Separazione: il cambio della fede religiosa non implica addebito
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24 Lug 2016
 
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Redazione
 


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Separazione: il cambio della fede religiosa non implica addebito

Non si può attribuire la responsabilità per la rottura del matrimonio a chi cambia credo e religione: nonostante la conversione, per i figli resta l’affidamento condiviso.

 

Chi si converte a una nuova religione non subisce l’addebito e, quindi, l’altro coniuge non può imputare a lui la responsabilità per la rottura del matrimonio: è quanto chiarisce la Cassazione in una recente sentenza [1].

 

Al centro della vicenda, una coppia di coniugi sposata con il normale rito cattolico, ma per lui, dopo un po’, arriva la conversione al credo dei testimoni di Geova: lei non tollera il cambio di bandiera dell’uomo e chiede la separazione con imputazione di addebito. Non contenta di ciò, spinge anche per l’affidamento esclusivo dei figli, al fine di sottrarli al precedente marito. Ma le sue richieste vengono tutte rigettate.

 

Secondo la Cassazione il mutamento di fede religiosa da parte di uno dei coniugi e la conseguente partecipazione alle pratiche collettive del nuovo culto, pur potendo avere un effetto sull’armonia della coppia, non può automaticamente giustificare la pronuncia di addebito della separazione. A meno che l’adesione alla nuova religione non si traduca in comportamenti incompatibili con i doveri di coniuge e di genitore.

 

Nel caso di specie era semplicemente emerso che le affermazioni di principio contenute nei testi ufficiali dei testimoni di Geova sono espressione di una concezione della vita e della famiglia diverse da quella cattolica. E secondario è il fatto che la scelta compiuta dall’uomo abbia comportato l’inadempimento dell’impegno, concordemente assunto dai coniugi con la celebrazione del matrimonio religioso, a conformare l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli ai dettami della religione cattolica.

 

L’affidamento dei minori resta condiviso perché il diritto alla cosiddetta bigenitorialità – ossia il diritto dei bambini a crescere tanto con il padre, quanto con la madre – non può essere limitato da una semplice conversione religiosa. L’importante è che, nonostante le diverse convinzioni religiose, entrambi i coniugi appaiano effettivamente legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità. Insomma, il nuovo credo non si deve porre in contrasto con una crescita sana e serena per i minori.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 aprile – 19 luglio 2016, n. 14728
Presidente Ragonesi – Relatore Mercolino

Fatto e Diritto

E’ stata depositata in Cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell’art. 380­bis cod. proc. civ.:
« 1. – Con la sentenza di cui in epigrafe, la Corte d’Appello di Trieste ha ri­gettato l’appello proposto da R.S. avverso la sentenza emessa il 4 gennaio 2013, con cui il Tribunale di Pordenone aveva pronunciato la separazio­ne personale dell’appellante dal coniuge F.Z., disponendo l’affidamento condivisa dei figli S. e J. ad entrambi i genitori, con collocazione prevalente presso la madre, con incarico al Consultorio familiare di Pordenone, Distretto urbano, di monitoraggio e sostegno ai genitori secondo le modalità rite­nute opportune, e con ascolto periodico dei minori alfine di vigilare sulle dina­miche relazionali dei genitori con la prole, ed ha disposto in via integrativa che i coniugi si attengano alle indicazioni contenute nella relazione della Azienda So­cio-sanitaria n. 6 Friuli occidentale del 17 settembre 2013, imponendo allo Z. di assicurare, anche nei tempi di permanenza presso di sci, la continuità nelle abitudini e negl’impegni dei figli, provvedendovi direttamente o, qualora a ciò o­stino

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[1] Cass. ord. n. 14728/16 del 19.07.2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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