Notifica via PEC, no querela di falso per contestarla
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21 Lug 2016
 
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Notifica via PEC, no querela di falso per contestarla

La ricevuta di avvenuta consegna non è prova legale: per affermare il mancato ricevimento della posta elettronica certificata non c’è bisogno della querela di falso contro la RAC.

 

Per contestare il ricevimento di una notifica mediante PEC (posta elettronica certificata) non c’è bisogno di una querela di falso: questo perché la RAC (ossia la ricevuta di avvenuta consegna che viene rilasciata al mittente della PEC) non ha valore di pubblica fede, essendo emessa e sottoscritta da un soggetto privato (vale a dire il gestore del servizio di posta elettronica certificata del destinatario). È quanto argomentato dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

 

A sorpresa la Suprema Corte toglie ogni valore di prova legale alle attestazioni di avvenuta notifica via Posta elettronica certificata (cosiddette RAC), salvo che queste siano avvenute per il tramite dell’ufficiale giudiziario: per le notifiche telematiche eseguite da quest’ultimo egli è tenuto a redigere una relazione di notifica sottoscritta con firma digitale, la quale invece è dotata di fede privilegiata.

 

Ricordiamo che la cosiddetta “ricevuta di avvenuta consegna” (RAC) fornisce al mittente prova che il suo messaggio di posta elettronica certificata (PEC) è effettivamente pervenuto all’indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario. Ebbene, secondo la Cassazione, in tema di notifiche telematiche nell’ambito dei procedimenti civili, compresi (come nel caso di specie) quelli prefallimentari (consistenti nella notifica dell’istanza di fallimento all’impresa debitrice), la ricevuta di avvenuta consegna rilasciata dal gestore di PEC del destinatario costituisce documento idoneo a dimostrare, fino a prova del contrario, che il messaggio informatico, è pervenuto nella casella di posta elettronica del destinatario, senza tuttavia assumere quella “certezza pubblica” propria degli atti facenti fede fino a querela di falso.

E ciò perché, per un verso, gli atti dotati di siffatta speciale efficacia di pubblica fede devono ritenersi un numero chiuso (quelli cioè elencati espressamente dalla legge, senza possibilità di applicazioni analogica), essendo per natura idonei a incidere, comprimendole, sulle libertà costituzionali e sull’autonomia privata e, per altro verso, la legge induce a escludere che le attestazioni rilasciate dal gestore di PEC possano avere qualsivoglia certezza pubblica.

 

Conseguentemente, chi vuole dimostrare di non aver mai ricevuto una notifica via PEC (si pensi al caso dell’imprenditore che sostenga che la cancelleria non gli ha mai notificato l’istanza di fallimento), e quindi intenda contestare la RAC in possesso del notificante, ha sì l’onere di dimostrare quanto da questi affermato, ma non deve farlo con una querela di falso.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 14 giugno – 21 luglio 2016, n. 15035
Presidente Nappi – Relatore Scaldaferri

Svolgimento del processo

D.L.P. , titolare della omonima impresa individuale, propose reclamo avverso la sentenza del Tribunale di Pordenone che ne aveva dichiarato il fallimento.
Dedusse di non avere avuto alcuna notizia dell’istanza di fallimento e della fissazione della udienza prefallimentare, evidenziando come il medesimo indirizzo PEC cui la notifica risultava inviata dalla cancelleria fosse stato attribuito a due diverse imprese commerciali, quella individuale dichiarata fallita e quella della società D.L. s.r.l.; all’udienza di discussione del reclamo, inoltre, D.L. produsse documentazione tesa a dimostrare la mancata ricezione di qualsiasi mail nel giorno indicato dalla ricevuta di avvenuta consegna emessa dal gestore della posta elettronica certificata.
Con sentenza depositata il 2 febbraio 2015, la Corte d’appello di Trieste respinse il reclamo, rilevando, quanto alla corrispondenza dell’indirizzo PEC a due soggetti distinti, che non ricorreva l’ipotesi di una comunicazione inoltrata ad un indirizzo elettronico non accessibile al reclamante perché utilizzato da un terzo, essendo stato lo stesso D.L. a comunicare il medesimo indirizzo PEC per le due

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[1] Cass. sent. n. 15035/16 del 21.07.16.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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