei familiari si era già posta nel lontano 1974 quando la Corte Costituzionale [2] ha cancellato la norma che vietava al coniuge di testimoniare. Attualmente, il codice vieta la testimonianza solo ai soggetti che presentino un interesse personale nella causa, ossia che potrebbero subire conseguenze nell’ipotesi in cui la sentenza abbia un particolare esito. Questo non significa, però, che al marito o alla moglie in comunione dei beni sia sempre vietato testimoniare: nonostante il regime patrimoniale prescelto, è necessario un interesse più diretto all’esito della causa, che tocchi direttamente la persona e non il suo patrimonio frutto della comunione matrimoniale.

 

Inutile mettere in dubbio l’attendibilità del familiare, quindi, se non ha un interesse personale alla causa. Le sue dichiarazioni rese in processo sono sempre utilizzabili. Già la stessa Cassazione, con una sentenza del 2006 [3], avevo detto – e oggi lo riconferma – che, con riguardo alle deposizioni testimoniali rese dai parenti o dal coniuge di una delle parti in causa non vi è alcun principio di necessaria inattendibilità connessa al vincolo di parentela o coniugale. Dopo la predetta pronuncia della Corte Costituzionale, infatti, non può essere esclusa aprioristicamente la credibilità del teste legato da uno dei predetti vincoli, salvo dimostrare nel caso concreto il contrario, provando che il teste avrebbe ragione di mentire per ragioni specifiche che lo leghino direttamente, in qualche modo, all’esito del giudizio.

 

Anche quando il teste è uno solo la sua dichiarazione può essere valida: quindi, ad esempio, il fratello o la sorella, il marito o la moglie può decidere le sorti del proprio familiare anche se è il solo a confermare che la vicenda è andata in un particolar modo. Il giudice non deve necessariamente procedere a ulteriori riscontri esterni della sua attendibilità.

 

 

Il nome del testimone può rimanere segreto fino alle note istruttorie

Il nome del teste può essere l’asso nella manica: non va necessariamente indicato nel primo atto di costituzione in giudizio (la citazione per l’attore, la comparsa di risposta per il convenuto), purché venga specificato con le note istruttorie (depositate 60 giorni dopo la prima udienza). Anche questo secondo aspetto viene messo in luce dalla sentenza odierna: l’avvocato non è tenuto a identificare il nome e cognome del proprio testimone nell’atto introduttivo; in tale atto egli si può limitare a indicare le circostanze sulle quali il teste riferirà, ma i suoi estremi anagrafici possono essere specificati successivamente, nel corso del processo, e comunque non oltre le richieste istruttorie.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 marzo – 19 luglio 2016, n. 14706
Presidente Chiarini – Relatore Graziosi

Svolgimento del processo

1. Con sentenza n. 327/2007 il Tribunale di Nicosia accoglieva la domanda, proposta da V.C. nei confronti del Comune di Gagliano Castelferrato, di risarcimento dei danni che l’attore avrebbe subito in conseguenza di una caduta per inciampo in una pedana di ferro di copertura di fognatura urbana, condannando pertanto il convenuto per responsabilità aquiliana per insidia a risarcirli nell’ammontare di Euro 6696,20, oltre accessori e spese di lite.
Avendo il Comune proposto appello contro tale sentenza, la Corte d’appello di Caltanissetta, con sentenza del 14 dicembre 2011 – 3 marzo 2012, lo accoglieva, rigettando quindi la domanda attorea, ritenendo non sufficientemente provato il fatto della caduta sul tombino.
2. Ha presentato ricorso V.C. , sulla base di due motivi, il primo denunciante vizio motivazionale per omesso, insufficiente e contraddittorio esame su elementi decisivi, e il secondo violazione o falsa applicazione dell’articolo 184 c.p.c. L’intimato non si è difeso.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato.
3.1 Per meglio comprenderlo è anzitutto opportuna una sintesi della

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[1] Cass. sent. n. 14706/16 del 19.07.16.

[2] C. Cost. sent. n. 248/74 che ha cancellato l’art. 247 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 1109/2006.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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