La lavoratrice in maternità può rifiutare il trasferimento
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26 Lug 2016
 
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La lavoratrice in maternità può rifiutare il trasferimento

Dopo il rientro dalla maternità non si può trasferire la lavoratrice madre in una sede dell’azienda collocata a molti chilometri di distanza dalla precedente: in caso di rifiuto da parte della dipendente il licenziamento è nullo.

 

Non si può licenziare la lavoratrice madre appena rientrata in azienda dopo la maternità solo perché ha rifiutato un trasferimento particolarmente distante dalla precedente sede di lavoro. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

 

Massima tutela per le lavoratrici appena rientrate dalla maternità: non solo c’è il diritto alla conservazione del posto di lavoro (sicché è illegittimo, perché discriminatorio, il licenziamento della lavoratrice incinta o durante il periodo di astensione per la maternità), ma viene riconosciuto anche il diritto a non subire trasferimenti a parecchi chilometri di lontananza dalla precedente sede di lavoro. È infatti diritto della lavoratrice neo mamma rifiutare il trasferimento e non recarsi presso la nuova sede assegnatale, senza per questo può essere licenziata.

 

Ricordiamo che è vietato il licenziamento:

  • della lavoratrice dall’inizio della gravidanza e sino al compimento di un anno di età del bambino. L’inizio della gestazione si presume avvenuto 300 giorni prima della data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza;
  • del padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per la durata del congedo stesso e fino al compimento di un anno di età del bambino;
  • causato dalla domanda o dalla fruizione dell’astensione facoltativa e del congedo per malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore.

 

La lavoratrice non può essere collocata in mobilità a seguito di licenziamento collettivo, salvo che ciò avvenga a seguito della cessazione dell’attività dell’azienda cui la lavoratrice stessa è addetta.

 

Il licenziamento ugualmente intimato durante il periodo protetto è nullo perché discriminatorio e dà diritto alla dipendente ad essere reintegrata sul posto di lavoro.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 6 aprile – 26 luglio 2016, n. 15435
Presidente Venuti – Relatore Negri della Torre

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 218/2013, depositata il 26 aprile 2013, la Corte di appello di Torino, in accoglimento del gravame di F.M. e In totale riforma della sentenza del Tribunale di Alba, dichiarava la nullità del trasferimento, delle sanzioni disciplinari e del licenziamento disposti nel confronti dell’appellante dalla P. di P.L. e C. s.n.c., con la condanna alla reintegra nel posto di lavoro occupato presso l’unità locale di (OMISSIS) ed al risarcimento del danno in misura pari alla retribuzione globale di fatto a decorrere dalla data del recesso.
La Corte di appello rilevava come le decisioni datoriali fossero riconducibili ad un disegno discriminatorio nei confronti di una lavoratrice madre, posto che la F. , dopo soli tre giorni dall’inoperatività del divieto di cui all’art. 56 d.lgs. n. 151/2001, e al termine di un’astensione dal lavoro di un anno e quattro mesi, era stata trasferita al punto vendita di XXXXXX, distante oltre 150 km; che la sede di appartenenza non appariva necessitare di una riduzione di personale dal momento che, all’inizio dell’assenza dell’appellante, e poi nel marzo 2011, pendente la controversia, erano stati

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[1] Cass. sent. n. 15435/16 del 26.07.16.

 


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