Per ridurre i costi del personale si può licenziare
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24 Lug 2016
 
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Per ridurre i costi del personale si può licenziare

L’azienda deve dimostrare di aver rinunciato all’attività tipica del lavoratore licenziato, anche se le mansioni secondarie di questo sono state ripartite tra i suoi colleghi.

 

L’azienda può licenziare un dipendente anche solo per ridurre i costi e, quindi, massimizzare i propri profitti, pur in assenza di una vera e propria crisi. Il giudice, in questo, non può sindacare, né può criticare le scelte dell’imprenditore relative alla gestione della sua azienda: il datore di lavoro è libero di organizzare l’attività nel modo più efficiente, produttivo e redditizio possibile. L’unica condizione – specifica la giurisprudenza – è che tale motivazione sia reale e documentabile e non, invece, solo una scusa per mandare a casa un dipendente scomodo o antipatico. Insomma, vi deve essere una effettiva riorganizzazione aziendale e non una semplice manovra volta alla cancellazione di un posto di lavoro. È quanto ricorda la Cassazione in una recente sentenza [1].

 

Come già aveva detto qualche settimana fa (leggi “Licenziamento per tagliare sprechi anche senza crisi”), il licenziamento per cosiddetto “giustificato motivo oggettivo”, ossia inerente alle ragioni produttive e organizzative dell’azienda, è legittimo se motivato semplicemente dalla necessità di ridurre i costi del personale.

 

Inoltre il giustificato motivo oggettivo di licenziamento può consistere anche in una diversa ripartizione delle mansioni fra il personale in servizio, attuata ai fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale. Il datore ben può decidere di rinunciare a un dipendente e assegnare le sue mansioni ad altri lavoratori, ripartendole e spalmandole tra di essi, ognuno dei quali se le vedrà aggiungere a quelle già espletate. Il risultato finale può legittimamente far emergere come in esubero le mansioni di quel dipendente i cui compiti sono stati assorbiti dai colleghi; ma a condizione che l’attività “tipica” del dipendente licenziato sia stata effettivamente dismessa dall’azienda. Se invece risulta che l’azienda non vi ha rinunciato, ma ha solo assegnato le sue mansioni ad altri dipendenti, il licenziamento è nullo.

 

Solo la completa soppressione di una determinata posizione lavorativa può consentire di mandare a casa il dipendente ad essa adibito; ciò può derivare da una diversa organizzazione tecnico-produttiva dell’azienda, volta a massimizzare i profitti e ridurre gli sprechi, secondo una nuova valutazione fatta dall’imprenditore, valutazione che abbia portato a ritenere determinate mansioni non più necessarie. Da ciò può derivare la necessità di spalmare le prestazioni in parte svolte dal lavoratore licenziato tra i suoi colleghi o di esternalizzarle, dandole in appalto a una ditta esterna. Il datore, comunque, resta libero di cancellare le posizioni lavorative che ritiene sovrabbondanti e non più utili o, comunque, fonti di spreco.

 

La ripartizione delle mansioni a più dipendenti, prima affidate solo a uno di essi, può legittimamente far emergere come in esubero la posizione lavorativa di quest’ultimo che vi era addetto in modo esclusivo o prevalente, fermo restando che il diritto dell’imprenditore a ripartire in modo differente le mansioni deve concretarsi in un reale riassetto societario, anziché costituirne mero effetto di risulta.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 maggio – 21 luglio 2016, n. 15082
Presidente Bronzini – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 4.4.13 la Corte d’appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza emessa in prime cure dal Tribunale di Pesaro, accertata l’esistenza d’un rapporto di lavoro subordinato fra G.G. e la O.P.P.E.F.S. – Organizzazione Produttori Pesca di Fano, Marotta e Senigallia Società Consortile a r.l., dichiarava l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato con lettera del 31.1.08 alla lavoratrice, in favore della quale disponeva ex art. 8 legge n. 604/66 la reintegrazione (rectius: riassunzione) o, in mancanza, il pagamento d’un indennizzo pari a cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Per la cassazione della sentenza ricorre O.P.P.E.F.S. – Organizzazione Produttori Pesca di Fano, Marotta e Senigallia Società Consortile a r.l. affidandosi ad un solo articolato motivo.

L’intimata non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1- Con unico articolato motivo si denuncia violazione degli artt. 3 e 5 legge n. 604/66, vizio di motivazione e omesso esame d’un fatto decisivo per il giudizio per avere i giudici di merito

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[1] Cass. sent. n. 15082/16 del 21.07.2016.

 


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