Stalking condominiale: il colpevole resta a casa
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21 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Stalking condominiale: il colpevole resta a casa

Allo stalker condominiale non si può impedire di non frequentare il palazzo dove lui stesso vive e abita, ma solo di stare alla larga dalla vittima.

 

Se lo stalker vive all’interno dello stesso condominio della vittima non gli si può impedire di andare a vivere altrove, poiché questo comporterebbe per il colpevole un eccessivo sacrifico, contrario ai principi di proporzione tra illecito penale e sanzione. È quanto chiarisce la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Lo stalking non si configura solo nelle relazioni tra uomo e donna derivanti da precedenti vincoli affettivi o da sentimenti non corrisposti: da tempo la giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità di configurare gli atti persecutori anche nei rapporti tra condomini dello stesso palazzo. Viene chiamato stalking condominiale e, per esso, pene e tutele sono le stesse previste negli altri casi (leggi “Stalking: come difendersi”).

 

Tra le misure che possono essere prese nei confronti dello stalker, però – precisa la Cassazione – non vi è quella dell’allontanamento dalla casa familiare. Ricordiamo infatti che il codice penale [2] prevede, per il giudice, la possibilità di prescrivere all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede. Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti.

 

Infine viene previsto il cosiddetto divieto di dimora [3]: in particolare, il giudice prescrive all’imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede.

 

È chiaro che tale ultima misura si deve comunque confrontare con le esigenze abitative del colpevole: per cui nel caso in cui vittima e stalker vivano nello stesso edificio – come appunto avviene sempre in caso di stalking condominiale – il divieto di dimora non può essere adottato, ma resta pur sempre il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa [3] e di allontanarsi da quest’ultima ogni volta che il reo vi si imbatte, al di là dei posti dove l’incontro può avvenire.

 

Per tutelare la vittima di stalking condominiale – si legge in sentenza – non c’è altro modo che impedire al molestatore di avvicinarsi fisicamente alla vittima, senza perciò impedirle di entrare o uscire da casa propria. Del resto, le più recenti sentenze della Cassazione sono scettiche sulla necessità di predeterminare i luoghi nei quali disporre l’off-limits a carico del presunto stalker: ciò potrebbe limitare la vita sociale della stessa parte offesa, che potrebbe non sentirsi al sicuro nei posti non indicati nel provvedimento. In ogni caso vanno tutelate anche le libertà fondamentali dell’indagato/imputato che non possono sacrificarsi in modo sproporzionato alle esigenze di tutela della parte perseguitata.


[1] Cass. sent. n. 30926/16 del 19.07.2016.

[2] Art. 282-bis cod. pen.

[3] Art. 283 cod. pen.

 


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