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Lo sai che? Pubblicato il 26 luglio 2016

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Lo sai che? Strada dissestata: no risarcimento a chi va veloce

> Lo sai che? Pubblicato il 26 luglio 2016

L’amministrazione può negare il risarcimento al motociclista o all’automobilista caduto in una buca stradale se questi teneva una guida oltre i limiti di velocità consentiti.

Va negato integralmente il risarcimento del danno all’automobilista o al motociclista che cade in una buca stradale se andava ad alta velocità: difatti, anche se la strada è dissestata, tutte le volte in cui una maggiore prudenza alla guida consente di evitare l’incidente e la caduta sulla fossa, non si può sperare neanche in un concorso di colpa. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di questa mattina [1].

Strada dissestata: il conducente è tenuto ad assumere, a maggior ragione, una condotta di guida attenta e prudente, proprio perché la situazione lo impone. È proprio l’evidente condizione della strada a rendere imperdonabile chi supera i limiti di velocità. Peraltro, il risarcimento per la buca stradale si può richiedere solo se sussiste la cosiddetta insidia o trabocchetto ossia una situazione di pericolo non facilmente visibile ed evitabile. La strada dissestata, invece, non rientra certo nel pericolo “occulto” e, dunque, esclude la possibilità di chiedere il risarcimento. Peggio se si va pure veloce. In tal caso è da escludere altresì la possibilità di un risarcimento a percentuale limitata (cosiddetto concorso di colpa).

A liberare il proprietario della strada (il Comune di norma) da ogni responsabilità e da qualsiasi obbligo di risarcimento per i danni provocati dal cattivo stato di manutenzione dell’asfalto è il cosiddetto “caso fortuito”, ossia un evento “imprevedibile” e “inevitabile”. Il tipico esempio di caso fortuito non è solo l’improvviso terremoto che fa crollare il viadotto (ipotesi più che altro scolastica), ma anche l’eccesso di velocità del conducente: un evento che non rientra nella sfera della pubblica amministrazione e che quest’ultima non può né controllare, né evitare, né impedire. Ciascuno, insomma, è arbitro delle proprie azioni, ma poi ne paga le conseguenze. Il che è come dire che chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

note

[1] Cass. ord. n. 15399/16 del 26.07.2016.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 9 giugno – 26 luglio 2016, n. 15399
Presidente Armano – Relatore Sestini

Ragioni delle decisioni

E’ stata depositata la seguente relazione ex art. 380 bis c.p.c..
“1. Il Tribunale di Crotone ha riformato la sentenza con cui il locale Giudice di Pace aveva condannato il Comune di Crotone a risarcire i danni subiti da L. e A. T. a seguito della caduta del primo da un ciclomotore (di proprietà del secondo), che era stata causata dal fondo stradale dissestato; ha ritenuto il giudice di appello che l’imprudente condotta di guida di L. T. (segnatamente, l’eccessiva velocità che lo aveva costretto ad una brusca frenata in una condizione di piena visibilità del tratto stradale dissestato) aveva comportato l’interruzione del nesso causale rispetto alle condizioni della sede stradale, integrando pertanto l’ipotesi del caso fortuito idonea ad escludere la responsabilità del Comune.
2. Col primo motivo, i ricorrenti censurano il Tribunale per non avere accolto l’eccezione di difetto di specificità dell’appello proposto dal Comune.
La censura è inammissibile per difetto di autosufficienza, in quanto i ricorrenti non hanno trascritto i motivi di appello in misura idonea a consentire a questa Corte di apprezzarne l’eventuale genericità a prescindere dall’esame diretto dell’atto di appello (cfr. Cass. n. 86/2012).
3. Il secondo motivo (che deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1227, 2051, 2697 c.c. e 115 e 116 c.p.c.) censura il Tribunale perché, pur avendo premesso di dover applicare i principi di cui all’art. 2051 c.c., aveva “incoerentemente deciso la lite di appello sulla base dei principi rientranti nell’alveo dell’art. 2043 c.c.” e -altresì¬perché, “stravolgendo le regole probatorie di cui all’art. 2051 c.c.”, aveva “finito per valutare esclusivamente il comportamento ritenuto negligente di T. L.”, considerandolo “interruttivo del nesso causale sulla base di un ragionamento di tipo probabilistico … che non ha tenuto conto della pericolosità del tratto stradale”. 3.1. Le censure sono infondate.
Invero, il Tribunale ha chiaramente inteso applicare la disciplina dell’art. 2051 c.c. (come emerge chiaramente dalle affermazioni svolte ai punti 8 e 8.3 della sentenza), individuando nella condotta imprudente del conducente del ciclomotore l’elemento che aveva interrotto il nesso di causa rispetto alla condizione di pericolo immanente nella strada, pervenendo così ad una conclusione perfettamente aderente ai consolidati orientamenti di legittimità, che consentono di individuare il caso fortuito nella condotta imprudente dello stesso danneggiato (cfr., per tutte, Cass. n. 9546/2010).
Va esclusa, d’altra parte, la possibilità di censurare l’apprezzamento della condotta del conducente in termini di caso fortuito, giacché, involgendo valutazioni di merito, tale “apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici” (Cass. n. 6753/2004 e Cass. n. 472/2003).
4. Anche il terzo motivo (che prospetta l’omesso esame circa un fatto decisivo, individuato nella frenata effettuata dal conducente del ciclomotore) va disatteso, in quanto i ricorrenti sì limitano a contestare la valenza della frenata (ampiamente considerata dal Tribunale) e ad offrirne una diversa lettura nel quadro della ricostruzione della dinamica del sinistro; la censura si risolve, dunque, nella sollecitazione a compiere un inammissibile nuovo apprezzamento di merito in sede di legittimità.
5. Si propone pertanto il rigetto del ricorso, senza condanna alle spese di lite (in difetto di attività difensiva da parte dell’intimato)”.
All’esito della discussione in camera di consiglio, il Collegio ha condiviso i motivi in fatto c in diritto esposti nella relazione, ritenendoli non superati dalle argomentazioni svolte nella memoria dei ricorrenti.
Il ricorso va pertanto rigettato.
Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del I.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

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