Mauro Finiguerra
Mauro Finiguerra
23 Lug 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Diritto all’oblio: fino a dove si deve essere dimenticati?

Il perdono non significa l’oblio: riflessioni sulla sentenza della Cassazione dello scorso giugno.

 

La Cassazione, a giugno 2016 [1], ha affrontato ancora il tema dell’esercizio del diritto all’oblìo da parte degli interessati a difendere la propria reputazione per fatti risalenti a diverso tempo prima.

 

La vicenda nasce da un articolo giornalistico online risalente ad oltre due anni prima, che tuttavia risultava consultabile automaticamente in quanto il link a detto articolo appariva, sul motore di ricerca di Google, associato o affiancato al link del sito web ove i ricorrenti pubblicizzavano la propria attività di ristorazione.

 

L’articolo riportava un fatto di cronaca nera avvenuto malauguratamente nel locale, senza alcuna responsabilità penale in capo ai titolari dell’attività.

 

La Cassazione ha stabilito la cancellazione dell’articolo dall’archivio della testata giornalistica online riconoscendo il diritto dei ricorrenti all’oblìo di quell’accadimento, sulla base che il diritto di cronaca risultava essere stato liberamente esercitato più di diciotto mesi prima rispetto al momento in cui i ricorrenti ne avevano richiesto la rimozione perchè poteva pregiudicare i loro affari, dunque non era più attuale in quanto l’opinione pubblica ne era stata già correttamente informata all’epoca.

 

Fra attualità del diritto di cronaca e diritto all’oblìo la Cassazione ha fatto prevalere il secondo, ma occorre tenere ben presente la fattispecie a cui detta sentenza è stata applicata, infatti quest’ultima non può portare ad una generalizzazione o all’individuazione di un orientamento giurisprudenziale costante.

 

Finora la Cassazione si è espressa sporadicamente in materia e non con orientamenti costanti in qualche direzione, sarebbe dunque auspicabile l’intervento delle Sezioni Unite per individuare gli elementi essenziali del diritto all’oblìo e la disciplina cui assoggettarlo.

 

La materia è delicata: il diritto all’oblìo è il diritto dell’individuo ad essere dimenticato, il diritto a lasciare che il tempo cancelli dalla memoria dell’opinione pubblica fatti (di solito) gravi, crimini, reati o anche semplici coinvolgimenti, senza dolo né colpa, in tali eventi negativi.

Basti pensare alle furiose discussioni, per immagini, documenti e scritti, che infiammano i social network a proposito di eventuali fatti negativi o intesi come tali, derivanti da comportamenti di noti politici o giornalisti o di personaggi del mondo della moda, dello spettacolo e dello sport.

 

Il diritto all’oblìo non esiste come figura giuridica di uso comune nel nostro ordinamento, tuttavia ne esiste una perimetrazione giuridica effettuata dalla dottrina e dalla giurisprudenza.

 

Invece, a livello comunitario, il diritto all’oblìo è stato recepito nel Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali [2].

 

Nel Regolamento vengono individuati i casi in cui l’individuo ha il diritto di ottenere la cancellazione dei dati personali che lo riguardano, dal titolare del trattamenti di detti dati, individuato secondo le norme della Legge sulla tutela della privacy [3].

 

In sostanza il diritto all’oblìo va oltre la normativa sulla privacy dell’individuo e sul trattamento dei propri dati personali.

 

La materia è vasta e si aprono orizzonti immensi.

 

Si potrebbe esercitare tale diritto in materia di protesti o di situazioni di sofferenza bancaria o in caso di applicazione di misure cautelari a seguito del mancato pagamento di imposte e tasse o di accertamenti fiscali o decreti ingiuntivi subiti da parte dell’amministrazione finanziaria, di creditori o di banche?

 

Difficilmente le banche dati del sistema interbancario e dell’Amministrazione Finanziaria, anche dopo il trascorrere di un adeguato periodo di tempo e, magari, anche dopo l’acquiescenza dell’individuo agli obblighi normativi in precedenza non assolti, cancelleranno i dati e le notizie acquisiti.

 

Recentemente un cliente del mio studio, recatosi a Equitalia per contestare una cartella esattoriale già pagata ed ulteriormente sollecitata, aveva richiesto l’aggiornamento della propria posizione personale in modo da evitare che in futuro il suo nome fosse associato ad eventuali mancati pagamenti pregressi.

 

Il funzionario gli aveva risposto che, come contribuente, egli comunque non aveva il diritto all’oblìo.

 

Certamente il dibattito è stimolante ed attuale, anche perchè, non ostante la normativa sulla privacy, non è ancora ben chiaro dove finisca il diritto di cronaca o il diritto al trattamento dei dati personali nelle banche dati e dove inizi il diritto dell’individuo a far dimenticare di sé.

 

Il Regolamento europeo interviene ora a tentare di disciplinare la materia individuando i casi nei quali l’individuo può esercitare il proprio diritto all’oblìo.

 

Tuttavia non si può tralasciare il fatto che, spesso, il diritto di cronaca si trasforma in storia e la storia, per sua definizione, non può e non deve essere dimenticata.

 

Essa infatti ci rende sovente immagini di personaggi tragici per i delitti ed i crimini che hanno commesso, fatti ai quali nessun oblìo può essere concesso.

 

Magari anche Enrico VIII vorrebbe che fosse cancellata la propria fama di uxoricida o Hitler la propria fama di spietato carnefice di interi popoli.

 

Ad essi potrà (forse) giungere il perdono delle vittime, ma di sicuro non potrà mai spettare il diritto all’oblìo.


[1] Corte di Cassazione – sentenza n. 13161 del 24 giugno 2016

[2] Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali n. 2016/79 – Art. 17

[3] D.Lgs. 196/2003 – Tutela della Privacy

 


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